sabato, 29 luglio 2006

Un mostro impaurito

 

Io, Barbìs me lo ricordo con chiarezza. Un coso grosso, bianco e peloso che, tutte le volte che mi vedeva, mi buttava per terra e mi riempiva la faccia di saliva.
Da piccola, io avevo una gran paura dei cani. Mi ci aveva adeguatamente avviata mia nonna, lasciandomi intendere che anche un cucciolo di bassotto avrebbe potuto essere letale per me, divorandomi in un sol boccone. E così, non morivo dalla voglia di avere a che fare con quel coso grosso e peloso, uno spinone adulto infinitamente più grande e più forte di me, piccola bambina di tre o quattro anni.
Cercavo di scappare, cercavo di fingermi stanca, addormentata, malata, tutte le volte che arrivavamo nella nostra casa in campagna, dove lo spinone Barbìs soggiornava affidato alle amorevoli cure di un amico di famiglia. Cercavo di evitarlo, in tutti i modi, ma mio padre era inesorabile: voleva che sua figlia facesse amicizia con il suo amato cane, e mi spingeva dentro al cortile con un sorriso, esclamando: “Guarda, guarda, Lucia, come ti fa le feste!”.
Sì, poverino: per accogliermi degnamente, il cane ci metteva tutto il suo impegno. Solo che non calcolava le forze e finiva puntualmente per buttarmi a terra e iniziare a leccarmi convulsamente la faccia mentre io, terrorizzata, urlavo “Aiuto, aiuto!” e i miei genitori ridevano.
C’è voluto del bello e del buono, perché, con l’intercessione di mia madre, io non dovessi più subire degli incontri ravvicinati di tal genere.

“Ma sai, Lucia, tu lo vedi tanto grande, ma lo sai che un giorno anche Barbìs era piccolo, proprio come te?”.
Io, a distanza di sicurezza, lanciavo occhiate scettiche a quel gigante peloso, e scuotevo il capo con decisione: no, impossibile, quell’affare doveva essere nato così, enorme, come lo vedevo io allora. Senza dubbio.

I miei negavano, ridevano e cercavano inutilmente di farmi stringere amicizia con cagnone – ahimé, anche ora tendo ad arretrare di un passo quando vedo un cane, foss’anche solo un pacifico barboncino, avvicinarsi un po’ troppo ai miei polpacci.
I miei tentavano di intenerirmi con racconti strappalacrime dell’infanzia del cagnone, ma io ero irremovibile e lo fissavo mentre divorava famelico la sua pappa. Pensando “meno male che è la pappa e non io”.

Ebbene: oggi, sfogliando i vecchi album fotografici dei miei genitori, ho trovato le prove. Avevano ragione: c’è stato un tempo in cui anche Barbìs era un tenero cucciolo il cui musetto avrebbe forse intenerito anche me. E sorrido, ripensando allora al racconto dei suoi primi giorni nella casa dei suoi nuovi padroni, anni ed anni fa.

Barbìs era piccolo. Nient’altro che un cucciolo strappato su due piedi alla sua mamma e ai suoi fratellini. Il suo nuovo padrone, per carità, non gli aveva fatto mancare niente. Era andato a comprarlo personalmente, lo aveva coccolato, lo aveva fatto correre un poco per sgranchirsi le gambe, poi lo aveva portato a casa. Non era una gran casa, in verità: un condominio a Torino, un alloggetto molto semplice, ma mio padre si era premurato di assicurare al cane che presto sarebbe stato trasferito in una casa molto più grande, in campagna. E che lì avrebbe trovato tanti amici. E che lui e mia madre sarebbero andati a trovarlo spesso.

Mi assicurano che mio padre le aveva raccontate davvero, al cane, queste cose, carezzandogli il pelo per farlo stare tranquillo. E mi riferiscono che anche la padrona si era dimostrata molto accogliente: aveva subito portato una ciotoletta d’acqua per bere, qualche cosa di buono da mangiare, e, da brava amante dei cagnolini, aveva riempito di coccole lo spinoncino.

Insomma, una buona accoglienza per il cagnolino, e penso che Barbìs si sia sentito amato fin dal primo momento. E’ stato al centro delle attenzioni per un pomeriggio, ed una sera: e scodinzolava tutto contento, zampettando nel tinello ed esplorando quella nuova casa.

Solo che poi è successo un dramma.
I suoi padroni sono andati a letto.
Era tardi, son andati via, si son lavati i denti e si son messi a dormire.
Hanno anche spento la luce!

Aiuto.
Barbìs si è molto spaventato: poteva tollerare l’assenza della mamma, va bene, ma che diamine, che modi sono?, non si poteva mica lasciarlo tutto solo, così, al buio, poverino!
Sì, certo, gli avevano preparato una cuccetta accogliente, e se aveva sete si trovava anche con una scodellina d’acqua vicino, ma, che modi… diamine, non si fa così.

E lui, poverino, tutto solo, al buio, confuso… s’è messo a piangere.
S’è messo a piangere ed è stato subito molto sollevato: dopo qualche minuto, il signor padrone è riemerso assonnato dall’oscurità della sua camera per fargli qualche coccola.
Barbìs era contento, si è consolato presto, se non fosse che… diamine, quando lui ha smesso di lamentarsi, quel maledetto si è rialzato ed è ritornato in camera da letto!
Ma che modi!

Ogni volta lui ricominciava a piangere, ed ogni volta il padrone veniva da lui. Ogni volta, allora, smetteva, ed ogni volta il padrone ritornava a letto. Ad un certo punto, disperato, Barbìs ha seguito il padrone fino alla camera da letto, si è appostato fuori dalla porta, graffiandola con le sue zampette, e guaendo ad alta voce. Così, avanti e indietro, per ore.





La mattina dopo, mia madre si è alzata e non ha trovato il marito al suo fianco. Le lenzuola erano fredde.
Già ipotizzando una fuga di casa, si è alzata per andare a preparare la colazione. E, sul divano della cucina, ha trovato il marito, profondamente addormentato, sotto una coperta, mentre lo spinone tranquillo riposava, con quello che pareva proprio un sorriso soddisfatto sul musetto.

Qualche anno dopo, a tenere svegli i miei genitori non era più uno spinone spaventato ma la scrivente, con notevoli trascorsi di neonata molto lagnosa e molto piena di coliche. Tendenzialmente era mia madre – quella in congedo di maternità, quella che non doveva essere in ufficio alle otto… e anche quella che forse aveva più successo nel farmi stare buona, diciamolo – colei che mi cullava paziente per tutta la notte, un biberon in mano ed un thermos di caffè nell’altra.
Ogni tanto i miracoli però accadono, e capitava quindi che fosse anche mio padre a doversi occupare di me per una intera nottata. E – non so se offendermi o sorridere per il paragone – ogni volta lui ripeteva, stanco, sconsolato e con due occhiaie (non) invidiabili: “Eh sì, questa bambina è proprio come Barbìs”.








Scritto da Lucyette | commenti (2) (popup) | commenti (2)
Commenti
#1   29 Luglio 2006 - 12:49
 
Io ho una discreta paura dei cani grossi.
Il mio ragazzo ne ha uno, che per carità, è un grosso cucciolo un pò tonto e tanto giocherellone.. solo che è grosso come un vitello, e io quando me lo vedo correre incontro, caracollare con orecchie, coda, guance e bava verso di me come un bufalo impazzito.. beh, sai com'è, non è proprio una visione rassicurante. >.>

Senza contare poi che ai cani non sto particolarmente simpatica. Non a caso sono una gatto-fan. :P
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#2   30 Luglio 2006 - 16:51
 
Carino Barbis! Dalla foto si vede che aveva lo sguardo buono! *__*
Sai anch'io avevo paura dei cani da piccola, colpa del cane (enorme) della padrona di un albergo in cui andavamo, in Liguria, che per fare le feste saltava letteralmente addosso a chiunque e iniziava a sbarleccare il malcapitato in faccia...io ero piccola e quando lo fece anche a me rimasi traumatizzata =_=
Poi ad aggravare la mia paura ci si mise anche un barboncino di un mio vicino di casa, nel paese di collina in cui andavamo d'estate, che un bel giorno sempre per fare le feste, ebbe la bella idea di saltarmi addosso pure lui, prendendomi la caviglia con la bocca e iniziano pure lui a sbarleccarmi. Si era solo un barboncino, ma io avevo ancora il trauma dell'altro cane e non la presi bene :P
Da allora per anni ho avuto paura dei cani, poi crescendo è passata, anche se ho comunque sempre paura e mi tengo lontana da cani di grossa taglia che non conosco...soprattutto quando girano senza guinzaglio.
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