mercoledì, 30 aprile 2008

Motu proprio

 

Biblioteca. Interno giorno.
Ticchetto tranquillamente sulla tastiera del computer, quando, inaspettato, squilla il telefono.
“Pronto?”.
“Pronto! Sei Lucia? Stiamo cercando dappertutto il Bibliotecario Ufficiale, ma non riusciamo a trovarlo… c’è qui in portineria il rappresentante di una casa editrice, possiamo mandarlo su da te?”.
“Ehm… sì sì, prego…”.
Istante di panico. Nei sessanta secondi circa che mi separano dall’arrivo del rappresentante, controllo di essere anche solo vagamente presentabile: il che non è così scontato, per chi lavora nella nostra Biblioteca. Ma, per fortuna, la polvere secolare degli scaffali a cui sto lavorando non sembra aver lasciato segni sulla mia gonna blu lunga fino al ginocchio, né sulla semplice maglietta azzurra. Con un sorriso mi metto in piedi, riportando al suo posto la collanina col crocifisso che indosso quel giorno; un’occhiata veloce al crocifisso di legno, quello sulla parete della nostra Biblioteca di centro studi cattolico, e mi avvicino alla porta, aspettando calma il rappresentante.

Il rappresentante arriva. Mi vede, e sorride. E poi, ossequiosamente, saluta: “buongiorno, Sorella…”.
“Buongiorno a Lei”, sorrido di rimando, “ma non sono una Sorella”. E, dopo un breve riassunto mentale della mia tenuta odierna, mi sento pienamente libera di scherzare: “scusi, ma secondo Lei una suora va in giro con un gatto stampato sulla maglietta aderente, e i capelli lunghi e sciolti che le ricadono sulle spalle?”.

Negli occhi del rappresentante leggo tutta la sua disperazione. Irritare una potenziale cliente forse atea, dicendole “sì, sembri proprio una suora”, o indisporre una potenziale cliente forse cattolica, dimostrandosi del tutto impreparati in fatto di Religione?
Il rappresentante mi fissa, esita, balbetta.
E poi, in un sussurro, lo dice.
“Mah, sa… magari, dopo il Concilio Vaticano Secondo…”.



Monsignor Lefebvre ridacchia dalla tomba.


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martedì, 29 aprile 2008

In diretta da Diagon Alley...

 

Quello stand, alla fiera, si nota subito, fra tutti. Si nota perché ormai hai sviluppato l’occhio clinico, e si nota soprattutto per una serie di piccoli dettagli: ad esempio, il fatto che dal soffitto spenzolino elfi alati. O che, dagli espositori, centinaia di occhietti puntati ti scrutino con attenzione: ohibò, non hai visto male – sono davvero bestiole magiche, elfi, gnomi, folletti! Nel bel mezzo di una fiera babbana?
E’ più forte te: non ce la fai proprio a non entrare, tu che sei un strega che conversa con Piton, è amica di una campionessa di Quidditch, ignora platealmente la C.R.E.P.A.
E’ più forte di te: non resisti ed entri. E ti accolgono due commessi sorridenti: un mago e una strega felicissimi di aver finalmente un potenziale cliente. In una fiera babbana, poi…

“Buongiorno”, saluti cortesemente. “Volevo… beh, posso dare un’occhiata?”.
“Certamente, signorina!”, risponde il mago con un gran sorriso. “Di cosa ha bisogno?”.
“Ehm…”. Ti guardi intorno, sentendoti improvvisamente piuttosto scema. Va beh che fra fanatici di mondi incantati ci si capisce, ma ti risulta comunque difficile chiarire di cosa hai bisogno, in uno stand pieno di soprammobili fantasy assolutamente inutili. “Beh… guardavo… non vendete oggettistica?”.
“Santo cielo, no!”, si scandalizza il mago, che ha evitato di urlare Merlin’s beard solo perché siamo in un ambiente babbano. “Cioè, voglio dire… ovviamente sì, ma ognuno di questi oggetti ha le sue proprietà specifiche. Non è che può prendere del pelo di drago e usarlo al posto dello sputo di Squipf!”.
“Ehm… giusta osservazione”, mormori guardandoti intorno, con la consapevolezza che la faccenda sta cominciando a intrigarti. “Beh… quel barattolino trasparente, con un fungo verdolino sopra, ad esempio, a cosa serve?”.
“Quello? Oh, quello è il reparto di ingredienti per Pozioni Magiche, signorina. Quelle sono Spore di Spunf”.
“Di…?”.
“Spunf. Procurano ricchezza. Sparse su un foglio, fanno apparire i numeri vincenti, anche se non specificano per che cosa”.
“… ah. E il barattolo vicino, invece?”.
“Oh, quello è muco di orco. Utilissimo, in effetti: se ingerito, conferisce la capacità di parlare tutte le lingue. L’unico effetto collaterale è che trasforma in una blatta: però, una blatta poliglotta”.
“… ah. Non c’è – diciamo – qualcosa di più… utilizzabile?”.
“Beh, la bava di troll, ad esempio! E’ quella lì. Procura successo nel lavoro, fama e ricchezza. Molte delle nostre personalità devono tutto alla bava di troll: basta guardarli in faccia per rendersene conto”.
“Hm. E, invece, quel povero animaletto rotondo chiuso in quel barattolo di vetro?”.
“Lui? Oh, lui è un Luppong Tondiforme Nano. Animale da compagnia: molto dolce, ideale per coppie e famiglie. Custodisce la casa, e protegge dagli Jimpgull – sa, quegli spiritelli invisibili che fanno scivolare le cose dalle mani, o le nascondono dove lei non le avrebbe mai messe, nonostante il consorte la incolpi… Utile”.
“Quasi quasi… e quella creatura grassoccia lassù, invece?”.
“Uhm. Quello è un Buhrp. Troll dei monti di Noorghond. Magicamente molto potente: utile nei rapporti amorosi, legato soprattutto alla sfera intima”.
“E l’altro, quello lì accanto coi piedi grossi?”.
“Idem. E’ un Fun Fug Plug, gnomo dei funghi. Anche lui favorisce gli incontri amorosi. Però, ecco, lui non va tenuto in camera da letto, in certe occasioni: è molto riservato, si Smaterializzerebbe per l’imbarazzo”.
“Ah. Perché l’altro, invece…?”.
“Sissì. Il Buhrp è molto curioso”.
Ehm. Torniamo agli ingredienti per pozioni, vah. Quel barattolino di… aehm, aspetti ché leggo… ecco: di erba degli elfi?”.
“Sì. Sparsa sullo zerbino, allontana i creditori colpendoli con amnesia. Toccandola coi polpastrelli, quest’ultimi si caricano di potere: con un po’ di esercizio riuscirà a Materializzare cose semplici, come caramelle, monetine, eccetera…”.
“Naa, quelle sono le prime cose che si studiano a Trasfigurazione! Qualcosa di un po’ più utile?”.
“Beh… ci sarebbe il Bolfoth Smeraldino, draghetto da compagnia. Il suo padrone non si ammalerà di venerdì né nei giorni dispari, e vivrà fino a duecent’anni, se non muore prima”.

Alla fine, me ne sono andata con la statuetta della Strega Ramazza, arricchita con una lieve fattura a tutelare la carriera di studenti e lavoratori. C’era anche la polvere di Strizzurt, che “rende l’eloquio elegante e sicuro, potenzia la memoria, facilita l’apprendimento, e, in casi estremi, confonde le commissioni esaminatrici”, ma malauguratamente era già finita.



E, visto che qualcuno si domanda se tutte le cose che mi succedono siano reali o frutto di una sfrenata fantasia, questa volta vi porto le prove: qui, potrete immergervi anche voi nel meraviglioso mondo magico che mi ha stregata.

Se non riuscite a connettervi a quell’indirizzo, o se sul computer si visualizza il temibile Errore 404, non preoccupatevi: evidentemente siete Babbani. E, com’è ovvio, nulla di quanto ho scritto in questo post è vero.

Per tutti gli altri… chi mi regala un Luppong Tondiforme Nano?


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domenica, 27 aprile 2008

Per maria ac montis fluviosque rapacis

 

A Torino, quando arriva la primavera, non te ne accorgi quasi. I palazzoni sono troppo alti per farti intravvedere le rondini in volo, e l’aria inquinata della grande metropoli soffoca immancabilmente il profumo di verde e di fiori. L’esplosione di colori nei viali alberati – ordinati e impeccabili, come nella migliore tradizione sabauda – è quasi discreta, in perfetta linea con la Weltanshauung torinese: esageruma nen. L’arrivo della primavera lo cogli forse inconsciamente, inspirando a pieni polmoni il profumo dei fiori che sbocciano nei giardini di maggio: ma è un arrivo timido, in punta di piedi. Persino la Natura si sottomette a quella riservatezza tutta torinese.

A Pavia no. A Pavia decisamente non è così.
A Pavia la Primavera irrompe, se ne infischia dell’ordine, va avanti per la sua strada.
A Pavia il sole brilla senza riguardo; ti abbagliano, i suoi raggi che si riflettono sulla superficie liscia delle acque del Ticino.
A Pavia piove, piove di quei temporali quasi estivi che ti tolgono il fiato, che sorprendono impietosamente gli ignari passanti che camminavano in strada. Ma poi un arcobaleno ti fa l’occhiolino: che pensavi? Credevi che ci fossimo dimenticati che questa, proprio questa, è la Primavera?
A Pavia si schiudono le uova, le prime nidiate prendono il volo. A Pavia una coppia di merli ha fatto il nido nel giardino di casa tua, e il loro tsii sottile ti saluta la mattina, accompagnando il tuo risveglio. A Pavia le farfalle volano, le coccinelle abbondano; a Pavia, se cammini sulle rive dei fiumi, li vedi: sono lì, i cuccioli delle nutrie, che timidamente si inerpicano sulle sponde per brucare un filo d’erba. E… no: le nutrie non sono delle grosse pantegane, se a qualcuna fosse venuto il dubbio.
A Pavia i raggi del sole fanno risplendere le mura chiare dell’Università. A Pavia fioriscono le magnolie: e lo dice anche Beppe Servergnini - all‘università di Pavia i ragazzi studiano sotto le magnolie. E il glicine.
A Pavia sei chiusa in aula e aspetti il tuo turno per l’esame: poi il vento improvviso spalanca la finestra, fa sbattere le imposte, e invade la stanza di un meraviglioso profumo di fiori.

A Pavia non senti il rumor dei motori, ma il cinguettio scomposto di capinere e passerotti.
A Pavia, come in ogni piccola città non soffocata dallo smog, hai una percezione chiara e ben tangibile del risveglio della Natura, che ha dormito per un lungo Inverno e ora si riveste di abiti colorati.
A Pavia il sole ti abbaglia, il profumo ti rallegra, il cielo azzurro ti sorride.


E poi ti ritrovi la casa piena di insetti e non hai idea di dove possano essere entrati, porcaccialamiseria e accidentialoro.


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venerdì, 25 aprile 2008

Solo in casa mia...

 

Nel corso delle estenuanti settimane di studio in preparazione all’ultimo esame, c’è stata un’unica cosa che mi ha spinta, incessante, ad andare avanti: la prospettiva di dormire quantomeno fino a mezzogiorno nella prima mattina di libertà.
Ovviamente, nella prima mattina di libertà sono stata buttata giù dal letto alle otto e un minuto, mentre il telefono in salotto squillava impietosamente.
“Pronto?”.
“Pronto? E’ lo studio del dottor Zuzzilli?”.
“Ehm… no”.
“Come, no?”.
“No. Questa è una casa di un privato, avrà sbagliato numero, signorina. Arrivederci”.
Con gli occhi ancora chiusi e una camminata in perfetto stile zombie, ritorno nel mio letto, mi reinfilo sotto le coperte, mi sistemo ben bene il cuscino… e il telefono squilla ancora.
“Pronto? E’ lo studio del Zuzzilli?”.
“… no. E’ sempre la casa del privato di prima, signorina. Arriv…”.
“Ma scusi. Questo non è lo 03bla bla bla?”.
“Sì. Ma è casa mia, non lo studio del dottor Zuzzilli”.
“Ah! E mi sa dire dove posso contattare il dottore, gentilmente?”.
“Ehm… no”.
“Come no!”.
“No. Non ho idea di chi sia, costui”.
“Ma se vive a casa sua!”.
“No, non vivo a casa del dottor Zuzzilli. Io vivo a casa mia, e il dottor Zuzzilli vive, presumo, a casa sua: questo dottor Zuzzilli io non lo conosco, non ho idea di chi sia, e non sapevo manco che esistesse. Arriv…”.
“E’ un ginecologo!”.
“Ehm… mi fa piacere. Continuo comunque a non conoscerlo”.
“E come faccio, ora? La mia amica Miky mi ha dato questo numero: ma Lei è proprio sicura sicura di non conoscerlo?”.
“Sicurissima”.
“E non conosce qualche altro ginecologo? Uno bravo, che non racconti tutto ai genitori? La prego!”.
“… ehm… no”.
“Ma potrei essere incinta!”.
“Auguri e figli maschi…”.
“Ma io non lo voglio! Come faccio? Lei è una donna, ci sarà passata!”.
“Ehm… no”.
“Ma io sono disperata! La prego, mi aiuti!”.
“La vita è un dono del Signore…”.
“Ma non è che Lei è una di quelle segretarie stronze che fanno obiezione di coscienza? Perché io sono sicura che è questo il numero dello studio, Lei mi deve passare il dottore, subito!”.
“Ehm… no. Non sono una segretaria e Le ripeto che non conosco nessun dottor Zuzzilli. Questa è casa mia e per la sua gravidanza non so cosa farci, signorina; adesso, se permette, torno alle mie cose”.
“Ah… vabbeh… ”.


Solo questa, ci mancava.


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mercoledì, 23 aprile 2008

2008, Odissea nello spazio

 

Visto che Andrea mette in agitazione mia mamma, cambiamo autista: di ritorno da una cena dell’Associazione di cui siamo parte, stavolta mi sono fatta accompagnare da Mario.
Ed io ero felice, e il mondo mi sorrideva.

****

Ore dieci e mezza. Mentre io finisco il dolce, il portinaio si avvicina a Mario seduto al mio fianco, e gli dice qualcosa circa una macchina da spostare nel parcheggio, perché c’è una signora che deve uscire e così non riesce a fare manovra. Mario sbuffa, affonda il cucchiaino nel gelato, e si alza da tavola. “Scusa, Lucia, torno subito”, assicura: “se dici che sei stanca, preparati pure, ché poi andiamo”.
Io annuisco, fiduciosa nella Sorte e nel genere umano.

Ore undici e dieci. Il gelato nella ciotoletta di Mario, dopo essersi sciolto, sta iniziando a evaporare.
Io, invece, sto iniziando a irritarmi: “scusa”, mi accomiato dal mio interlocutore, “vado a cercare dove s’è cacciato quel deficiente che deve portarmi a casa”.

Ore undici e mezza. Inizia a concretizzarsi il serio sospetto che Mario sia tornato a casa dimenticando di caricarmi in macchina: in sala da pranzo non è tornato, nell’atrio non c’è, al telefono non risponde…
“Va beh, a ‘sto punto ti porto a casa io”, dice, perplesso, Andrea: “per di più, caschi dal sonno… vieni, su: andiamo a prendere la macchina nel parcheggio”.
E lì, nel parcheggio, lo vediamo.
Mario è inginocchiato. In mezzo al cortile. Sotto la pioggia battente. Senza ombrello.
E sta parlando a un vaso di fiori.


“Ossignore, l’abbiamo perso…”, sussurro atterrita ad Andrea, che ha la bocca spalancata e non riesce a staccare gli occhi di dosso all’amico. Dal canto suo, l’amico è completamente fradicio:  ha i capelli che gli scendono, piatti, lungo le tempie, la camicia bianca che è ormai diventata trasparente, i pantaloni zuppi che gli si stringono sulle gambe. E, sì, sta decisamente parlando a un vaso di fiori.
“Mario, ma che diavolo…?”, sussurro in un mormorio sconvolto, avvicinandomi molto cautamente e allungando l’ombrello a coprire la sua testa.
Mario, però, non risponde, troppo preso a trascinare da una parte il grosso e pesante vaso di pietra, chiacchierando amabilmente con la pianta che cresce dentro di esso. “Eh, lo so: è un mondo infame, vecchia mia…”.
“Mario, sei impazzito?”, ripeto, iniziando seriamente a preoccuparmi. Mario mi guarda e schiude le labbra in un poco credibile sorriso: ma, prima che lui possa dire niente, suona un clacson. E’ la signora delle dieci e mezza, ancora bloccata fra la macchina di Mario, a sua volta bloccata dal muro, e la macchina di un ignoto autista che non si riesce a trovare. L’unica soluzione per fare uscire la signora è spostare le grandi piante che dividono il parcheggio dal cortile; poi, entrare nel cortile, aggirare la macchina dell’ignoto autista, e uscire così dal parcheggio.
Appunto.
Mario era fermo alla fase uno.

Quando la signora riesce finalmente a liberarsi, Mario ha assunto l’aspetto di un distinto ragazzo in completo gessato appena uscito dalla doccia. E’ pallido, con le labbra vagamente cianotiche, e trema leggermente: probabilmente è solo questo a trattenerlo da prendere a sberle me e Andrea, che come due deficienti ridiamo istericamente da cinque minuti.

Ad ogni modo.
Riscaldiamo Mario.
Lo asciughiamo alla bell’e meglio.
Ci sinceriamo sulle sue condizioni vitali.
E poi partiamo, ecchediamine, ché si è già fatta mezzanotte meno un quarto e ormai non sono più l’unica a sognare un letto caldo.

Andrea, vista la pioggia, carica in macchina una commercialista quarantacinquenne invitata alla nostra stessa cena: qui siamo Principi Azzurri coi controfiocchi, che diamine, e non sia mai che una signora debba andare a piedi fino al luogo in cui ha parcheggiato la macchina, se c’è qualcuno che può darle un passaggio fin lì e risparmiarle la fatica.
E poi, visto che siamo Principi Azzurri integralisti, facciamo tutti quanti la strada assieme, fino al parcheggio e poi fin sotto a casa mia: vuoi mica che Andrea faccia la figura di quello che vuol risparmiare sulla benzina, quando può venirci dietro per tutta la strada e farci vedere come ben conosce il galateo?
Insomma: la commercialista sale sulla macchina di Andrea, io mi infilo nella macchina di Mario, e tutti quanti partiamo. Verso l’infinito e oltre.

In macchina, Mario ed io chiacchieriamo spensieratamente. Così spensieratamente che ad un certo punto ci dimentichiamo di guardare avanti, e perdiamo di vista la macchina di Andrea: per fortuna la ritroviamo subito dopo, inspiegabilmente più avanti a noi di parecchi metri, e tranquillamente svoltiamo a destra per seguirla.
E poi a sinistra.
E poi a destra ancora.
Finché Mario (gocciolando sul volante, con la cravatta appiccicata alla camicia), sbotta: “ma senti, ‘sto scemo sta andando dall’altra parte di Torino: telefonagli un po’, per sapere dov’è ‘sto cavolo di parcheggio…”.
Ipse dixit. “Andrea, scusa, Mario chiede dov’è il parcheggio… è tutto bagnato, poverino, se è ancora tanto lontano va a finire che si prende una polmonite..”.
“No, no… ci siamo quasi!”, assicura Andrea, tranquillamente. “Venitemi dietro, a parte che io in questo momento non vi vedo più: la signora dice che siamo quasi arrivati”.
E lo seguiamo, e lo seguiamo, e lo seguiamo.
A un certo punto Andrea accosta, davanti a un portone: noi arriviamo alla fine dell’isolato, e accostiamo a nostra volta. E lo aspettiamo.
E lo aspettiamo, e lo aspettiamo, e lo aspettiamo.
“Scusa, ma che cavolo sta facendo, fermo in macchina da due ore?”, chiede Mario (coi brividi, e ancora gocciolante).
“Beh…”. Socchiudo gli occhi, guardo indietro, aguzzo la vista. “Sei libero di non crederci, ma si direbbe proprio che, ehm, si stiano baciando”.
“La sta baciando?!”.
“Pare…”.
“La commercialista?!”.
“Eh…”.
“Ma se ha quarantacinque anni!”.
“E che ti devo dire…”.
“Ma se si sono conosciuti stasera, e solo perché erano seduti vicino a tavola!”.
“Non so che farci…”.

Andrea deve essere un convinto sostenitore della teoria che l’amore non ha età, visto che per un quarto d’ora buono è andato avanti a baciare molto passionalmente la commercialista.
Poi, la commercialista è scesa dalla macchina e Andrea è ripartito; noi ci siamo rimessi in moto, e in quel preciso momento lui mi ha nuovamente telefonato.
“Ma si può sapere che diavolo state facendo?”, ha ruggito dall’altra parte del telefono.
“Ma tu, semmai”, ho mormorato, non sapendo se ridere o se piangere: “non sono affari nostri, ma, ehm…”.
“Cosa sto facendo io? Cosa sto facendo io? Non chiedermi cosa sto facendo io, è da venti minuti che vi tiro accidenti, ecco cosa sto facendo! Ma si può sapere dove diavolo siete?”.
“Dietro di te!”.
“Ma dove?”.
“Dietro di te! Due o tre macchine dietro, fermi al semaforo!”.
“Ma che semaforo! Io sono parcheggiato in corso Vittorio, è da venti minuti che vi sto aspettando: a un certo punto non vi ho più visti, mi sono detto ‘beh, mi fermo e li aspetto: arriveranno’, ma voi non arrivate! Dove siete?”.
“Ehm…”. Momento di panico. “Noi siamo in corso Regina, Andrea. E ti giuro che stiamo seguendo la tua macchina”.

E si scoprì così che, nella scarsa visibilità di una notte buia e tempestosa, avevamo perso di vista Andrea e avevamo ostinatamente seguito la macchina sbagliata (stesso modello, stesso colore).
Passando probabilmente per guardoni, mentre due ignari innamorati, all’interno della macchina sbagliata, si baciavano spensieratamente.

****

E’ ormai mezzanotte e dieci.
La coppia di ignoti innamorati ci ha portato dall’altra parte di Torino.
Andrea abita fuori città.
Mario è sempre più pallido e sempre più gocciolante.
Andrea ci insulta, riattacca il telefono, e annuncia che andrà a casa da solo.
Mario sospira, ritorna verso Torino centro, e cerca disperatamente di mascherare i brividi di freddo.
Io, non sapendo cos’altro fare per alleviare le sue pene, metto il riscaldamento al massimo e tento di distrarlo con un po’ di buona conversazione.

Nell’arco di cinque minuti, sono riuscita a strappargli un sorriso.
Nell’arco di dieci minuti, a farlo ridere di gusto.
Nell’arco di un quarto d’ora, inizio a pensare che forse sono riuscita a salvare la serata.
Se non fosse che, a un certo punto, lui inchioda. Di botto. E mi fissa.
“Lucia…”, mormora terrorizzato.
“Eh”.
Lucia…”, pigola a voce ancora più bassa.
“Che c’è?”.
“Lucia!”, quasi grida, un lampo di puro terrore negli occhi.
Cosa?”.
Lucia, ti sto portando a casa!”.
“… e ci credo che mi stai portando a casa, cosa vuoi fare a mezzanotte e mezza tutto bagnato?”.
“No Lucia, ho sbagliato strada!”, sussurra lui, con l’aria di chi vede la Morte incombere. “Ho sbagliato strada, Lucia, ti sto portando a casa mia! Questa è la via in cui abito io!”.

“… scusa… ma sei cretino?”.
“Mi ero distratto!”.
“Sì, ho capito, ma resta il dubbio: sei scemo?”.
“Mi ero dimenticato!”.
“Ti eri dimenticato che ero in macchina seduta di fianco a te a parlarti?”.
“Ma no! Mi ero dimenticato di doverti portare a casa! Pensavo venissi con me!”.
“… cioè, pensavi che io fossi tua mamma?”.
“No! Anzi! Cioè! Lo so benissimo che non sei mia mamma!”.
“Ah, grazie. Allora una prostituta, suppongo?”.
“Ma no! Non dir scemenze! Lo so benissimo che eri tu, solo che pensavo…”.
“… di portarmi a casa tua a mezzanotte e mezza? Era meglio se ti fermavi alla prima”.
“… già. Che giornata di schifo”.

Ma il peggio fu realizzare che fra casa mia e casa di Mario corre la ferrovia, e constatare che, dal punto in cui eravamo, non c’era strada per arrivare agevolmente al posto in cui abito.
Il peggio fu comprendere drammaticamente di dover tornare in centro, per imboccare l’unica via utile per il ritorno, e allungare la strada di altri venticinque minuti.
Il peggio fu vedere Mario squassato dagli attacchi di tosse, umido, livido e tremante, pronto per attrarre improbabili malattie e contrarre terribili morbi.
“Mario, dopo questa notte voglio confessarti una cosa”, ho annunciato solennemente quando le lancette dell’orologio hanno indicato l’una. “Ho un sito Internet, e tutto quello che abbiamo vissuto stanotte sarà messo per iscritto, e sbattuto in prima pagina”.
Lui ha gemuto, scosso da uno starnuto violento.
E non mi ha nemmeno prestato attenzione, povera anima innocente che non sa che voi esistete.


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domenica, 20 aprile 2008

Coinquilini

 

Sta lì e mi guarda, l'ultimo arrivato in CasadiLucia. Sta lì e mi guarda, e non dice una parola.
Dalla mia postazione computer io lo vedo con la coda dell'occhio, semisdraiato sotto la lampada ancora accesa. Immobile, e attento. Tutto preso a osservarmi. Non parla, non c'è bisogno di parole.

Si limita a fissarmi, oltre alla spessa pila di libri abbandonati sulla scrivania, che invece io dovrei studiare.
Si limita a fissarmi, in un eloquente silenzio, mentre io batto allegramente sulla tastiera del portatile, preparando spensierata il nuovo post per il blog.



E va beh, facciamolo contento e rimandiamo a data da destinarsi.
Gli altri hanno il Grillo Parlante, io ho l'Elfo Domestico che assilla.

Perché - ammettetelo - non è solo una mia impressione. Costui mi guarda davvero con aria apertamente critica.




(Ehm, e prima che qualcuno inizi a chiederselo... no: non sono io che mi riempio la casa di elfi in resina. Nego ogni mia responsabilità, e imputo ogni colpa al negozio collocato drammaticamente vicino alla mia fermata del bus, che ha irresistibili vetrine piene di questi deliziosi creaturi.
E poi, suvvia: casa mia è ancora sostanzialmente vuota, e priva di soprammobili...)


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martedì, 15 aprile 2008

Promotion of Elvish Welfare

 

Metti che ti regalino una rosa.
Metti che a te spiaccia buttare via i regali, quantunque decomponibili.
Metti che ti venga l’idea di lasciare la rosa a testa in giù, a seccare.
Metti che, vagando per la tua piccola casa pavese, tu ti renda conto però di non avere spazi utili per questa complessa operazione: o la appendi al lampadario, o la rosa si schiaccia contro qualche parete rigida.

Metti che, reduce da una rilettura di Harry Potter, tu inizi a inveire contro la tua piccola, squallida casa babbana: se abitassi, ad esempio, nel castello dei Malfoy, avresti certamente più spazi in cui mettere i fiori a seccare!
O quantomeno, una armatura alla cui lancia appendere la rosa!
O, in casi disperati, un elfo domestico da costringere a tenere la rosa a testa in giù per tutto il tempo necessario! (Tanto, sei tu la padrona…)

Ecco.

Metti che il solo pensiero ti faccia venire l’illuminazione.





Ho come la vaga impressione che la C.R.E.P.A. non approverebbe, ma tanto Hermione Granger non legge il mio blog.


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lunedì, 14 aprile 2008

Dov'è il pulcino, è l'occhio della chioccia

 

Per tutta la durata del Convegno, che si è svolto nei più disparati luoghi di Torino, io, che non guido, ho avuto a disposizione un autista personale: era Andrea il Co-Bibliotecario, che ogni giorno per quattro giorni è pazientemente venuto a prendermi e a portarmi sotto casa.
Gettando nel panico la mia augusta madre.

“Mah! Ma ce l’ha, la patente?”, ha chiesto ansiosa la prima sera.
“Mah! Ma la sa, la strada?”, ha ripetuto ansiosa il giorno dopo.
“Mah! E domani è in collina? Con tutte le curve, strette, AAAAHHHH, morirete tutti!”, ha annunciato funesta poche ore più tardi.

“Mah! Dove siete? Si può sapere dove sieeeteee?”, ha ruggito alla cornetta del telefono la terza sera, alle undici e venti.
“Al convegno”.
“Al convegno? Perché? Perché non siete già sulla via del ritorno?”.
“Ehm… perché siamo ancora al convegno, suppongo”.
Ma è tardi!”.
“Lo so, mi spiace, sta andando per le lunghe, tu vai pure a letto…”.
“Ma che a letto! Figurati se vado a letto! Io sto sveglia! Devo vedere se torni viva! E’ importante! Telefonami quando sali in macchina così io conto quanto ci metti e se ritardi chiamo i soccorsi!”.
“... Va bene, mamma, allora io faccio il prima possibile, ti saluto ché ho da fare, ciao ciao e ci vediamo dop…”.
NO! Aspetta! Andrea come sta? Ha bevuto?”.
“… mamma, siamo a un convegno di religiosi, non in una birreria: l’unico alcool che gira è quello per la Comunione con le due Specie”.
“Ah. Sì. Però. E’ tardi. Ha sonno? Eh? Chiedigli se ha sonno!”.
“…”.
“Perché se ha sonno non può guidare! Prendi un taxi! Mi raccomando, prendi un taxi!”.

“Mah! Che roba!”, ha esclamato il quarto giorno, mentre io, al telefono, le raccontavo del Pranzo dei Popoli. “Ma… aspetta! Oh cielo! OH CIELO! Andrea era ricco o povero?”.
“Ehm… povero, perché?”.
“Oh cielo! Oh cielo! Ma allora non ha mangiato?”.
“Ehm… abbastanza poco, sì… cosa…?”.
Oh cielo! OH CIELO! Avrà un calo di zuccheri!”.
“Mamma, ma cosa…?”.
Sverrà al volante!”.
“Mamma!”.
“MORIRETE TUTTI!”.

Nonostante le apparenze, tuttavia, la MammadiLucia sta rafforzando i nervi, e non ha più toccato gli abissi profondi di qualche mese fa. Quando, al primo passaggio che Andrea diede alla sua augusta figliola, la MammadiLucia si sentì di chiedere alla prole se Andrea conoscesse la strada per riportarla a casa.
La mia risposta – “Mah, penso di sì” – non parve rassicurarla a sufficienza, tanto che la MammadiLucia ritenne di dover mettere per iscritto dettagliate indicazioni stradali da passare all’autista.
Fra le quali – giuro – spiccava il seguente consiglio:

All’uscita del sottopassaggio, c’è un semaforo. Controlla bene di che colore è: se è rosso, ti devi fermare.


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domenica, 13 aprile 2008

Interrogazione politica

 

La incontro in Piazza della Vittoria, mentre io mi godo il debole sole primaverile e lei passeggia per Pavia, avendo probabilmente avuto la mia stessa idea.
La saluto, un po’ stupita di incontrarla: lei, la studentessa calabrese attivista politica, non mi pare proprio il tipo da aggirarsi in un posto che non è il suo comune di residenza, nel giorno delle elezioni. “Ciao! Che ci fai qui? Non sei tornata a casa per votare?”.
“Macché”, si rabbuia lei: “come faccio, con ‘sto cavolo di università?”.
“Beh”, osservo io timidamente, “oggi mica ci sono lezioni…”.
“Grazie tante”, sbotta lei, “sono stata occupata fino a venerdì pomeriggio, ho un esame martedì alle nove… in che condizioni ci arrivo, se faccio Pavia - Reggio Calabria - Pavia in due giorni?”.
“In effetti…”.
“E poi, non sembrerà, ma è anche un costo. Se scendo adesso, non scendo a maggio: a parte che il viaggio è estenuante, non posso mica farlo una volta ogni quindici giorni: costa un sacco!”.

Si fa tanto, giustamente, per i cittadini italiani residenti all’Estero, o per gli elettori bloccati a casa o che non possono lasciare l’ospedale.
Ma per le centinaia di migliaia* di studenti fuorisede?



*fonte: Italia.gov.it


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venerdì, 11 aprile 2008

Onorabilità

 

Sabato sera. Ore ventidue e trenta. In coda per l’ascensore panoramico, al Museo del Cinema.
Chiacchiero spensieratamente con le persone che mi circondano, ma… mi sento osservata. Mi congedo dai miei accompagnatori, mi guardo intorno, e lì la vedo: una signora della parrocchia torinese, che mi fissa con moderata insistenza.
“Ciao!”, esclama quando il mio sguardo incrocia il suo.
“Buonasera!”, rispondo con un largo sorriso, sventolando una mano in sua direzione.
La signora esita, mi guarda, e poi non riesce più a trattenere la sua domanda: “scusa, ma… tu non eri a Pavia per studiare?”.
“Sì…”.
La signora inarca le sopracciglia. “E che ci fai di sera tardi a Torino in periodo d’esami?”.

Sorrido, e indico con un cenno i due anziani in abito talare che mi circondano: “è per un Convegno”, rispondo calma, “non è che mi stia divertendo…”.
La signora annuisce.
Un anziano in abito talare, invece, mi guarda malissimo. E mi tira uno scappellotto. “Come sarebbe a dire, che non ti stai divertendo? AHOOOO’, FOTIDEEEE!”.

Urlato, in mezzo al Museo del Cinema.

Ho definitivamente perso quel poco di dignità che mi restava.


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