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M'illumino di meno (e potessi illuminarmi di più...)
Nel Medio Evo, faceva notevolmente più caldo di adesso, alla faccia della odierna psicosi per il riscaldamento globale. Ad ogni modo, e comunque, ben vengano le iniziative come quelle della trasmissione Caterpillar su Rai Radio 2, che da anni, ogni anno, tutti i 15 Febbraio celebra la Giornata per il Risparmio Energetico.Che il Sindaco di Torino decida di spegnere le luci sulla Mole Antonelliana, o che la Confesercenti di Pavia esorti i ristoratori a servire esclusivamente cene a lume di candela, sinceramente, poco mi tange. Non sarà certo una serata alla luce del risparmio energetico a risolvere i problemi del pianeta: prendiamolo semmai come un gesto simbolico, o, ancor meglio, come l’occasione per riflettere su quanto le nostre vite siano ormai irrimediabilmente influenzate dalla tecnologia. Provate voi, a passare un’intera serata senza computer, senza televisione, senza telefono, senza forno a microonde, senza lampade accese, senza niente di tutto ciò. Per qualche ora può anche andar bene, ma alla lunga… “Ehi, Lucia! E tu partecipi alla Giornata del Risparmio Energetico?”, mi si chiedeva qualche giorno fa. “Ma non scherzare”, replicavo prontamente, e con buona dose di onestà intellettuale. “C’è ER su Rai Due: ma che, mi prendi in giro? E poi devo studiare: vuoi mettere, studiare al lume di una candela? Perdi tre diottrie a capitolo: no no, grazie, non sono mai stata un’ambientalista…”. Eppure, non mi ritenevo nemmeno una dipendente dalla tecnologia. Col cuore in gola e le lacrimucce facili, due giorni fa torno, ahimè, nella mia casuccia di Pavia. Con molta flemma, mi avvio a disfare le valige, svuotando la borsa da viaggio e lasciando cellulare, chiavi e portafoglio sul tavolo del salotto. Il cellulare trilla: bip, bip, bip. Non è una chiamata, ma l’avviso che la batteria si sta scaricando: sospiro rassegnata, e frugo nelle profondità del trolley alla ricerca del caricabatterie. E non lo trovo. Aggrotto le sopracciglia, cerco meglio, tiro fuori il sacchettino dove custodisco tutti gli aggeggi elettrici per proteggerli durante il viaggio. C’è il caricabatterie della videocamera, ci sono gli auricolari del lettore Mp3, c’è la prolunga che ho comprato a Torino nel negozio che ci fa sempre gli sconti… ma non c’è il caricabatterie del cellulare. Bip, bip, bip!, protesta il cellulare in tono piccato. Io gli lancio un’occhiata, lancio un’occhiata al trolley, e poi afferro il telefono cordless e chiamo casa. “Mamma? Mi fai un favore? Non è che vai in camera mia, a controllare sullo scaffale sopra il termosifone?”. “Sono lì”, risponde mia mamma. “Cosa ti serve?”. “Non è che ho dimenticato lì il caricabatterie del cellulare, per caso?”, domando lanciando sguardi colpevoli al mio telefonino. “Sì”, risponde mia mamma, annientando in un solo secondo tutte le mie speranze. Mi mordo le labbra, maledicendo la mia mania di fare le valige sempre all’ultimo momento. “Va beh… grazie”, sospiro. “Me ne comprerò uno nuovo, semmai: per fortuna che il cellulare lo uso pochissimo…”. Biiiiiiip!, gracchia, risentito, il mio telefonino. E poi si spegne, sprofondando in un offeso mutismo. Ti ho scritto un sms ieri sera, l’hai letto?, recita ieri mattina l’e-mail di un mio conoscente. Mi serve risposta entro stasera, per questa e quest’altra questione: ho provato a chiamarti, ma hai il cellulare spento: appena leggi questo messaggio, fatti sentire, per cortesia, perché è urgente. Ahio. Soffoco in una decina di secondi i sensi di colpa per aver creato tanti problemi a quel poveretto che abbisognava di una mia risposta: prendo in mano il telefono fisso, faccio per chiamarlo, e… inizio a sudare. Qual è il suo numero di telefono? Ce l’ho, certo: sulla rubrica del cellulare. “Ti prego, ti prego, ti prego, accenditi solo il tempo necessario per farmelo copiare su un foglio…”, sussurro in tono supplice al mio telefonino, che mi guarda in cagnesco e brontola qualcosa nel sonno, senza la minima intenzione di riprendersi anche solo per una manciata di secondi. “Ti prego, tipregotipregotiprego”, ripeto implorante, ma il telefono è impietoso. Non mi lascia nemmeno digitare la prima cifra del PIN, e si spegne fra le mie mani, con un ronzio vagamente risentito. Va bene. Pagine bianche. Esistono le pagine bianche. Andiamo a prendere le pagine bianche, ci sarà pur scritto il numero di telefono di casa di questo tizio. Già. Peccato che il numero di telefono di casa di questo tizio, sia riservato. Panico. Guardi il cellulare, guardi il computer, guardi il portafoglio, e alla fine prendi in mano la situazione. Ti vesti, e vai a comprare un nuovo caricabatterie. “Per che modello di cellulare?”, sorride la commessa dall’altra parte del bancone. “Per questo”, sorridi di rimando, allungandole il tuo cellulare in coma. La commessa sgrana gli occhi: “e che roba è st’affare?”. Sorridi timidamente: “un telefonino?”, azzardi a bassa voce. La commessa ti lancia un’occhiata schifata. “Sì, ma è vecchio!”. “Però funziona ancora bene”, ribatti molto sinceramente. “Non lo metto in dubbio”, mormora perplessa la commessa, “ma hanno smesso di produrre accessori per questa linea, credo, cinque o sei anni fa: un caricabatterie per questo catorcio, ormai, non lo trova nemmeno a pagarlo oro, signorina. Forse, a un mercatino delle pulci…”. “Come, no?”, sussurri smarrita. “E adesso cosa dovrei fare? Cambiare cellulare perché non fabbricano più i caricabatterie?”. La commessa sorride. “Se mi segue verso quest’ala del negozio”, replica incoraggiante, “posso mostrarle i modelli appena arrivati…”. “Cosa? No!”, rispondi in tono debolmente scandalizzato. “Questo funziona benissimo, e anche il caricabatterie funziona benissimo, è solo che l’ho dimenticato: non mi compro un telefono nuovo solo per questo!”. La commessa fa spallucce. “Beh, se le serve un cellulare…”. Iniziando ad avvertire un vago senso di disperazione, ti passi una mano fra i capelli. Devi dare una risposta al tizio, il tizio non ha il tuo numero di casa, tu non hai il numero del tizio, ma il tizio la risposta deve riceverla… “e quanto costa il cellulare più economico?”, ti senti scivolare fuori dalle labbra. La commessa sorride, trionfante. “Beh, ne abbiamo uno appena arrivato, ultimo modello, da 125 euro, che…”. “Niente ultimo modello”, la interrompi bruscamente, “a me ne serve uno per recuperare un numero in rubrica e fare una telefonata, potrei anche noleggiarlo. Quello più economico?”. “Beh” – e la commessa stringe le labbra in una espressione apertamente schifata – “saremmo attorno ai settanta euro, ma davvero, signorina, quel trabiccolo che si ostina a usare è out of…”. “Settanta euro? Ma io non li spendo, settanta euro, solo per il fatto che sono distratta e perdo le cose!”. La commessa ti guarda con una smorfia di compassione, e tu ne sei certa: in quel momento ti ha identificata come una zingara del campo nomadi, che non arriva neppure a mettere assieme i soldi per il pranzo. Per cui, ti sbatte fuori dal negozio, ché “se non vuole comperare, signorina, allora arrivederci, ho da servire altri clienti!”. Al che, torni a casa, con un cellulare defunto fra le mani. E il numero di quel tizio irreparabilmente chiuso lì dentro, perché “è tanto comoda la rubrica del telefonino, cosa me li vado a scrivere su carta, i numeri di telefono, eh?”. E, per lo stesso motivo, chiusi lì dentro anche tutti i numeri di telefono di coloro che avrebbero potuto metterti in contatto con il tale di cui sopra: “tanto, al giorno d’oggi, chi le usa più le agende con carta e inchiostro, ché poi rischi ancora di sbagliare a leggere, e digitare il numero di telefono sbagliato?”. E tu guardi il cellulare, e guardi i suoi tasti spenti e inanimati, e improvvisamente ti rendi conto di dipendere dalla tecnologia molto più di quanto tu non abbia mai immaginato. E realizzi che una serata senza corrente elettrica è proprio il meno: e che, in ogni caso, il tuo mondo non sarà mai capace di fare a meno delle comodità della tecnologia, per quanto dannose e inquinanti e letali. C’è niente da fare, è una battaglia persa dal principio. Scritto da Lucyette | commenti (14) (popup) | commenti (14) Commenti
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