lunedì, 12 maggio 2008

... e il Sadico Mostro dello Scaldabagno

 

C’è stato un momento in cui ho seriamente iniziato ad avere paura.
Gli elfi domestici, i domestici impiccioni, i negozi di nani, i mostri del lavello… va tutto bene, anzi, va tutto benissimo, fintanto che sei consapevole che non esistono davvero. Fintanto che ti rendi conto che la tua casa è infestata, sì, ma da gnometti di resina. Fintanto che vai a dormire la notte e non temi una aggressione soprannaturale durante il sonno.

Però, c’è stato un momento in cui ho iniziato a preoccuparmi seriamente. Perché non c’era un' altra spiegazione logica: il mio scaldabagno era posseduto. Letteralmente.
Il mio scaldabagno, nella casa nuova, funziona a gas – e, fin dal giorno del mio trasloco, con me ha avuto un rapporto piuttosto conflittuale. Per accenderlo bisogna aprire il gas, sollevare una leva, far scattare la scintilla, aspettare che la fiamma prenda piede… una operazione relativamente complessa, insomma, che non sempre a me riusciva. Talvolta il mio scaldabagno si ostinava a non accendersi, ma tendenzialmente capitolava dopo una decina di tentativi. E così, noi due avevamo instaurato un rapporto di pacifica convivenza.

Se non che, a un certo punto, lo scaldabagno non s’è acceso più.
Nulla. Proprio il nulla. Decine di tentativi andati a vuoto, e quindi ho preso la garanzia e ho fatto venire il tecnico, da Milano.
Il tecnico è arrivato, si è appiattito sullo scaldabagno per controllarne il retro, poi ha provato ad accenderlo… e quel maledetto infingardo si è acceso. Il tecnico mi ha guardata malissimo, mi ha fatto pagare il viaggio e la benzina, e se n’è andato.
Peccato che, quando due ore dopo ho provato a farmi la doccia, lo scaldabagno, di nuovo, non s’è più acceso.

Dieci, venti, trenta tentativi andati a vuoto: un giorno, due giorni senza potermi fare il bagno, e così ho richiamato il tecnico. “Senta, non so come sia possibile, ma appena Lei è andato via il boiler ha smesso di funzionare…”.
Il tecnico ha varcato la soglia di casa mia con aria di sufficienza; è andato a guardare lo scaldabagno, ci si è appiattito sopra per controllargli il retro, ha provato ad accenderlo, e lo scaldabagno si è acceso.
L’ho pagato, se n’è andato, e lo scaldabagno è tornato in coma.

A quel punto, ho iniziato ad avvertire un vago senso d'ansia. E, visto che ero davvero molto stressata per il non poter di nuovo fare la doccia, ho insultato lo scaldabagno (ehm), e gli ho pure dato uno schiaffo.
Lo scaldabagno – vi giuro – ha risposto dandomi la scossa.

Pur conscia dell’assurdità del pensiero, ho iniziato a temere che il mio scaldabagno fosse un essere senziente, con una spiccata avversione nei miei confronti. Il tecnico è venuto un’altra volta, l’ha guardato, lo scaldabagno si è acceso, e il pover’uomo mi ha comprensibilmente insultata: come da copione, poi se n’è andato, e il boiler ha smesso di funzionare.

Il giorno dopo, io stavo poco bene ma dovevo assolutamente farmi una doccia: fuori il vento tirava, il termometro era sceso in picchiata, ed è stato particolarmente drammatico farsi una doccia fredda. Più che fredda, insomma, era veramente gelata: roba da farmi girar coi brividi per tre ore.
Disperata, non ce l’ho più fatta: sono andata davanti allo scaldabagno e ho iniziato a dirgliene di tutti i colori, complice la febbre e la mia acclarata esasperazione. A un certo punto non ci ho più visto, gli ho dato un pugno nel bel mezzo della struttura… e lo scaldabagno ha fatto bzz. In tono inequivocabilmente malvagio. E si è acceso.
Per poi rispegnersi quando io ero di nuovo sotto la doccia, febbricitante e insaponata, e certa di potermi godere una doccia calda come la più calda dele docce dei miei sogni.

“La prego, la prego, la prego, mi deve aiutare”, ho singhiozzato al telefono tre ore più tardi, mentre dall’altro capo della cornetta il tecnico iniziava probabilmente a sentirsi perseguitato da una psicotica pericolosa. “Non so cosa fare, lei ora penserà che io sia matta, ma le giuro che il mio boiler mi fa i dispetti, si accende solo quando c’è lei, io non ce la faccio più  a fare la doccia fredda, mi deve aiutare! Cosa faccio?”.
“Si trova un altro tecnico”, ha risposto imperturbabile l’uomo, “o chiama un esorcista”. E ha riattaccato.
… e, per quanto io reputassi francamente improbabile la presenza di Satana nel mio scaldabagno, giuro che stavo iniziando a immaginare cause paranormali. Forse c’era uno strano campo magnetico nella mia casa? Forse ero causa inconsapevole di un fenomeno di poltergeist? Forse la solitudine mi stava facendo impazzire, e immaginavo nella mia testa una improbabile lotta con un boiler assassino?

Meriterei di entrare a buon diritto nel CICAP, anche solo per aver cercato sulle pagine gialle un altro tecnico e non un santone.
E, ultima fonte delle mie ormai deboli speranze, l’altro tecnico è arrivato. Ha controllato il retro dello scaldabagno. E lo scaldabagno si è acceso.
“La prego, la prego, la prego”, ho singhiozzato nel terrore: “la prego, controlli meglio, perché io so che se Lei se ne andrà in questo momento, subito dopo il boiler smetterà di funzionare. La prego, la prego, la prego, faccia qualcosa, le pago un doppio onorario!”.

Il tecnico ha sollevato le sopracciglia, io l’ho guardato implorante, e alla fine lui ha svitato la copertura del boiler.
Scoprendo che si era scollegato il filo che portava la corrente dal piezoelettrico.
Siccome questo filo, però, si era scollegato solo parzialmente, bastava poco per fargli rifare contatto: ad esempio, schiacciare leggermente la struttura per controllare il retro dello scaldabagno. Oppure, dargli un pugno e casualmente farlo tornare in sede – almeno per qualche minuto, giusto il tempo per tornare sotto la doccia e insaponarsi, e per lasciare alla forza di gravità di fare il suo corso.

C’è chi, alla incredibile notizia, ha rischiato la crisi di pianto per la gioia e la commozione: allora la sua casa non era infestata! Allora lo scaldabagno sarebbe tornato a funzionare, presto!
C’è chi, alla incredibile notizia, ha rischiato la crisi di risate isteriche, e non si è nemmeno fatto pagare il servizio: quella scenetta valeva più del noleggio di un film comico!

C’è chi, per un mese, ha goduto del ritrovato privilegio di una doccia calda, come non credeva che si potesse mai godere.



… e c’è chi, dopo un mese, si rende conto che il suo scaldabagno non si accende di nuovo. E stavolta, lo giuro, tutti i fili sono collegati.


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domenica, 11 maggio 2008

Ritrovare un'Amica Ritrovata: altro che Avvincini!

 

L'Amica Ritrovata si è di molto intimorita, quando è entrata per la prima volta nella mia cucina.
L'hanno grandemente spaventata, le minacciose grinfie di Otlevs, il mio Terribile Mostro del Lavello.







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sabato, 10 maggio 2008

Ritrovare un'Amica Ritrovata: Mefitica Insalata

 

“Compra da mangiare per Ginevra! Mi raccomando, compra da mangiare per Ginevra!”, aveva iniziato a raccomandarsi mia mamma, due settimane prima dell’arrivo dell’Amica Ritrovata. “Tu mangi poco, e semplice, ma lo sai che lei è una di bocca buona! Mica puoi costringerla a mangiare pasta in bianco per una settimana!”.
Il che, per carità, è anche vero.
Così, qualche giorno prima del suo arrivo, sono andata a fare la spesa.
E ho comprato una bella confezione di pomodori (che non sono stati toccati).
E due pacchetti di mele rosse (che non sono state toccate, e per di più sono pure cattive).
E poi… e poi, beh, ho avuto il secondo colpo di genio.
Le ho viste, lì, che mi sorridevano, dall’espositore.
E, piena di fiducia, le ho prese.
Le due insalate di riso precotte più promettenti della mia intera vita.
Tonno, olive, piselli, carote, e altre varie verdurine. Un piatto saporito e leggero al contempo, prometteva l’etichetta, con un equilibrato apporto di sostanze nutritive, e pronto da gustare in ogni situazione. Fresco, genuino, delicato: proprio l’ideale, per un caldo inizio di primavera, e per due Amiche troppo impegnate a Ritrovarsi per sprecar tempo dietro alla cucina.
Insomma: ho preso le insalate, le ho messe in frigo, e un bel giorno le ho servite in tavola a una fiduciosa e festante Amica.

Erano…

Beh, in realtà è difficile, definire una certa esperienza a parole. Si può dire a ragione che quelle due insalate rientrassero a buon diritto nel campo dell’ineffabile, a patto che si privi il termine delle tradizionali connotazioni sentimentali e di lode.

Erano…

Erano due insalate brucianti, nel senso che al primo boccone un liquido infuocato è sceso, inatteso, giù per la mia gola: nulla di male, se non fosse che fra gli ingredienti non c’era il peperoncino.
Erano due insalate radioattive, nel senso che una vischiosa bavetta grigia esplodeva in tante piccole bollicine, nel fondo del piatto cavo.
Erano due insalate sovrannaturali, nel senso che lo chef che le aveva preparate era riuscito in un’impresa più unica che rara: far scuocere un riso al dente. Nel senso che il riso era visibilmente scotto all’esterno, e inspiegabilmente crudo all’interno, provocando un curioso seguito di croc e splat durante la masticazione.
Ed erano, soprattutto, due insalate insane. Alla terza forchettata mi ha colto un vago senso di nausea; alla decima, avevo letteralmente i conati. L’Amica Ritrovata non era da meno.

Eppure, se qualcuno del Sermig mi sta leggendo, sappia che il suo progetto ha raggiunto vette di efficacia del tutto inaspettate. Con l’Amica Ritrovata, avevamo appena finito di discutere del Pranzo dei Popoli, e non ci siamo sentite di cestinare quell’insalata di riso obbrobriosa, e potenzialmente letale.
Oh cielo, io credo fermamente che persino gli affamati dello Zimbabwe l'avrebbero schifata, ma noi abbiamo vuotato il piatto, con fermo eroismo. E anche con lo stomaco in rivolta, e gli occhi che lacrimavano vistosamente – non per disperazione, ma per pura reazione fisiologica alla massiccia immissione di sostanze allergogene.

“Ora che tutto questo è finito”, ha mormorato stanca l’Amica Ritrovata, deglutendo l’ultimo boccone e bevendo per dimenticare, “voglio un po’ vedere quali sono gli ingredienti. Per capire che schifezze ci siamo mangiate”.

Così, recupera la confezione, e legge.

Riso, tonno, olive, capperi, zucchine, peperoni, colla di guar, carciofi, mais…
Colla di guar? E che è, la colla di guar?
“Lucia, scusa, posso usare un attimo il tuo computer? Cerco su Google una cosa…”.

E, dopo trenta secondi, dalla mia camera sorge, inquietante, una lunga risata.
Un riso isterico, sinistro, che fa correre i brividi giù per la schiena: il riso di una psicotica, forse, il riso di un’omicida seriale che ha appena sventrato la sua ultima vittima…

“Lucia! Vieni! Vieni a vedere cos’abbiamo mangiato!”.
E, fra le risate consulte e insane, l’Amica Ritrovata mi indica l’ineluttabile responso di Google:

Addensante alla diossina: allarme in Europa, silenzio in Italia. A essere contaminato da questa sostanza pericolosa, cancerogena e dannosa per il feto, è un additivo addensante, il guar gum (E412), proveniente dall'India e importato in tutta Europa da un'unica azienda.





Si sappia che, se morirò di cancro, la colpa sarà del Pranzo dei Popoli.


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venerdì, 09 maggio 2008

Ritrovare un'Amica Ritrovata: il Colpo di Genio

 

Per cinque anni, sono stata circondata dai Principi Azzurri: dopo tutto questo tempo, vuoi che non vengano anche a me manie da Principessina?

Per cui, se bisogna uscire, vestiamoci bene. E mettiamoci quella graziosa camicetta bianca e verde.
E poi, se bisogna uscire, prepariamoci a dovere. E profumiamoci col latte per il corpo che sa di zucchero a velo.
E poi, se bisogna uscire, facciamo una bella passeggiata, e l’Amica Ritrovata portiamola a spasso in un luogo ameno et scenografico. Che so, ad esempio le rive di un fiume.

Profumata di dolce. Vestita di verde. Su un corso d’acqua. Nella Pianura Padana.

Sarò anche una Principessina Idiota, ma io me le prendo, le responsabilità delle mie azioni.
Non mi sto mica lamentando, per i ventisette (27) ponfi violacei, a ricordarmi dove le affamate zanzare hanno allegramente pasteggiato.


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mercoledì, 07 maggio 2008

Capitolazione del Classicismo

 

E’ alto, biondo, e probabilmente crede di essere il centro dell’universo.
E’ pieno di sé, fasciato in vestiti firmati, ed è finito davanti alla sede delle Facoltà Umanistiche per non si sa quale motivo – forse, solo per insultare chi ci studia abitualmente.
Ha la faccia da schiaffi e l’aria di vantarsene: e, ovviamente, visto che tu sei una calamita per bislacchi e scocciatori, ti vede uscire dalla lezione di Latino e ti abbrinchia.
Ti segue per mezzo palazzo, blaterando sull’inutilità delle facoltà umanistiche, e non la molla nemmeno se lo ignori platealmente.
Ti segue fino alla fermata del bus, e continua a criticare quegli idioti che nella vita vogliono fare i letterati, assicurando che “a scrivere quelle cretinate di Petrarca non ci va mica niente” (ipse dixit).
Ti segue sopra l’autobus, sproloquiando sugli umanisti che si crogiolano nella loro dotta ignoranza, rifiutandosi di portare avanti lo sviluppo umano.
Non ti molla per un secondo, e ti sciorina la ricerca sulle staminali, la cura per l’AIDS, la fecondazione assistita, la lotta contro il cancro: lui certe cose le studia, lui sì certe cose le porta avanti! Lui salverà vite umane, io dove andrò a finire con le mie inutili carte?
Quando la situazione inizia a farsi non più sostenibile, per evitare di prenderlo a cazzotti inspiri e inizi a dialogarci, anche se questo ha la spiacevole tendenza a darti sopra e a tirare in ballo “lo scandalo del referendum sulla legge 40” (ipse dixit).
“Guarda, abbiamo visioni del mondo leggermente diverse”, tagli corto iniziando a perdere la pazienza, “se per trovare la cura al Parkinson vuoi ammazzare migliaia di bambini”.
“Ecco!”, s’infervora lui additandoti come se fossi un’appestata: “sono quelli che ragionano così, la causa di tutti i mali dell’Italia: non volete osare! Eppure lo dicevano anche i vostri adorati latini, no?”.
Silenzio.
“Cosa? Ammazza i tuoi figli sul monte Taigeto?”, azzardi timidamente.
“No! AH! Cinque anni persi sui tuoi stupidi libri, e poi non sai nemmeno la tua materia! Stupida, ottusa, e pure ignorante!”.
Ti guarda, solleva le spalle, tira in fuori i pettorali. E poi, da vero uomo di cultura, lui sì che ti illumina:


Audacios fortuna iuve!”.




O forse era “Juve”, come la Juventus?


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lunedì, 05 maggio 2008

Ritrovare un'Amica Ritrovata: Memento

 

In visita a Pavia, l'Amica Ritrovata ha ovviamente fatto la turista.
E così, fra una chiacchiera e una passeggiata, le due amiche felicissime di ritrovarsi sono andate in visita alla Certosa, meraviglioso monastero quattrocentesco donato all'Ordine Certosino dai Visconti Signori di Pavia.

La Certosa è qualcosa di veramente meraviglioso, che ogni residente in Lombardia dovrebbe visitare. La Certosa è qualcosa che emoziona gli appassionati d'arte, ritempra gli animi di chi crede, e a due appassionate di Harry Potter fa persino ricordare i cortili ordinati della scuola di magia.
La Certosa vale davvero la pena di una visita, ma su questo dovete purtroppo credermi sulla parola. Anche la più incallita delle fotografe si piega al rispetto dei luoghi sacri, e con la sua modesta macchinetta digitale non osa andare oltre la modalità "senza rumore e senza flash".

Insomma: dei quasi cento scatti di quel pomeriggio meraviglioso, uno solo, per una fortunata coincidenza astrale, è uscito in maniera accettabile.



Indovinate un po' quale?







Chissà perché, ma a me la cosa non stupisce per niente.


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domenica, 04 maggio 2008

Ritrovare un'Amica Ritrovata: Incipit

 

Dopo tanta lontananza, dopo tanti silenzi, dopo tanta nostalgia… l’Amica Ritrovata è qui.
E’ arrivata il primo maggio, approfittando della bella stagione e del periodo vacanziero per fare la turista a Pavia e reincontrare finalmente la sottoscritta.
E’ arrivata il primo maggio, col treno, in diretta dal Profondo Veneto; e la premurosa anfitriona lombarda è andata, ovviamente, a raccattarla alla stazione.
E ci è andata partendo con un certo anticipo, perché era una bella giornata di sole e nulla escludeva di scendere dal bus a un certo punto, e fare a piedi il resto del percorso.
E ci è andata partendo con un certo anticipo, perché la sottoscritta è paranoica e abituata ai disservizi dei pullman torinesi, e mette sempre in conto un eventuale ritardo, un incidente in mezzo alla strada, un autista che viaggia alla velocità di una lumaca.
E ci è andata partendo con un certo anticipo, soprattutto, perché la sottoscritta è zoppa, e quel giorno la caviglia malandata le duole più del solito. Antidolorifici a gogò non sono mai carini: per cui perché sforzarsi, quando puoi fare la strada con tutta calma, a passo lento e controllato?

Orbene, la sottoscritta arriva alla fermata del bus, si siede sulla panchina, e aspetta.
E aspetta, e aspetta, e aspetta.
Il pullman delle 10:50 è notevolmente in ritardo; il pullman delle 11:09, anche.
La sottoscritta comincia ad essere irritata e vagamente inquieta: meno male che è previdente, e che ha ancora tutto il tempo per prendere la corsa successiva…
Se non che, davanti alla fermata, arriva un vecchio a cavallo di una bicicletta. E guarda la sottoscritta, e le sorride con un ghigno inquietante. “Che è, una turista, lei?”, ridacchia.
“No, perché?”, domanda la sottoscritta, già sufficientemente irritata per i fatti suoi.
E lì, la sottoscritta, non turista ma comunque proveniente da città evolute, e non da centri del Terzo Mondo quali, evidentemente, Pavia, fa l’amara scoperta.
“E che, allora non lo sa che il primo maggio non passano i mezzi pubblici?”, si spancia il vecchiaccio, decisamente divertito.

Panico.
E poi, inesorabile, l’unica praticabile soluzione, visto che i taxi sono tutti occupati.
Correre.

Corri, corri, corri; corri e attraversa il Borgo.
Corri, corri, corri; corri oltre il Ponte Coperto.
Corri, corri, corri; corri per Strada Nuova.
Corri, corri, corri; corri e la strada è in salita.
Corri, corri, corri; corri, alla stazione.
Corri, corri, corri; corri con tacchi e borsetta.
Corri, corri, corri; corri anche da zoppa.
Corri, corri, corri; corri ed arrivi in stazione.

E lì ti pieghi in due, con la milza che scoppia, la caviglia gonfia che implora pietà, i polmoni che bruciano e il respiro corto che non riesci a controllare.
E lì ti rendi conto che hai fatto in venti minuti una strada che normalmente, a piedi, fai in quarantacinque; e non sai se ridere o se piangere, ma nel dubbio non fai niente di tutto ciò e cerchi sul tabellone degli arrivi il binario di quel maledetto treno, tirando accidenti alla povera Amica Ritrovata che nulla può e nulla sapeva.

E poi, mentre ti gira la testa, e ti aggrappi al mancorrente, e zoppichi in maniera plateale verso il binario numero 4, nella tua borsa il cellulare trilla. Ed è un sms dell’Amica Ritrovata.


Eccomi! Sto per arrivare, ma il treno viaggia con due minuti di ritardo. Se magari non sei ancora in stazione, fai pure con molta calma.


E in quel preciso momento, ho saputo che l’Amica Ritrovata non sarebbe uscita viva dalla mia casa.


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