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Storia di una storia d'amore
Fase numero uno: scegliere la preda
“Ehi… e di quella ragazza bassina, coi capelli neri e ricci, che mi dici? Eh?”. Per suoi i primi quindici giorni di vacanza, Guido aveva ripetuto pressappoco la stessa domanda, ad ogni ora del giorno e della notte, non appena riusciva a trovare un momento per chiacchierare privatamente con il suo amico Marco. Nuovo della località di villeggiatura, nuovo della compagnia di amici, Guido aveva passato le sue prime due settimane di vacanza ad annusare da lontano gli altri membri della combriccola. Marco, amico di più vecchia data, era la sua unica occasione per scambiare impressioni e confrontare opinioni sul resto della comitiva. E così, Guido aveva passato in solitudine la prima parte delle sue vacanze, ad occhieggiare di lontano i ragazzi e le ragazze del gruppo. Oh cielo: a dir la verità, aveva occhieggiato con maggiore attenzione le ragazze, piuttosto che i loro corrispondenti maschili. Nemmeno nei suoi sogni più nascosti avrebbe mai osato immaginare, fino a qualche anno prima, di trovarsi improvvisamente fra una massa di eteree fanciulle festanti, che ridevano e gioivano in presenza di giovani maschi, pienamente disinvolte nei loro completini intimi da spiaggia… com’è che li chiamavano? Bikini? Ad ogni modo, bikini o no, il sogno di ogni ventenne era diventato realtà: era il 1967, la rivoluzione sessuale bussava alle porte, e proprio non si poteva stare con le mani in mano, in quella estate così calda e così piena di ragazze straordinariamente carine. Straordinariamente carina a Guido ne sembrava una, soprattutto. Paola, vent’anni, capelli corti e ricci e un corpicino niente male. Single, da quanto aveva potuto capire; torinese, per di più, proprio come lui: guarda la casualità! Purtroppo, suo unico accesso ad attendibili informazioni su Paola era Marco, appunto: e Marco non doveva avere un’alta opinione della frizzante ragazzina. “Ah, guarda, lasciala perdere, quella”, aveva commentato in tono funereo la prima volta, “non fa per te: studia dalle suore e va solo coi Tedeschi”. Ma questo non era bastato a togliere a Guido il suo chiodo fisso. E per fortuna, verrebbe da aggiungere, dal momento che Paola ha sempre frequentato la Statale e non ha mai conosciuto un Tedesco in vita sua. Fase numero due: marcare il territorio A dir la verità, Marco non era l’unico ragazzo della compagnia che Guido conoscesse già da tempo. C’era anche Gianni: Gianni, il più fidato amico di Guido; Gianni, che fin dal primo giorno di scuola superiore aveva condiviso con lui speranze e delusioni. Ed anche infatuazioni, apparentemente: sì, perché Guido aveva notato con un certo disappunto attenzioni, diciamo così, particolari che nelle calde serate estive Gianni aveva rivolto alla bella Paola. “Amico mio, così non si può andare avanti” aveva commentato una volta Guido, affrontando l’argomento nella maniera più diretta possibile. “A me piace Paola, a te piace Paola: io voglio provarci con Paola, tu vuoi provarci con Paola. E’ evidente che questa situazione non è sostenibile: nella migliore delle ipotesi Paola ci schifa entrambi, nella peggiore delle ipotesi si mette con uno di noi due e la nostra amicizia è finita”. “Hai ragione” aveva assentito calorosamente Gianni, “me ne ero accorto anche io, ed hai perfettamente ragione: la situazione non è più sostenibile, non possiamo sacrificare la nostra amicizia per una stupida storiella estiva”. Al che, per Gianni e Guido si erano mostrate due poco allettanti alternative. La prima era quella di ritirarsi entrambe: un due di picche preventivo, autoinferto e comunitario, tanto per essere vicini anche nella sfortuna in amore. Però, cavoli, in fondo in fondo né Guido né Gianni avevano voglia di lasciar perdere la bella Paola solo per far piacere all’altro: e che, scherziamo? La seconda alternativa era quella di rinunciare definitivamente all’amicizia, e lasciare la parola a Paola - la quale, ben lungi dal civettare con entrambe, dava proprio l’idea di non aver manco subodorato l’interesse dei due. “Forse è un po’ tocca. Forse non ci arriva con la testa e noi stiamo buttando ai rovi la nostra amicizia per una che manco ci guarda”, aveva commentato Guido, una sera, in tono apprensivo. Gianni aveva annuito, con una occhiata preoccupata alla bella moretta sorridente, e poi aveva cominciato a rimuginare nuovamente su come risolvere la spiacevole situazione. Fase numero tre: il duello d’onore “Ho trovato la soluzione, Guido!” aveva strillato un giorno Gianni, facendosi incontro all’amico che arrivava in spiaggia. “E’ stato un colpo di genio: ho trovato come decidere a chi di noi due spetta Paola! E’ semplicissimo!”. “Wow! E che facciamo?” aveva domandato speranzoso Guido. “Ce la giochiamo a dadi!” era stata l’entusiastica risposta. “Come, prego?”. “Ma sì! Ce la giochiamo a dadi! Pensaci, è geniale!”. “…”. “Prendiamo due dadi. Ognuno di noi fa un tiro. Chi fa il numero più alto, se la prende. E se poi Paola non ci sta, subentra l’altro, ok?”. “Ma che… ti sei fumato qualcosa, Gianni?”. “Ma no! Pensaci! E’ geniale! Se nessuno di noi due si ritira, finiremo per litigare e perdere la nostra amicizia. Giusto?”. “Giusto”. “E se tutti e due ci ritiriamo, passeremo il resto della nostra vita a chiederci se valeva la pena scegliere l’amicizia e non l’amore. Giusto?”. “Boh… giusto”. “E se uno solo di noi due si ritira per far un piacere all’altro, fa la figura del pirla, giusto?”. “Giusto”. “E allora non ci sono soluzioni, se non lasciar scegliere al caso!”. Gianni parlava in tono ispirato, con espressione vagamente mistica nello sguardo. “Così, comunque vada, non sarà mai colpa dell’altro, ma solo del Fato: è il Destino che avrà voluto così. Giusto?”. “Boh… ehm, c’è una logica in tutto questo, sì”, aveva assentito Guido, incerto. E fu così che, il pomeriggio, Gianni e Guido entrarono in un bazar alla ricerca di due dadi. Poi, ritagliatisi un angolo di privacy nel caos della spiaggia, solennemente li tirarono. Gianni fece sette. Guido fece nove. Fase numero quattro: il corteggiamento Fai regali a una donna, e te la terrai stretta per tutta la vita. Così Guido aveva letto da qualche parte, e così aveva deciso di fare, mettendo in pratica ogni valido suggerimento per tenere stretta a sé la bella moretta, rapidamente capitolata davanti alle sue insistenze. Solo che Guido non si intendeva di fiori, cioccolatini o articoli di bigiotteria, per cui aveva ripiegato su altro tipo di regalo: polipi morti. Da quando avevano fatto il loro ingresso nella compagnia due giovani trentini, scesi dai monti con rete e fiocina per darsi alla caccia al polipo, tutti i maschi del gruppo erano stati pervasi da un improvviso interesse per la pratica venatoria. Guido, poi, aveva scoperto di essere particolarmente bravo nella caccia ai polpi, e tutte le volte che ne pescava uno lo consegnava, vittorioso, alla sua bella, in segno di potenza e supremazia virile. Il dettaglio è che a Paola tutti quei polipi morti del suo ragazzo facevano anche un po’ schifo. Erano sanguinolenti e perdevano interiora: lei se li doveva mettere in una borsetta e farsi a piedi tutto il lungomare, con un cadavere di polipo in spalla che iniziava a puzzare, sotto al sole. Poi doveva andare a casa – lei, che era l’unica a non alloggiare in un albergo – e cucinarli, per tutti gli amici; e poi di sera doveva di nuovo partire, con il suo polipo morto e cotto che sguattava in una pentola, e riattraversarsi tutto il lungomare per mangiare il polipo con Guido, sulla spiaggia. Per di più, a Paola il polipo aveva sempre fatto schifo, indipendentemente dal fatto che le perdesse o meno budella nella borsetta. Però Paola era timida e beneducata, e per buona educazione continuò a sopportare il calvario del polipo per tutti i cinque anni di fidanzamento, producendosi in grida estatiche tutte le volte che Guido le piazzava in mano un’altra bestia morta. Fase numero cinque: chiedere la mano Chiedere la mano di una ragazza non è mai cosa semplice: e Guido, giunto a quel punto, aveva intenzione di essere il più possibile franco e diretto, con il futuro suocero. Era così entrato nella gioielleria del papà di Paola, dirigendosi deciso al bancone ed esclamando: “Buongiorno, signore! Sì, sono Guido, il ragazzo di sua figlia. Ecco, sì, grazie, tutto bene, è proprio a proposito di questo che le volevo parlare. Vede, io avrei intenzione di sposare sua figlia. E adesso c’è quella seccatura dell’anello di fidanzamento, sa, quelle consuetudini, ma le ragazze ci sono tanto affezionate, e così bisogna fare anche questo, ma guardi un po’. Ecco, per cui le volevo chiedere se poteva darmi un anello per sua figlia, visto che io non ho idea di che misura porti. E possibilmente anche un anello che magari le piaccia, non so, se magari Paola aveva detto ‘uh, che carino questo modello’, ecco, cose così, perché figuriamoci se io adesso bado a queste cose come gli anelli… Ecco, e poi ovviamente un anello economico, ecco, allora se lei ci pensa e poi cortesemente mi fa sapere... anzi, guardi, scelga pure lei e me lo impacchetti direttamente con uno di quei suoi pacchettini regalo artistici, ché mi fido del suo giudizio, grazie e arrivederci, ci sentiamo, eh?”. Fase numero sei: il vestito da sposa La tradizione vuole che la sposa custodisca segretamente il suo lungo e vaporoso abito bianco, dando la vita piuttosto che mostrare il suo vestito allo sposo prima del fatidico giorno. Paola e Guido, a scegliere l’abito da sposa, ci andarono insieme. E scelsero – o, perlomeno, Paola scelse – un lungo abito giallo. Acceso. “E che è ‘sto schifo?” aveva commentato Guido orripilato, fissando sconvolto il vestito che Paola entusiasticamente teneva in mano. “Il vestito con il quale ti sposerò. Prendere o lasciare” aveva risposto Paola, con una decisione degna delle migliori femministe anni Settanta. “Prendo, prendo” aveva sospirato Guido, “ma è ributtante. Per di più, con quel cespuglio che ti ritrovi in testa… oddio che orrore, dovrò farmi bendare per non scappare appena ti vedo con quel coso addosso, all’altare”. Sì, perché, nell’età dei figli dei fiori, al posto del velo le spose coprivano il capo con un cappellino di fiori di plastica. Intrecciati con nastri giallo canarino. Fase numero sette: i regali di nozze … e in particolar modo, la camera da letto, il cui mobilio era stato assicurato come speciale dono da parte del padre della sposa. I due fidanzatini, girando per tutti i mobilifici di Torino e dintorni, avevano alfine preso la decisione: una graziosa camera da letto in legno di betulla, mobili leggeri e dalla linea vagamente ottocentesca, romantica senza esagerare. Una volta informato il padre-suocero della decisione, si videro recapitare a casa una enorme camera da letto in legno di mogano, in perfetto stile anni Settanta, ingombrante, lineare, squadrato. “Papà… che cos’è questa… questa cosa?” aveva sussurrato debolmente Paola tornando a casa, quella sera. “La vostra camera da letto!” aveva esclamato serafico il padre. “Quella che avevate scelto era una mezza schifezza. A parte i gusti, su cui non discuto, si vedeva subito che si sarebbe rovinata di lì a pochi anni: troppo leggera, e poi costava troppo poco: il padre della sposa non può mica spendere così poco per il matrimonio di sua figlia! Questa camera da letto invece sarà perfetta: vi piace?”. No, a Guido e Paola non piaceva proprio per niente – effettivamente, il papà di Paola difficilmente avrebbe potuto trovare in circolazione una camera da letto più brutta. Fase numero otto: il viaggio di nozze “Oh, Guido… io adoro la Calabria: Locri, Sibari, Scolacium, Tropea, e poi Reggio, e il suo lungomare… ti prego, andiamo in Calabria!”. “Hm, ma io avevo letto di una offerta interessante, due settimane nel delta del Po, con soggiorno nelle cascine locali e possibilità di prendere parte alle battute di caccia, non sarebbe…?”. “No, ti prego. Basta polipi morti, basta bestie morte, almeno in luna di miele” aveva sussurrato Paola con un gemito. E Guido aveva fatto spallucce: “Va beh. Allora una settimana in montagna? Sulle Alpi, a sciare?”. “Ma io non so sciare, Guido”. “E va beh, ci sono dei corsi, impari!”. “Ma io non voglio imparare in luna di miele, Guido. Io voglio andare in Calabria”. “E va beh. Andiamo in Calabria, allora”. “In campeggio”. “In campeggio? Ma che, sei scema? Vuoi andare in luna di miele in campeggio?”. “Sì, perché no?”. “Coi bacherozzi che ti entrano da sotto il materassino?”. “Beh, cerchiamo un posto pulito…”. “Con i turni per andare al bagno o fare la doccia?”. “Ma così almeno risparmiamo i soldi dell’albergo!”. “Ma col cavolo che risparmio i soldi dell’albergo per il mio viaggio di nozze, ma piuttosto lo faccio dalla chiesa a casa nostra, il viaggio di nozze!”. E così si decise di prenotare un hotel a cinque stelle in Calabria. Fase numero nove: il viaggio di nozze, parte seconda (Ovvero: Cara, adesso ti mostro chi porta i pantaloni) “Ah. Ehm. Paola. Ti devo dire una cosa, ecco”. A Paola, quel tono e quelle parole, a una settimana esatta dal matrimonio, avevano fatto prendere un colpo. Guido stava fissando il piatto del ristorante con aria contrita, tormentandosi le mani e parlando in tono da funerale. “Riguarda… il viaggio di nozze, Paola” aveva sussurrato. “Ho prenotato allo Stelvio”. Per poco Paola non si è soffocata con il vino che stava sorseggiando. “Ma lo Stelvio non è in Calabria, amore” aveva osservato debolmente. “Lo so. Lo so” aveva ammesso Guido, fissando con estremo interesse le punte dei suoi piedi. “Ma è che in Calabria non c’era più posto per quei giorni. E poi, insomma, a me non è mai piaciuta la Calabria, cosa ci andavamo a fare in Calabria, lo Stelvio è molto più bello!”. “Lo Stelvio è in montagna, Guido” aveva sillabato Paola, il cui tono stava rapidamente mutando da sconcertato a assassino. “Io mi sono fatta tutto il guardaroba nuovo apposta per il viaggio di nozze: bikini, sandali, parasole, sai, tutte quelle cose che mi sarebbero servite per essere carina sulle spiagge della Calabria!”. “Beh… con una buona crema solare potresti prendere il sole in bikini anche sullo Stelvio… ehm… mentre io sono, ehm, a sciare, e, ehm… non mi guardare con quella faccia Paola, ehm, e, ecco, rimetti a posto il coltello, ehm, davvero in Calabria non c’era più posto nella seconda metà di settembre, e comunque, ehm, ti divertirai anche sullo Stelvio, ehm, e poi ci sono io, ehm, e non è questo che conta?”. La seccatura è che a una settimana dal matrimonio gli inviti sono già stati spediti, pensò Paola: poi ci si mette in situazioni imbarazzanti, a disdire tutto all’ultimo momento. Fase numero dieci: il matrimonio Dopo cinque anni di fidanzamento, Paola conosceva il suo pollo: Guido era una di quelle persone che non riescono ad essere puntuali nemmeno se da quello dipende la loro vita. L’aveva intuito quando, al primo appuntamento, Guido si era presentato, con nochalance, venti minuti dopo il previsto. Ne aveva avuto conferma in quel pomeriggio nel quale aveva dovuto aspettare il fidanzato per un’ora e un quarto, ferma come una cretina in Piazza Castello. E così, aveva deciso di prendere di petto la situazione. Giacché non aveva nessuna voglia di fare la figura della povera scema che aspetta il marito davanti alla chiesa, Paola aveva deciso: sarebbe arrivata in ritardo al suo matrimonio. In ritardo di un quarto d’ora, per prevenire i ritardi altrui. Quando è scesa dalla sua macchina bianca adornata a festa, tutti erano sul sagrato ad attenderla. Lo sposo, leggermente accaldato e rosso in volto (eh, l’emozione…) manifestava la sua tensione in tutti i modi, a partire dal fiato grosso che inutilmente cercava di far cessare. Emozionato proprio come se avesse appena fatto una corsa, guarda che carino... Solo a cose fatte, quando ormai era già diventata signora, Paola seppe la verità: che Guido era arrivato in chiesa circa trenta secondi prima del suo arrivo, spalancando la portiera della macchina ancora in corsa e precipitandosi in chiesa urlando: “Mi uccide, questa è la volta che mi uccide: lo sento, che mi uccide!”. E invece, oggi son trentacinque anni che sono sposati... Scritto da Lucyette | commenti (5) (popup) | commenti (5) Commenti
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