domenica, 08 giugno 2008

Il Gioco dell'Oca

 

Avete presente il gioco del trenino, che spopola in ogni parco per i bimbi?
Un trenino scoperto affollato di bambini passa sotto ad un palo, al quale è appeso un pupazzo legato a un filo. I bambini cercano di afferrarlo, e il macchinista tira il filo per allontanarlo dalla loro portata: vince, ovviamente, il bambino che per primo prende il gioco e ne fa il suo premio.
Ebbene.
Oggi ho scoperto le origini di questo gioco.




Ticinum non è solo l'antico nome di Pavia: Ticinum è anche il suo fiume, che traversa la città dolcemente, donandole acqua, ricchezza, e vita. Il Ticino è forse il migliore amico del Pavese, ed è senza dubbio nel Ticino che i Pavesi di un tempo che fu godevano dei loro svaghi migliori. Come, ad esempio, il Palio dell'Oca.

Era una grande festa, il giorno del Palio dell'Oca. Il fermento in città iniziava dalle prime ore del mattino, quando i quartieri della ridente Pavia si mettevano in moto per l'importante competizione.
I barcé, sul Ticino, preparavano i remi e controllavano le imbarcazioni.
Le lavandare, poco lontane, si affrettavano per terminare il lavoro, e si preparavano a godere una giornata speciale.
I popolani, da ogni parte della città, affollavano il Ponte Coperto e si preparavano a grandi emozioni.
E lì, proprio lì, da una delle arcate del Ponte... lì, proprio lì, veniva calata un'oca.

Era un'oca viva, in buona salute e ben ingrassata.
Veniva legata per le zampe, ed era lasciata lì a spenzolare come una scema a testa in giù, giù dal ponte.
Il suo becco si trovava a circa tre metri dall'acqua, e la povera bestia non poteva far altro che starnazzare aspettando rassegnata la sua sorte.
A un chilometro di distanza, un trombettiere dava il via alla gara: le imbarcazioni di barcé saettavano veloci lungo le acque del fiume, determinate a aggiudicarsi l'ambito premio.
Vinceva il barcaiolo che per primo arrivava all'altezza del Ponte, e riusciva ad afferrare per il lungo collo l'innocente e starnazzante oca.

E adesso ditemi voi se tutto ciò non è drammaticamente simile al trenino per bambini che io amavo tanto.





Oggi, sotto una pioggia inclemente, a Pavia l'abbiamo rifatto, il Palio sul Ticino.
Però stavolta, vi posso assicurare, c'era tanta bella gente, ma - garantisco - di oche nemmeno l'ombra.











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lunedì, 02 giugno 2008

[Pillole di Storia] All'acqua! All'acqua!

 

815 d.C.: Agobrando, Arcivescovo di Lione, si imbatte in un gruppo di contadini intenti a malmenare quattro sventurati. “Sono Tempestarii”, accusano i contadini, interpellati: “vanno puniti!”. E, davanti all’Arcivescovo incredulo, giù botte da orbi.
Tornato a casa, Agobrando si siederà allo scrittoio e stenderà un’omelia da recitare alla prima occasione utile. E’ un trattatello abbastanza originale, Sulla folle credenza popolare circa la grandine e il tuono. Già, perché “in queste regioni”, esordisce Agobrando, “quasi tutti gli uomini – nobili o no, cittadini e contadini, vecchi e giovani – ritengono che la folgore e il tuono possano obbedire al comando degli uomini”. Uomini che, portatori di sciagura, di tempeste e di alluvione, chiaramente non sono ben visti nel paese: non solo si prendono le botte che Agobrando aveva potuto osservare, ma vengono ufficialmente puniti con duecento frustate. In più, hanno l’obbligo di sfilare nei villaggi col capo rasato.

Come facciano questi Tempestarii a provocar tempeste, è cosa più incerta.
Secondo alcuni, fanno un buco per terra e ci versano dentro un paiolo d’acqua; dopo di che, la rimestano recitando strane formule incantate.
Secondo altri, chiudono un rospo e un ragno in una pentola, e aspettano che si compia la magia.
Alcuni assicurano di averli visti annodare e snodare ripetutamente corde e laccetti, e di aver immediatamente sentito un tuono rimbombare in lontananza.
Altri ancora, sostengono di averli visti affidare certe boccette alle perfide streghe: queste, sorvolando i fiumi con le loro scope, vi avrebbero lasciato cadere dentro le tremende pozioni – il corso d’acqua avrebbe rotto gli argini di lì a pochi minuti.
Il nostro Agobardo, invece, ci porta un’altra opinione ancora: ci parla di un regno incantato, la lontana Magonia abitata dai maghi, da dove i Tempestarii arriverebbero navigando i cieli su vascelli volanti. Tutti i frutti che la grandine e le tempeste fanno andare a male, sono scrupolosamente raccolti dai Tempestarii e riportati prontamente a Magonia, laddove streghe e fattucchiere festanti gusteranno cibo di prima stagione.

Che fare, dunque, con queste tremende creature? Come rapportarsi con loro, quando non si riesce a catturarle e a metterle alla berlina?
C’è chi, nel corso degli anni, ha architettato sistemi di difesa non-violenta. Ad esempio, un amuleto da seppellire nel proprio campo, tale da renderlo immune dai malefici di questi perfidi esseri. Oppure, una condotta morale integerrima e tutti attenti a non sgarrare a nemmeno uno dei dieci comandamenti: vuoi mica che Chi di dovere non faccia un miracoluccio, se viene minacciato il campo di un così fervente cristiano?
In compenso, se a Waldshut, in Germania, la strega del villaggio non era stata invitata a un matrimonio e si era vendicata facendo gradinare dritto sulla sposa e sulla torta nuziale, nel 1563, in Svezia, i Tempestarii godevano di una buona reputazione. Tant’è vero che, mormorano alcuni cronisti dell’epoca, il re Eric XIV aveva mandato una sua delegazione fino a Magonia, per arruolare alcuni stregoni a mo’ di truppe mercenarie. Centinaia di streghe sarebbero state pagate per creare condizioni atmosferiche avverse ai nemici, durante le prime fasi della guerra contro la Danimarca – e evidentemente ci sono anche riuscite, visto che la Svezia, pochi anni dopo, è uscita vincitrice dal duro conflitto.

Agobardo non sarebbe stato molto contento della notizia di un re che assume nel suo esercito truppe di stregoni: anche perché, come Agobardo sostiene animatamente, i Tempestarii non esistono! Sono più che altro – scrive il prelato – una sorta di leggenda metropolitana, in assenza di metropoli: un testimone che assicurava di aver visto un Tempestario, ad esempio, “affermava di dire la verità, esclamava il nome dell’uomo, precisava il momento e il luogo… ma poi confessò di non essere stato presente”.
Insomma, dice Agobardo: i Tempestarii non esistono, anche perché se esistessero si farebbero ben conoscere, e tutti i contadini li osannerebbero. “Ai nostri tempi, talvolta, dopo la mietitura e la vendemmia, abbiamo visto i contadini nell’impossibilità di seminare per via della siccità. Perché non ottenevate che i vostri Tempestarii vi mandassero una tempesta magica a irrigare le terre? In verità, non lo avete mai chiesto loro, non avete mai visto che lo facessero, e nemmeno avete mai sentito dire che lo avessero fatto”.

Insomma. I Tempestarii decisamente non esistono.
O se esistono, sono maghi dediti alla pirateria, che per partito preso non si abbassano ad aiutare i contadini nel momento del bisogno.
O, se anche fossero disposti a farlo, c’è un evidente problema di comunicazione. I contadini non chiedono, i Tempestarii non ascoltano, e poi fanno di testa loro scatenandosi in piogge torrenziali quando non serve. Che diamine.

Ecco, mi sa che in questi giorni sarebbe bene andare a farci due chiacchiere, coi Tempestarii di Magonia.
Perché questi qua continuano a fare di testa loro, e si divertono con temporali eterni, diffusi, e di intensità inaudita.
E qui, il pericolo di alluvioni, di smottamenti, di frane, non è mica cessato.

Qualcuno che si offre per un’ambasciata a Magonia?


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martedì, 20 maggio 2008

[Pillole di Storia] Quando l'incubo diventa realtĂ 

 

Pavia, nel Medio Evo, era popolata di uomini con la testa di cane.
O così, almeno, dice Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, informandoci che, per intimorire i nemici, i Longobardi avevano messo in giro la voce di avere grossi eserciti di simi mostri. Uomini cane, o Cinocefali per la precisione: creature mostruose col corpo d’uomo e testa lupina, già descritti da Esiodo nella Grecia Antica, ma ben conosciuti anche da Tertulliano nei primi secoli dopo Cristo. Ademaro di Chabannes, nella Historia Francorum, cita terribili creature che caninamente latrano; secoli dopo, Ivo de Narbonne descrive all’arcivescono di Bordeaux l’assedio tartaro di Wiener Neustadt, e assicura che gli eserciti nemici hanno uomini-cane fra le loro fila. Cui danno in pasto i corpi dei soldati fatti prigionieri.

Non lontano da Aix-en-Provence, invece, spopolavano le donne - serpente. Lo racconta Gervasio di Tillbury nella sua storia di Raimondo dello Château-Rousset, che, un bel giorno, se ne va a passeggiare sulle rive del fiume Arc, e lì incontra una splendida dama meravigliosamente vestita. Costei acconsente a diventare la moglie di Raimondo, a patto che lui non le chieda mai di vederla nuda; Raimondo accetta le condizioni, e la coppia vive anni sereni e ricchi di ogni felicità. Fino a che il messere, casualmente, non scosta la tenda dietro la quale la moglie sta facendo il bagno, e scopre l’amara verità: la donna è per metà serpente.

Le tradizioni anglosassoni sono piene di bellissime donne seducenti e allettanti, che vestono sempre lunghi abiti per nascondere le zampe caprine. E anche il mio buon Piemonte conosce bene le figure, spaventose e intriganti a un tempo, delle perfide Faje, che ingannano con le loro sembianze umane ma nascondono sotto la gonna due zoccoli da capra.

Il Panozo, invece, è molto più carino, e ha orecchie da coniglio talmente gradi da toccar terra. Se le avvolge sul corpo quando è ora di dormire, per utilizzarle come coperta; e, essendo molto timido, le spiega come ali non appena sente qualcuno avvicinarsi, fuggendo lontano dal pericolo.

Ah, e poi naturalmente c’è l’uomo-pianta. Vi siete mai chiesti perché Dante tramuti in cespugli le anime dei suicidi – di coloro, cioè, che si sono macchiati del peccato più grande, rifiutando la vita che è il più grande dei doni di Dio? Perché, insomma, una pena così bislacca? Un ibrido di uomini e piante, tormentato da un ibrido di donna e aquila: che razza di pena è, per il peccatore più ribelle e sfrontato che la morale conosca?
Il fatto è che, nella mentalità medievale, la condizione di ibrido è la più penosa di tutte le condizioni immaginabili. Dice Spitzer che, per l’uomo medievale, “il concetto di ibridismo è di per sé repellente”. Se Dio ha creato il mondo dividendolo nettamente in uomo, pianta, e animale, un ibrido è di per sé un mostro, una creatura neanche lontanamente immaginabile, al di fuori di ogni legge naturale e umana, e di per sé foriero di terrore, incubo, angoscia. Un Frankenstein dell’Età di Mezzo, ma ancor più mostruoso perché completamente al di fuori di quanto Dio Creatore possa aver creato.

… e sostituirsi a Dio non è una buona idea, e l’avevano capito già nel Medio Evo. Anche il rabbino Jehuda Löw, secoli addietro, era riuscito a modificare la natura, e a creare in laboratorio uno splendido Golem di argilla che gli faceva da servo e da facchino. Molto comodo, e molto utile, certamente. Se non fosse che a un certo punto il Golem s’è rotto di fare il portaborse: e allora s’è messo in prepensionamento, e ha iniziato a ammazzare tutti quelli che incontrava.


Erano belli, i tempi in cui l’Historia, con le sue tradizioni e la sua morale, era ancora magistra vitae.
E, com'è ovvio, ogni riferimento a fatti, cose e persone realmente esistenti è puramente causale.


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sabato, 01 marzo 2008

[Pillole di Storia] In diretta dal mio Corso di Laurea

 

Narra Ludovico Carbone, erudito emiliano del pieno Quattrocento, che un giorno il Duca di Ferrara ordinò che venisse mandato al suo palazzo un grosso sparviero, con il quale allenarsi durante le partite di caccia. Nel comunicare tale ordine al suo podestà, il Duca decise di scrivere in buon Latino, così come si addiceva ad un gentiluomo del suo rango. Ed inviò quindi al suo podestà una lettera in perfetto stile ciceroniano, domandando che venisse spedito al suo palazzo lo sparviero, legato e chiuso in sacco perché non potesse scappare.
Ma il Duca non sapeva di avere al suo servizio un uomo ignorante ed illetterato. Il podestà, che non conosceva il Latino e parlava solo il dialetto locale, lesse la lettera e ci capì poco o nulla: e, siccome “sparviero” in Latino si diceva “accipitrem”, ne fraintese il significato e capì che il Duca volesse suo prigioniero al palazzo l’arciprete locale, responsabile dei presbiteri della parrocchia.
E, siccome bisogna ben obbedire agli ordini del proprio Duca, il podestà fece catturare e legare il vecchio arciprete, che fu spedito a palazzo chiuso in un sacco di juta, perché così ordinava la lettera del Signore.
Fu così che il Duca, già pregustando l’arrivo del suo giovane falcone, aprì il grosso sacco e vi trovò dentro, legato come un salame, un anziano prete terrorizzato.

Narra Ludovico Carbone che fu da quel giorno che si smise di usare il Latino nei testi scritti: acioché non incontrasse più tal scandalo che per sparavieri se pigliasseno gli acciprieti.


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lunedì, 29 maggio 2006

Un articoletto che avevo a portata di mano

 

Del Santo Graal, come è noto, si va alla ricerca. È però una ricerca ben difficile, anche perché nessuno, ancor oggi, ha ben capito cosa sia, in definitiva, questo famoso Graal.
Di libri, di romanzi, di film su questo argomento, ce ne sono fin troppi. E se fra questi troviamo autorevoli saggi storici ad opera di competenti studiosi, non mancano di certo, sul mercato, opere ispirate alle teorie di esoteristi, occultisti, adepti del new age e quant’altro: opere che, certamente, non contribuiscono a far luce su questo tema così discusso e così poco conosciuto.

'Parzival at the Grail Castle' - Ferdinand PilotyDi questo simbolo leggendario, in effetti, si sa veramente poco. L’unica cosa certa è forse la data di nascita del mito: la leggenda ha origine infatti nella seconda metà del XII secolo, quando Chrétien de Troyes, forse uno dei più grandi poeti del medioevo occidentale prima di Dante, inizia a comporre i suoi romanzi in versi nel vivace ambiente delle corti di Champagne e di Fiandra. È fra il 1181 e il 1190 che Chrétien si dedica alla sua ultima opera, Perceval, ou le Conte du graal, un romanzo incompiuto nel quale il lettore assiste, passo dopo passo, alla crescita e alla formazione del giovane Perceval, che diviene, attraverso vere e proprie tappe di iniziazione, il modello dei valori cavallereschi dell’epoca. E spetterà proprio a Perceval avere a che fare, nel corso del romanzo, con un misterioso “graal” che tanto ha dato da discutere agli studiosi del poeta. Lo stesso significato del termine Graal è in effetti, ancora ignoto: questo sostantivo non sembra infatti essere, per Chrétien, un nome proprio, e lo stesso romanzo sembra proporre non tanto la storia “del graal” quanto quella “di un generico graal”, seppur dotato di particolari proprietà. E probabilmente molti sorriderebbero, nel sapere che, nell’area in cui Chrétien operava, il termine “graal” era in uso da secoli, come nome comune utilizzato per indicare semplicissimi piatti, e ciotole da tutti i giorni.

È, effettivamente, solo coi successori di Chrétien che il mito assume un valore più elevato ed un carattere più nettamente cristiano. Già nel Duecento il poeta Robert de Boron componeva il suo Roman de l’Estoire du Graal, nel quale, lasciate da parte le atmosfere incantate del romanzo di Troyes, l’autore presenta un’opera ispirata a scritti evangelici apocrifi, e narra la vicenda di Giuseppe d’Arimatea e del suo presunto viaggio, intrapreso, alla morte di Cristo, alla volta dell’Inghilterra, per portare in quelle terre il calice utilizzato nel corso dell’Ultima Cena. E’ probabilmente questo il racconto che ha aperto la via alla grande avventura letteraria della ricerca del Graal, tanto cara  a Wagner, a Scott e ai preraffaelliti dell’Ottocento.

Ma ancora oggi questa antica leggenda appare attuale: ne è testimonianza il fatto che siano tuttora molta le comunità a vantare animatamente il possesso di questa reliquia. Se già i pellegrini dell’Alto Medio Evo segnalavano la presenza del calice dell’Ultima Cena nella chiesa della Resurrezione di Gerusalemme, la collocazione dell’oggetto si fa molto più incerta a partire dagli anni immediatamente successivi alla prima crociata. Fu proprio inIl Sacro Catino di Cesarea, conservato nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova quel momento, infatti, che diverse chiese europee presero a dichiarare di possedere il prezioso oggetto: è il caso, ad esempio, della cattedrale di Valencia, nella quale è ancora conservata una coppa dorata che la tradizione identifica come il calice dell’Ultima Cena, appunto. Ma i curiosi che volessero ammirare un altro presunto Graal non dovrebbero fare poi troppa strada: nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova è infatti conservato il “Sacro Catino di Cesarea”: un piatto vitreo, di forma esagonale, che la tradizione vuole essere stato portato a Genova da alcuni marinai di ritorno dalla Palestina. E, naturalmente, anche in questo caso sono state molte le voci a levarsi per identificare questo Catino con il leggendario recipiente utilizzato da Cristo, e tanto cercato nel corso dei secoli.

Insomma: esistono addirittura collocazioni diverse per una reliquia che di per se stessa ha dato il via a diversissime leggende e teorie. Basti pensare che c’è chi, nel corso degli anni, ha identificato il Graal con un meteorite caduto sulla Terra, un gioiello precipitato dal cielo assieme a Lucifero, un archetipo dell’inconscio, un libro scritto dal Cristo stesso, la Sacra Sindone addirittura, e persino un antico simbolo di fertilità: per non parlare poi delle tesi che stanno ottenendo tanto successo, ultimamente, nelle nostre librerie e nei nostri cinema. Una vera e propria babele di diverse opinioni, insomma, per lo più assurde e senza il benché minimo fondamento. Ancora oggi, a distanza di secoli dalla sua prima apparizione nel mondo letterario, questa misteriosa reliquia fa parlare di sé, destando un interesse e una curiosità  - e, diciamolo, una confusione - tali da aver portato qualcuno ad affermare, acutamente: “Che cosa sia il Graal, si sa: è qualcosa di cui non si sa né cosa sia, né se ci sia”.


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sabato, 10 dicembre 2005

Dal secondo ricettario di Auch

 

Premessa uno: io son strana. Se leggo qualcosa di anche solo vagamente letterario, mi esalto; se leggo qualcosa che anche solo ha vagamente a che fare con la poesia in lingua d'oc o d'oil, mi esalto molto. Questo per spiegare il motivo per cui, io, di sabato sera, mi leggo ricettari medico-farmaceutici medievali e mi brillano gli occhi dalla contentezza.

Premessa due: a me da piccola sanguinava completamente il naso. Era un dramma, i miei erano convinti che prima o poi sarei morta dissanguata di sangue dal naso.

Di fatto: mi leggo il mio bellissimo ricettario, e ad un certo punto arrivo a questa affermazione:

Sanc. A persona que perda sanc per lo nas, escrivetz ly en son front am de son sanc aquestas paraulas: + Apolion, e s’estancara ly lo sanc mantenen.

Accidenti, sigh... stupida io e stupidi i miei genitori: le avevamo provate tutte, quando mi sanguinava il naso, ma questa no... umpf, e dire che sarebbe stata la soluzione definitiva...


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venerdì, 30 settembre 2005

Bimbi di altri tempi

 

Nella vana impresa di riordinare un poco la soffitta della nostra casa in campagna, anni fa mio padre aveva trovato alcune cose interessanti. Me lo ricordo, quando, sette o otto anni fa, era tornato a casa con quattro o cinque libri antichi ("antichi"... di fine Ottocento, insomma) che dovevano essere appartenuti ai suoi nonni e bisnonni. All'epoca ero troppo piccola per interessarmi troppo a dei libri antichi e pure un po' ammuffiti e rovinati: oggi, però, mi è capitato di ripensare per caso a quei volumetti, e di riprenderli in mano. Mentre li sfogliavo con sommo interesse ed ammirazione, leggevo anche qualcosina di quello che era scritto al loro interno.

In particolare, guardavo un manuale scolastico. "Primissime letture", il titolo, e il sottotitolo spiegava che si trattava appunto di un manuale scolastico "per gli alunni e le alunne della Classe 1
ª Elementare"... secondo, fra l'altro, i "nuovissimi" programmi ministeriali del 29 novembre 1894.

A sfogliarlo, ci son cose proprio veramente basilari. Ma basilari nel senso che i libri per i bimbi di prima elementare di adesso sono mille volte più difficili, a confronto: gli esercizi sono cose tipo indicare i mesi e le stagioni dell'anno e i giorni della settimana; scrivere come si chiamano i vari componenti della famiglia (nonno, papà, zio, così via...) e altre domande simili. Tutte molto molto semplici, insomma.

Ecco, calcolando questo, lasciano più o meno allibiti gli esercizi proposti in una graziosa paginetta di "Lezione Oggettiva", avente come argomento gli uccelli.

Dove fa il nido la rondinella? Come sono i suoi piccini appena nati? Dove passa l'inverno? In quale stagione viene a noi, e quando emigra?
Di che colore ha le piume il colombo domestico? Come ha le gambe?... i piedi?... il becco?...
Dite ciò che sapete del galletto. Che cosa ha in capo e ai piedi il gallo? A che ora fa sentire il
chicchirichì? - E la gallina quando fa sentire il coccodé? - Conoscete l'anitra?
Di quale grossezza sono le uova di anitra? Quante ne cova per volta? Quali uccelli díconsi palmipedi?


Roba che, per rispondere ad alcune domande, dovrei fare delle ricerche pure io. Di sicuro, se a sei anni mi avessero chiesto quante uova cova un'anatra, avrei probabilmente preso per pazza la mia maestra.

Eppure, se questo esercizio è in quel libro... si vede che per i bimbi dell'epoca, conoscere le dimensioni di un uovo d'anatra era una cosa assolutamente scontata. O, quanto meno, non più difficile del conoscere i mesi dell'anno o saper spiegare le differenze fra nonno, papà, zio.

Altri tempi, altri tempi...


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sabato, 24 settembre 2005

Ma povero diavolo!

 

Guardavo, questa sera, un quadro di Stephan Lochner, artista della prima metà del Quattrocento. Ecco, guardavo questo quadro - che, per inciso, potete vedere qui - e sono rimasta colpita dal modo in cui Lochner ha ritratto il demonio.

L'ha fatto così:



Ecco. Non so a voi, ma a me 'sto diavolo fa un po' pena, porello lui. Tutto pelato, col naso lungo e largo, le orecchie laaarghe larghe larghe e bruttine. Sembra pure che abbia i piercing al naso, poretto lui.
Che poi è di sicuro un diavolo bravissimo, eh. Che ci mette tutto il suo impegno a spaventare la gente e a dannare le anime alrui. E' di certo malvagio e senza cuore, non metto in dubbio. Solo che a me farebbe un po' ridere incrociare un robetto così per strada. Altro che grida di terrore: mi sa che, ai giorni nostri, 'sto demonio otterrebbe al massimo un bel po' di risate divertite. Poraccio.

Che poi, a voler fare la seria, vi potrei anche dire che non era mica tanto raro trovare demonietti simili a questo, nel Medio Evo. A quanto pare, all'epoca avevan molto successo 'sti miscugli di uomo ed animale. Creature ibride, che andavano al di fuori dell'ordine del Creato, e sembravano particolarmente contro natura e per questo terribili.
Vi potrei anche dire che, a partire dal XIII secolo, troviamo anche molti demoni gastrocefali: che hanno, cioè, un ulteriore volto sul ventre. Da qui, alcune variazioni al tema: la ripetizione del volto in genere interessa le articolazioni e le zone impure, come cosce, petto, sesso. E, direi, il nostro povero diavolo ne è un buon esempio. Il che non è nemmeno un complimento, per il mio povero diavoletto, visto che sta a significare, insomma, che è proprio "una bestia". La testa, sede dell'intelletto e della ragione, che viene spostata nelle parti oscene...

Insomma, a me 'sto diavolo fa un po' pena. Uffa... spero di non avere lui come tormentatore personale, se finirò all'Inferno... temo che potrei rovinare seriamente la sua autostima. Porello lui.


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mercoledì, 20 luglio 2005

Storia del Trecento - Da banchieri a falsari

 

Questa mattina, stavo studiando un po' di Storia del Trecento, e in particolare le vicende della Compagnia de' Bardi, una delle compagnie mercantili e finanziare più potenti d'Europa alla fine del Duecento. E studiando, mi sono imbattuta in una vicenda curiosa, che forse non molti conoscono.

Nel 1338, la Compagnia dei Bardi (famosissima banca per la quale aveva lavorato anche il padre di Boccaccio, per la cronaca) si era ritrovata a prestare somme enormi al re inglese Edoardo III. Il Re le doveva oltre 125000 sterline: una somma veramente enorme. Sfortunatamente, Edoardo III dichiarò bancarotta, rifiutando di saldare i suoi debiti con la banca, che iniziò quindi a trovarsi in condizioni finanziarie decisamente difficili. Infatti, nel 1346, fallì.

Ma è bel 1345 che si svolge la storia che mi ha colpita: storia che vede protagonisti tre membri della famiglia dei Bardi, Sozzo, Aghinolfo e Rubecchio di Lapaccio. Questi tre signori - i cui nomi, direi, sono già tutto un programma - per fronteggiare la crisi economica hanno una trovata decisamente originale: crearsi monete false. Il rischio di cattura era altissimo, la pena per falsificazione di moneta era generalmente la morte al rogo, il guadagno non sarebbe stato comunque favoloso, l'operazione richiedeva un gran numero di persone, ma a questo i tre parenti non sembravano aver pensato: prendono la loro decisione, e decidono di trasformarsi da banchieri in falsari.
Come laboratorio per le loro coniazioni, dopo qualche riflessione, scelgono niente meno che... la cima di un monte. Calcolando che generalmente il luogo preferito dai falsari erano le segrete dei castelli, dove fumi, rumori e operazioni di amalgama non potevano essere notati, la scelta di lavorare sul cucuzzolo di una montagna è, decisamente, quantomeno originale. Eppure, i tre scelgono appunto il cucuzzolo di un monte, messo a loro disposizione da un tal messere Bastardo de Manzano, al quale loro raccontano di voler portare le mucche al pascolo, su quel territorio.

Il problema è che, al posto delle mucche, i tre portano in montagna, ogni giorno, decine e decine di sacchi e attrezzi di vario tipo: cosa che insospettisce gli altri contadini, che in poco tempo scoprono la loro attività criminale.

I processi che seguono, portano alla condanna di pochi individui: Sozzo, Rubecchio e Aghinolfo riescono, invece, a scappare. Nel 1350, addirittura, Sozzo riesce ad ottenere la revoca di tutte le accuse pendenti su di lui, in cambio di un po' di denaro. Ma la storia non finisce qui, anzi!

"Si è portati a ritenere", leggo sul mio libro, "che un uomo con un po' di sale in zucca, dopo tutto quello che era successo, se ne stesse cheto e tranquillo cercando di farsi dimenticare. Macché". Infatti, non appena ottenuta la regolarizzazione della sua posizione, Sozzo si lancia in un nuovo genere di affari: taglia la strada tra Firenze e Bologna, e apre in valico alternativo, che i viandanti erano, a quel punto, costretti a percorrere. E così, Sozzo ha modo di attaccare e derubare comodamente tutti i viaggiatori, prendoli alle spalle ed approppriandosi di tutti i loro beni.

Alla fine, Sozzo fu finalmente condannato, qualcuno si chiederà? Macché, anzi. Nel 1362 divenne addirittura inviato della Repubblica, condizione nella quale morì, anni dopo, senza aver mai pagato per le sue colpe, anzi.

Ora ditemi che non sembra la classica storia da film comico-poliziesco, con i delinquenti un po' scemotti che riescono, però, sempre e comunque a salvarsi...


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