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Cose dell'Altro Mondo
Una signora anziana che si spegne, dopo due complesse operazioni al cervello andate a buon fine e poi - ironia della sorte - un cancro ai polmoni scoperto per caso, che cresce velocissimo e la porta nella tomba nell'arco di due mesi.
Una camera ardente desolatamente vuota, perché i pochi parenti della donna, originaria dell'Istria ed arrivata in Italia negli anni Quaranta, si trovano ancora lontano, in Jugoslavia. Una figlia che ha già seppellito il padre, e che adesso, nel seppellire anche la madre mostra una durezza ed una quiete innaturali. Forzati, così come è forzato scherzare sulla morte della madre a tre giorni dal decesso, e come è forzato non voler entrare nella camera ardente ("mi da fastidio il profumo di fiori"). E senza una lacrima, senza un sospiro, conversa del più e del meno con i pochi convenuti, come se non stesse realmente seppellendo la donna che le ha dato la vita. Infermiere - colleghe della figlia a lutto - che raggiungono la camera ardente dell'ospedale attraversando la strada, il cortile, nei piedi ancora le ciabattine bianche con le quali torneranno nello sterilizzato reparto ad accudire i malati. Un ragazzino delle pompe funebri - i cui capelli dritti, pieni di gel, stridono con il completo nero di giacca e cravatta - che per poco non ci prova. Un cellulare che, al cimitero, suona - con Hips dont'lie come suoneria - nel bel mezzo della benedizione. Consolante sapere che non eravamo noi parenti a doverci imbarazzare per la mancanza: il cellulare era di quello dell'impresa di pompe funebri. (No, non il ragazzino; questo era adulto). Il cappellano dell'ospedale che non arriva per la benedizione, e non arriva perché non è stato avvisato, e non è stato avvisato perché il personale si è dimenticato, e intanto sarebbe anche carino partire, che diamine, al cimitero ci aspettano. E allora viene chiamato dalla corsia un povero medico innocente che casualmente per i fatti suoi ha preso i voti. E viene sbattuto nella camera mortuaria, con aria spaesata, il camice sporco addosso e lo stetoscopio al collo, con l'aria di non aver nemmeno capito cosa fare lì, ma gli danno un libretto e un po' di acqua benedetta e allora lui in fretta e furia benedice prima di scappare via. "Condoglianze, scusate, ma sopra abbiamo una emergenza, mi han chiamato qui, ma devo andare, scusate, condoglianze". E i parenti defunta che si lamentano ad alta voce per lo scarso savoir faire di lui. Un impressionante ingorgo di traffico per strada, così noi, sulla nostra macchina, diamo per scontato di essere arrivati al cimitero in estremo ritardo, certi di esserci ormai persi la cerimonia di addio al tempio crematorio. Ed entriamo di corsa al cimitero per poi scoprire dopo venti minuti di affannose ricerche che la salma è ancora a metà strada dall'ospedale, intrappolata a sua volta in un altro ingorgo stradale. Una vastissima folla di persone - un centinaio quantomeno - che ci precede, seguendo la bara di un defunto politico. E in quel corteo funebre c'è chi ride, chi si lamenta per l'ora che s'è fatta, chi controlla i messaggi sul suo cellulare, chi addiruttura ci parla, al cellulare, un po' in disparte. E di quel centinaio di persone, chissà quanti erano, a tenere veramente al caro estinto. La pie note di Hips don't lie che si uniscono al cordoglio per altre due volte, nel corso dei venti minuti di attesa per il nostro turno al tempio crematorio. E mentre aspetti, lungo il vialetto che conduce all'ingresso del tempio, alcune lapidi di cui il tempo ha reso quasi illeggibili le stesse incisioni. Un mazzolino di fiori appassiti e poi seccati al sole su una; vuoto totale, freddo, sulle altre che la circondano. Da sotto una fitta ragnatela che ricopre quasi l'intera lapide, mi sorride la fotografia di un ragazzino, allegro nella sua divisa militare. Nato negli anni venti, morto nel 1942: si chiamava Roberto, da quanto posso intuire. Ormai solo poche lettere restano sulla sua lapide, abbandonate dalle altre che il tempo ha cancellato. E se è possibile ancora intuire il nome, già il cognome e la precisa data di nascita sono avvolti dall'oblio. Ma è morto nel 1942, Roberto. Chissà se qualcuno, al mondo, conserva ancora vaga memoria di lui, anche solo per sentito dire. E poi, dietro di noi, un altro gruppetto arriva, a sua volta in attesa di poter accedere al tempio crematorio. E dietro ad una piccola bara bianca, un signore esita, barcolla, e, pallido, deve essere accompagnato a sedersi per non perdere i sensi; mentre una giovane donna, aggrappata all'uomo che la sostiene, scoppia in un pianto disperato. Scritto da Lucyette | commenti (4) (popup) | commenti (4) Commenti
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