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Ricordi di scuola / parte seconda
Era una strana tipa anche la mia insegnante di Educazione Tecnica, alle Medie.
Erano molti, in effetti, i professori strani nella mia Scuola Media. Erano strani anche gli alunni, se è per quello; ed era strana ed orribile anche la pessima scuola di quartiere nella quale avevo avuto la disgrazia di iscrivermi. Ma, generale stranezza a parte, c'erano insegnanti più strani di altri. E, assieme alla docente di Educazione Fisica, la professoressa di Educazione Tecnica era una di loro. Anziana signora che aveva ripetutamente rifiutato - non si sa per quale arcano motivo - la pensione, la mia insegnante di Educazione Tecnica appariva, oggettivamente, come la classica vecchietta noiosa ed antipatica. Ed io non metto in dubbio il suo essere, nella vita quotidiana, una bravissima e splendida persona; resta il fatto che in cattedra era mortalmente noiosa, e sopportare due ore consecutive con lei era spesso una vera e propria tortura, soprattutto per chi, come me, la sua materia di per sé già non la amava. La sua stessa voce era mortalmente noiosa. Parlava - e vi assicuro che non esagero - con lo stesso tono di voce dato, nel doppiaggio italiano, alla signora Roz di Monsters & co. A distanza di tempo, oserei forse dire che anche nell'aspetto fisico era possibile rintracciare una certa somiglianza fra la mia professoressa ed il personaggio del film d'animazione; ma mi rendo conto di essere troppo cattiva, e di certo non sufficientemente oggettiva. Vi basti sapere, come indicazione generale, che l'effetto che costei faceva su una classe, dopo due ore di lezione, era, ahimé, pressapoco questo. Mia mamma, per dire, a suo tempo, fra i banchi di scuola, aveva amato moltissimo l'Educazione Tecnica. Ai suoi tempi e nella sua scuola, l'Educazione Tecnica consisteva nel preparare centrini, tovaglie, tovaglioli; nell'imparare a ricamare, a cucire, a fare i più svariati lavori di manualità, e a studiare come governare una casa: cucina, igiene, arredamento. I maschietti seguivano lezioni con un altro professore, che insegnava loro ad intagliare il legno, a restaurare mobili vecchi, a conoscere per linee generali il funzionamento d'una automobile, e quant'altro. Una delizia, insomma. Ai miei tempi, nella mia scuola, e con la mia professoressa, l'educazione tecnica era al novanta per cento disegno tecnico. Ma non assonometrie isometriche che, negli ultimi mesi della terza, avevo amato: no, per due anni e mezzo siamo andati avanti a disegnare figure piane, con compasso e squadrette. Poligoni di tutti i tipi: esagoni, decagoni, dodecagoni, pentagoni, ettagoni, di tutto. Abbiamo disegnato eptagoni, tre ore alla settimana, ininterrottamente, per quattro mesi. Alla fine avevamo eptagoni che ci uscivano dalle orecchie, vedevamo eptagoni ovunque, e la notte facevamo incubi a forma eptagonale. La nostra professoressa, poi, non si accontentava di un eptagono discreto. No, lei voleva un eptagono perfetto, preciso fino al millimetro: se un lato era lungo anche solo un millimetro più degli altri sei, la valutazione era insufficiente e la figura da rifare, per punizione e per tentativo di recupero. Ed era da rifare non su un foglio pulito: sullo stesso foglio ("Per un foglio di carta da disegno vengono abbattuti infiniti alberi!"), dopo accurata cancellatura dell'ettagono precedente. Solo che, per quanto la cancellatura fosse accurata, non lo era mai a sufficienza: sul foglio restavano righe, buchi di compasso, baffetti di sporcizia, che certo non contribuivano a creare un ettagono migliore del precedente. Un incubo. Ed una maledizione per tutta la classe, anche, che per tre anni è stata appena a livello della sufficienza in quella terribile materia. Fra ettagoni, righe e compassi, era una benedizione il momento in cui la professoressa ci ordinava di portare con noi il libro di testo, in previsione di una lezione teorica. La teoria era molto meglio: in fondo bastava studiare per riuscire, nonostante gli argomenti di certo non invogliassero. Non abbiamo mai studiato cucito, ricamo, cucina, arredamento, economia domestica e quant'altro: in compenso ci è stato più volte chiesto di imparare, nei dettagli, il funzionamento di una centrale idroelettrica, di una miniera di petrolio, di una trivellatrice, di una locomotiva, di un impianto elettrico, di motori per trattori. Indubbiamente appassionante. Era divertente, però, ascoltare le lezioni teoriche della nostra professoressa. Oh cielo, il tono stanco e piatto della sua voce provocava sonnolenza dopo dieci minuti, tuttavia per chi conservava la forza necessaria per seguire le lezioni, la cosa poteva rivelarsi appassionante. Sì, perché la nostra professoressa aveva un Potere. Faceva morire tutti coloro che - idraulici, muratori, manovali, amici - venivano in contatto con lei e con la sua casa. Se mentisse o se dicesse il vero, non ci sarà mai dato saperlo. Tuttavia, nell'affrontare le misure di sicurezza da tenere nell'ambiente domestico, la professoressa elencava, lezione dopo lezione, decine di tragiche morti avvenute per incuria fra le sue mura o nella sua cerchia di amici. Prima è toccato all'imbianchino. L'imbianchino - ci diceva - dopo aver imbiancato la casa, era andato in bagno a sciacquarsi le mani sporche. Con le mani ancora bagnate, ha toccato l'interruttore per spegnere la luce del bagno, ed è morto fulminato. E' morta fulminata anche una ragazza, ad una festa alla quale il figlio della docente aveva partecipato. Il giovane padrone di casa, preoccupato, vedendo la ragazza priva di sensi con le dita infilate in una presa elettrica, ha pensato bene di versarle addosso un secchio d'acqua, perché, insomma, l'acqua fresca fa sempre bene in caso di svenimento. Brillantemente, è rimasto fulminato anche lui, col catino d'acqua ancora umido fra le mani. Poi è morto un amico della professoressa. Non fulminato, però: avvelenato dal gas. La pentola piena d'acqua, sul fuoco, aveva strabordato, mentre lui era appisolato in salotto, spegnendo la fiamma. Il gas ha inondato la casa, e, quando lui s'è svegliato, era troppo tardi. L'hanno trovato - la professoressa assicura, in tono tragico - cadavere, a pochi centimetri dalla porta, la mano tesa verso l'alto, nel disperato ed inutile tentativo di raggiungere la maniglia e trovare rifugio sul pianerottolo. Poteva andare meglio ad un altro conoscente della anziana signora, il quale era entrato nella sua villetta dopo una giornata di lavoro, e ha sentito un forte odore di gas nell'aria. "Ohibò!" ha pensato l'uomo, "e dove sarà mai il gas? Si vede?". Dal momento che era sera, velocemente ha acceso la luce nel tinello, per poter visualizzare il luogo della fuga di gas, ed è saltato in aria assieme alla sua bella casetta. La stessa bella casetta, anni prima, aveva visto un altro tragico lutto: un muratore impegnato nella costruzione di un alto muro aveva trascurato di fissare la scala a pioli mentre si trovava a lavorare sulla parte più alta della costruzione. Una lieve scossa di terremoto, e la scala si era sbilanciata, facendolo cadere in terra, schiacciandolo, e finendolo definitivamente col suo tenerlo imprigionato sotto i pioli, mentre una pioggia di mattoni lo lapidava. "Professoré, ma non è che Lei porta un po' di sfiga?" aveva chiesto, pacato, un mio compagno di classe, dopo aver ascoltato il resoconto della tragica morte di una signora investita da un treno per non aver rispettato lo stop del passaggio a livello. La professoressa non aveva risposto, limitandosi ad un "Se non seguirai con attenzione le mie lezioni, figliolo, capiterà anche a te": vano tentativo di conquistarsi un po' dell'attenzione degli alunni, che, nelle ultime ore del rientro al giovedì pomeriggio, tutto volevano fare tranne ascoltare descrizioni di cruente morti di ex studenti incapaci in Educazione Tecnica. La mia professoressa di Educazione Tecnica abitava - e credo abiti ancora - proprio nella casa davanti alla scuola in cui insegnava, attraversata la strada. Una scelta audace e coraggiosa, dal momento che centinaia di alunni annoiati e insoddisfatti si dilettavano a suonare, a tutte le ore del giorno e della notte, al suo campanello, da bravi teppistelli quali, oggettivamente, molti di loro erano. Una scelta audace e coraggiosa, dal momento che, quando la professoressa cadde ed ebbe un grave incidente tornando da scuola a casa sua, tutti gli alunni erano ancora davanti al cancello del loro istituto, perfettamente in grado di seguire la tragica vicenda. La professoressa stava camminando, attraversando la stradina, per tornare a casa, carica di libri, di squadre, di righelli e di fogli da disegno che portava fra le braccia. Educatamente, io l'avevo vista e salutata: "Buon giorno, professoressa!". La professoressa s'è voltata verso di me, fissandomi per un attimo ed abbozzando quello che avrebbe dovuto essere un sorriso. Ancora guardandomi - sconcertata: del resto non era cosa usuale, per lei, sentirsi salutare con cortesia dagli alunni - ha fatto un passo in avanti. S'è inciampata, ha barcollato, ha incespicato... ed è caduta, lunga e distesa per terra, in mezzo alla strada, circondata da orde di alunni sghignazzanti che la deridevano e ululavano: "Dopo tutti i suoi amici, anche lei, eh?". Sembrava una cosa da niente, in fondo. Oh cielo, la professoressa aveva impiegato dieci minuti per percorrere quei cinque metri che la separavano dal portone di casa sua, brontolando, lamentandosi, gemendo come un malato in agonia e accusando noi ragazzi di essere un branco di teppistelli che le avevano augurato malasorte per mesi. Ma si pensava che fossero le classiche lamentele degli anziani, niente di più: diamine, che male ti puoi fare, inciampandoti nei tuoi stessi piedi e cadendo? Beh, lei s'era fatta male. Era riuscita - non chiedetemi come - a rompersi un paio di costole, trovandosi di punto in bianco costretta a letto con una fastidiosa ingessatura al busto. In sua sostituzione, ed in previsione di una lunga assenza, è giunta da noi una giovane e simpatica supplente, che nelle poche ore a sua disposizione è quasi riuscita a farci apprezzare una materia che, d'improvviso, non pareva più così ostica e noiosa. Fra decoupage e lavori manuali, persino disegnare esagoni sulle nostre scatolette in legno da ridipingere a tempera, sembrava cosa carina, fattibile e divertente. Quando la ragazza è entrata in classe per la prima volta, annunciandoci di essere la supplente della professoressa malata, costretta a casa per oltre un mese, le reazioni non sono state invero troppo dispiaciute. Sembra brutto dirlo - ed effettivamente è stato molto brutto, da parte nostra - ma alla notizia della sua improvvisa e duratura assenza, in primo luogo abbiamo ridacchiato ripensando alla dinamica del tragico incidente. Ma, prima ancora, alla notizia della sua inevitabile assenza, la classe - per la prima volta unita dopo anni di litigi e tensioni - è esplosa in un boato, in una incredula ed esultante ovazione popolare. Scritto da Lucyette | commenti (15) (popup) | commenti (15) Commenti
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