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Perché "al Liceo Classico ci vanno solo quelli intelligenti"
Grande dramma di proporzioni inaudite, nella mia Hogwarts torinese: mai più la fiducia serpeggerà spensierata nei corridoi del mio ex-Liceo.
E’ accaduto – ascoltate, o miei lettori: ascoltate il nostro dramma – che il professore di Greco del ginnasio abbia fissato un compito in classe. Una traduzione dal Greco: un test importante, perché da quello dipenderà la media per i pagellini interpentamestrali che saranno a breve distribuiti. E’ accaduto che tre studenti vili e felloni, codardi e con la media del 5, siano riusciti chissà come a far irruzione nella sala professori il pomeriggio prima della verifica, aprendo il cassetto del docente e sbirciando furtivi il testo della versione dell’indomani. Si intitolava Grande vittoria di Artaserse, di Tucidide. Memorizzato il titolo e l’autore, i tre studenti vili e felloni lasciarono la scuola orgogliosi delle loro gesta, pronti per portare a termine il malefico piano. Così, contattarono la professoressa di Greco che dava loro ripetizioni, corrompendola con abbondanti dosi di banconote da 50 euro, e convincendola a tradurre per loro quella versione. Avevano paura di non riuscire a risalire al testo (rubarlo dalla sala professori sarebbe stato eccessivamente pericoloso), ma il Cielo era dalla loro parte e non ci furono problemi: la professoressa di ripetizioni possedeva l’opera omnia in fatto di eserciziari di Greco, e nel quarto indice consultato la trovarono. Era proprio lì, ammiccante e meravigliosa: Grande vittoria di Artaserse, da Tucidide: pagina 58, esercizio 3. La professoressa gliela tradusse, intascò l’abbondante dose di banconote, e raccomandò ai ragazzi di tornare per qualsiasi altro bisogno. I ragazzi promisero che sì, ossì se l’avrebbero fatto, e tornarono a casa, provvedendo a telefonare a tutti i loro compagni di scuola. E, a colpi di venti euro l’uno, vendettero a tutta la classe la traduzione per l’indomani. Fu una cosa appagante e meravigliosa, vedersi distribuire il compito e non dargli nemmeno una occhiata. Fu una cosa eccitante e libidinosa, fingere di leggiucchiare per due ore, e poi mettere in bella copia la traduzione acquistata per modica cifra. Fu una cosa da sballo e senza pari, consegnare il foglio protocollo e sapere di avergliela fatta, a quel gran bastardo del professore. Per quel gran bastardo del professore, invece, fu una cosa molto curiosa correggere i compiti in classe quel pomeriggio. Perché la versione che lui aveva distribuito iniziava con “l’esercito persiano del generale Megabizo si stagliava all’orizzonte”; in massa, invece, l’intera classe aveva tradotto: “il satrapo Arsame rese ai figli di Amirteo le terre che reclamavano”. Buffo. Soprattutto perché le cose non si sistemavano dopo quella prima riga: anzi, la versione che lui aveva distribuito seguiva una strada completamente diversa da quella che tutta la classe aveva tradotto, al punto tale che i due testi non avevano in comune nemmeno una singola parola (se non, forse, “grande vittoria” e “Artaserse”). Insomma: la mattina dopo, quando entrò in classe con la sua versione in una mano, e le venticinque traduzioni identiche nell’altra, il professore era più incuriosito che arrabbiato. Arrabbiati, invece, lo furono parecchio i ventidue (più tre) compagni di classe, quando si resero conto di aver speso venti euro per copiare la versione sbagliata. Perché anche sull’eserciziario della insegnante di ripetizioni c’era una versione di Tucidide intitolata “Grande vittoria di Artaserse”. Ma Artaserse, di grandi vittorie ne ha fatte più di una, e Tucidide le ha descritte tutte quante: il testo del compito in classe era completamente diverso dall’estratto proposto nel libro di versioni. Adesso, il vero dramma del Preside è trovare una punizione sufficientemente severa per questi venticinque dementi, mentre vorrebbe tanto andare da loro e ammettere che era da anni, che non rideva più così tanto. Scritto da Lucyette | commenti (8) (popup) | commenti (8) Commenti
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