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lunedì, 29 maggio 2006


Del Santo Graal, come è noto, si va alla ricerca. È però una ricerca ben difficile, anche perché nessuno, ancor oggi, ha ben capito cosa sia, in definitiva, questo famoso Graal.
Di libri, di romanzi, di film su questo argomento, ce ne sono fin troppi. E se fra questi troviamo autorevoli saggi storici ad opera di competenti studiosi, non mancano di certo, sul mercato, opere ispirate alle teorie di esoteristi, occultisti, adepti del new age e quant’altro: opere che, certamente, non contribuiscono a far luce su questo tema così discusso e così poco conosciuto.

'Parzival at the Grail Castle' - Ferdinand PilotyDi questo simbolo leggendario, in effetti, si sa veramente poco. L’unica cosa certa è forse la data di nascita del mito: la leggenda ha origine infatti nella seconda metà del XII secolo, quando Chrétien de Troyes, forse uno dei più grandi poeti del medioevo occidentale prima di Dante, inizia a comporre i suoi romanzi in versi nel vivace ambiente delle corti di Champagne e di Fiandra. È fra il 1181 e il 1190 che Chrétien si dedica alla sua ultima opera, Perceval, ou le Conte du graal, un romanzo incompiuto nel quale il lettore assiste, passo dopo passo, alla crescita e alla formazione del giovane Perceval, che diviene, attraverso vere e proprie tappe di iniziazione, il modello dei valori cavallereschi dell’epoca. E spetterà proprio a Perceval avere a che fare, nel corso del romanzo, con un misterioso “graal” che tanto ha dato da discutere agli studiosi del poeta. Lo stesso significato del termine Graal è in effetti, ancora ignoto: questo sostantivo non sembra infatti essere, per Chrétien, un nome proprio, e lo stesso romanzo sembra proporre non tanto la storia “del graal” quanto quella “di un generico graal”, seppur dotato di particolari proprietà. E probabilmente molti sorriderebbero, nel sapere che, nell’area in cui Chrétien operava, il termine “graal” era in uso da secoli, come nome comune utilizzato per indicare semplicissimi piatti, e ciotole da tutti i giorni.

È, effettivamente, solo coi successori di Chrétien che il mito assume un valore più elevato ed un carattere più nettamente cristiano. Già nel Duecento il poeta Robert de Boron componeva il suo Roman de l’Estoire du Graal, nel quale, lasciate da parte le atmosfere incantate del romanzo di Troyes, l’autore presenta un’opera ispirata a scritti evangelici apocrifi, e narra la vicenda di Giuseppe d’Arimatea e del suo presunto viaggio, intrapreso, alla morte di Cristo, alla volta dell’Inghilterra, per portare in quelle terre il calice utilizzato nel corso dell’Ultima Cena. E’ probabilmente questo il racconto che ha aperto la via alla grande avventura letteraria della ricerca del Graal, tanto cara  a Wagner, a Scott e ai preraffaelliti dell’Ottocento.

Ma ancora oggi questa antica leggenda appare attuale: ne è testimonianza il fatto che siano tuttora molta le comunità a vantare animatamente il possesso di questa reliquia. Se già i pellegrini dell’Alto Medio Evo segnalavano la presenza del calice dell’Ultima Cena nella chiesa della Resurrezione di Gerusalemme, la collocazione dell’oggetto si fa molto più incerta a partire dagli anni immediatamente successivi alla prima crociata. Fu proprio inIl Sacro Catino di Cesarea, conservato nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova quel momento, infatti, che diverse chiese europee presero a dichiarare di possedere il prezioso oggetto: è il caso, ad esempio, della cattedrale di Valencia, nella quale è ancora conservata una coppa dorata che la tradizione identifica come il calice dell’Ultima Cena, appunto. Ma i curiosi che volessero ammirare un altro presunto Graal non dovrebbero fare poi troppa strada: nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova è infatti conservato il “Sacro Catino di Cesarea”: un piatto vitreo, di forma esagonale, che la tradizione vuole essere stato portato a Genova da alcuni marinai di ritorno dalla Palestina. E, naturalmente, anche in questo caso sono state molte le voci a levarsi per identificare questo Catino con il leggendario recipiente utilizzato da Cristo, e tanto cercato nel corso dei secoli.

Insomma: esistono addirittura collocazioni diverse per una reliquia che di per se stessa ha dato il via a diversissime leggende e teorie. Basti pensare che c’è chi, nel corso degli anni, ha identificato il Graal con un meteorite caduto sulla Terra, un gioiello precipitato dal cielo assieme a Lucifero, un archetipo dell’inconscio, un libro scritto dal Cristo stesso, la Sacra Sindone addirittura, e persino un antico simbolo di fertilità: per non parlare poi delle tesi che stanno ottenendo tanto successo, ultimamente, nelle nostre librerie e nei nostri cinema. Una vera e propria babele di diverse opinioni, insomma, per lo più assurde e senza il benché minimo fondamento. Ancora oggi, a distanza di secoli dalla sua prima apparizione nel mondo letterario, questa misteriosa reliquia fa parlare di sé, destando un interesse e una curiosità  - e, diciamolo, una confusione - tali da aver portato qualcuno ad affermare, acutamente: “Che cosa sia il Graal, si sa: è qualcosa di cui non si sa né cosa sia, né se ci sia”.

Scritto da Lucyette | commenti (2) (popup) | commenti (2)
Commenti
#1   30 Maggio 2006 - 12:14
 
ooops mi aspettavo il test ahahah, beh dai avvertimi quando sarà :P

Intanto lascio un commento, ma per il post sotto a questo, che ho letto fino in fondo... e al di là dal mio intramontato amore per il ballo a cui mi ha fatto ripensare mi ha intenerita l'episodio dell'ospedale, anche perchè in un posto simile ho passato parecchi anni insieme ad un bambino, pregando più che altro... quindi so cosa possa aver significato per loro quello spettacolo e sono sicura di non sbagliare dicendoti che mai più nessuno al mondo, anche se tu avessi continuato a danzare, e fossi arrivata in alto, ti avrebbe regalato applausi e sorrisi più sinceri di quelli... credimi...^^
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#2   30 Maggio 2006 - 17:33
 
Tsk... eccoti il test: crudele e spietata istigatrice alla perdita di tempo! :P :P :P :P :P


Che bella anche la tua esperienza in ospedale... io, non so, gli ospedali pediatrici li evito in tutti i modi (oh cielo, evito gli ospedali in generale, potendo, eh! Ma quelli pediatrici mi fan proprio tristezza). Vedere tanti bambini e ragazzini malati, magari morenti nel fiore della vita, mi intristisce proprio. In effetti, come mi raccontava una ragazza che, sempre convinta del suo futuro da Pediatra, aveva cambiato idea sulla specializzazione da seguire dopo aver sperimentato qualche giorno la vita in un ospedale pediatrico, vedere un bambino che soffre e muore è doloroso.
Attualmente è decisa a studiare, appena sarà ora, per diventare Geriatra: "molto meno doloroso aiutare un anziano a spegnersi dignitosamente". E come darle torto?


Sicuramente... gli applausi sono stati i più sinceri, senza dubbio... ma anche i più graditi e soddisfacenti, per noi ;)

Che detto così sembra la frase finale della classica puntata natalizia dei telefilsm americani in cui tutti son più buoni fino a raggiungere livelli da melassa... ma, tant'è :P
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