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Giusnaturalismo spicciolo
Ora. Al di là delle mie idee in materia, io giuro che non voglio prendermela con il singolo e specifico signore in questione. Davvero. Non vorrei criticare specificamente il signor Thomas Beatie, che fino a dieci anni fa si chiamava “signorina Tracy Lagondino”, e poi ha deciso di cambiare sesso.
Posso capire che se sei una donna e ti piacciono le donne, tu possa decidere di diventare un uomo. Posso capire che se cambi sesso, tu possa decidere di cambiare sesso ma non apparato sessuale. (Cioè, no, in realtà questo non lo capisco proprio, ma va beh… tu ne scire quaereris). Posso capire che se ti sposi e poi scopri che tua moglie è sterile, tu abbia un grande shock perché ad avere un figlio “tuo” ci tenevi tanto. Posso capire che tu pensi “toh, guarda, io però l’utero ce l’ho ancora: sospendiamo le cure ormonali, e vediamo se funziona”. Posso capire che tu, ex-donna ora diventata uomo, ti faccia impiantare un embrione e dia il via alla gravidanza. Posso capire tutto, giuro. Umanamente, posso capire. Però. Però non posso proprio capire le lamentele del signor Beatie, ora al quinto mese di gravidanza, che assieme a sua moglie si dispiace per l’omofobia dei vicini di casa. Che “prima ci consideravano una famiglia normale, e ora non più”. Che a me verrebbe da dire… chissà perché. ![]() Qui per approfondire
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Perché "al Liceo Classico ci vanno solo quelli intelligenti"
Grande dramma di proporzioni inaudite, nella mia Hogwarts torinese: mai più la fiducia serpeggerà spensierata nei corridoi del mio ex-Liceo.
E’ accaduto – ascoltate, o miei lettori: ascoltate il nostro dramma – che il professore di Greco del ginnasio abbia fissato un compito in classe. Una traduzione dal Greco: un test importante, perché da quello dipenderà la media per i pagellini interpentamestrali che saranno a breve distribuiti. E’ accaduto che tre studenti vili e felloni, codardi e con la media del 5, siano riusciti chissà come a far irruzione nella sala professori il pomeriggio prima della verifica, aprendo il cassetto del docente e sbirciando furtivi il testo della versione dell’indomani. Si intitolava Grande vittoria di Artaserse, di Tucidide. Memorizzato il titolo e l’autore, i tre studenti vili e felloni lasciarono la scuola orgogliosi delle loro gesta, pronti per portare a termine il malefico piano. Così, contattarono la professoressa di Greco che dava loro ripetizioni, corrompendola con abbondanti dosi di banconote da 50 euro, e convincendola a tradurre per loro quella versione. Avevano paura di non riuscire a risalire al testo (rubarlo dalla sala professori sarebbe stato eccessivamente pericoloso), ma il Cielo era dalla loro parte e non ci furono problemi: la professoressa di ripetizioni possedeva l’opera omnia in fatto di eserciziari di Greco, e nel quarto indice consultato la trovarono. Era proprio lì, ammiccante e meravigliosa: Grande vittoria di Artaserse, da Tucidide: pagina 58, esercizio 3. La professoressa gliela tradusse, intascò l’abbondante dose di banconote, e raccomandò ai ragazzi di tornare per qualsiasi altro bisogno. I ragazzi promisero che sì, ossì se l’avrebbero fatto, e tornarono a casa, provvedendo a telefonare a tutti i loro compagni di scuola. E, a colpi di venti euro l’uno, vendettero a tutta la classe la traduzione per l’indomani. Fu una cosa appagante e meravigliosa, vedersi distribuire il compito e non dargli nemmeno una occhiata. Fu una cosa eccitante e libidinosa, fingere di leggiucchiare per due ore, e poi mettere in bella copia la traduzione acquistata per modica cifra. Fu una cosa da sballo e senza pari, consegnare il foglio protocollo e sapere di avergliela fatta, a quel gran bastardo del professore. Per quel gran bastardo del professore, invece, fu una cosa molto curiosa correggere i compiti in classe quel pomeriggio. Perché la versione che lui aveva distribuito iniziava con “l’esercito persiano del generale Megabizo si stagliava all’orizzonte”; in massa, invece, l’intera classe aveva tradotto: “il satrapo Arsame rese ai figli di Amirteo le terre che reclamavano”. Buffo. Soprattutto perché le cose non si sistemavano dopo quella prima riga: anzi, la versione che lui aveva distribuito seguiva una strada completamente diversa da quella che tutta la classe aveva tradotto, al punto tale che i due testi non avevano in comune nemmeno una singola parola (se non, forse, “grande vittoria” e “Artaserse”). Insomma: la mattina dopo, quando entrò in classe con la sua versione in una mano, e le venticinque traduzioni identiche nell’altra, il professore era più incuriosito che arrabbiato. Arrabbiati, invece, lo furono parecchio i ventidue (più tre) compagni di classe, quando si resero conto di aver speso venti euro per copiare la versione sbagliata. Perché anche sull’eserciziario della insegnante di ripetizioni c’era una versione di Tucidide intitolata “Grande vittoria di Artaserse”. Ma Artaserse, di grandi vittorie ne ha fatte più di una, e Tucidide le ha descritte tutte quante: il testo del compito in classe era completamente diverso dall’estratto proposto nel libro di versioni. Adesso, il vero dramma del Preside è trovare una punizione sufficientemente severa per questi venticinque dementi, mentre vorrebbe tanto andare da loro e ammettere che era da anni, che non rideva più così tanto. Scritto da Lucyette | commenti (8) (popup) | commenti (8) | Link |
Lezioni di vita
Che io abbia studiato Danza Classica, lo si è già detto.Che io abbia faticato a lungo, prima di imparare le più basilari nozioni tecniche, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Però c’era una cosa, proprio una sola cosa, che ci raccomandava sempre la nostra insegnante, e che nessuna di noi riusciva a fare. Sorridere. “La tecnica non serve a niente, senza un minimo grazia innata!”, brontolava lei tutte le lezioni, pestando le punte nella cassetta quadrata della pece. “Non è un arabesque di novanta gradi perfetti, o una serie di quindici pirouettes consecutive, a rendere grande una ballerina. Il nostro scopo è commuovere, trasmettere emozioni: e allora, ragazze, perché non sorridete?”. Al che, ubbidientemente, noi si sorrideva. Puntualmente, l’insegnante storceva il naso e alzava gli occhi al cielo. “Cos’è questa smorfia da paresi spastica?”, ringhiava sfilandosi lo scaldacuore, e incrociando le braccia al petto con risentimento. “Cos’è, non sapete più fare un sorriso? Si vede lontano un miglio che questo è un sorriso di scena, quel sorriso ebete che facciamo quando siamo in posa per una fotografia: io voglio vedervi sorridere davvero, sorridere perché lo sentite, sorridere dal cuore”. “Ma come facciamo a sorridere dal cuore, se ci sanguinano i piedi, è mezz’ora che saltelliamo su una gamba sola, l’unica cosa che vorremmo è un bagno caldo, e invece ci toccano altre due ore di prove?”, qualche voce protestava puntualmente. “Non so come fate: problemi vostri”, rispondeva l’insegnante, molto obiettiva: “quello che mi interessa, è che ci dovete riuscire. Non voglio un sorriso di cortesia o da fotografo, voglio un sorriso sentito e sincero. “Ve lo dico per la danza, ma vale anche per la vita: volete essere belle, affascinanti, apprezzate? Non vi servirà a niente ballare in prima fila centrale, o sfoggiare gli strass sul vestito, o farvi fare il trucco dalla mano migliore della Scuola. Imparate una volta per sempre, ragazze, che niente rende più bella una donna, se non un sorriso sincero, nato dal cuore, come forma d’amore per sé, e verso il prossimo”. Un ricordo come tanti, pescato a caso dalla mia “cassetta delle memorie”. Per donare anche a voi un sorriso, e per partecipare, soprattutto, a questa iniziativa. Scritto da Lucyette | commenti (6) (popup) | commenti (6) | Link |
Roma #4
Ad ogni modo, per il nostro viaggio di ritorno, la struttura che ci ospitava a Roma ci ha fornito alcuni panini, da mangiare in treno.
Se mi limito a raccontarlo, non ci credete, per cui ho fatto la foto: ecco le utili avvertenze stampate sulla confezione di plastica della nostra merenda. ![]() Scritto da Lucyette | commenti (3) (popup) | commenti (3) | Link |
Misticismo de noialtri
Premessa: io sono una Cattolica convinta, e generalmente abbastanza irritabile nei confronti di chi prende in giro la mia religione. Metto le mani avanti per chiarire che questa è ironia fatta con il massimo "affetto": in caso contrario, sarei stata la prima ad offendermi!
Due notti fa, ho sognato Gesù Cristo. “Che bello…”, commentava mia nonna, con gli occhi lucidi di commozione. ‘nsomma. Ho sognato Gesù Cristo, che mi veniva a chiamare mentre io ero sdraiata in spiaggia a prendere il sole. Si portava i lunghi capelli biondi dietro le orecchie, e mi sorrideva. “Ciao, sono Gesù. Ti va di fare una chiacchierata?”. E io in un primo momento pensavo che fosse un deficiente che cercava di conquistare le ragazze con strani approcci: dopo, notavo che era circonfuso di luce dorata e aveva una colomba che gli svolazzava sulla testa, e allora realizzavo che sì, era davvero Gesù. Al che, insomma, visto che fare una chiacchierata con Gesù non è una cosa che ti capita proprio tutti i giorni, mi mettevo un pareo e iniziavo a passeggiare sul lungomare con Gesù. Passi che si divertisse a farsi notare, camminando sulle acque invece che sulla spiaggia. Passi che iniziasse a salutare freneticamente tutti i pescatori che incontrava sulla battigia, gridando a intermittenza “lascia le tue reti e seguimi!”. Passi che mi chiedesse se non avevo, io che sono donna, degli unguenti profumati con cui lavargli i piedi. Ma che il Figlio di Dio mi dica, di punto in bianco, “okay, adesso ho fame, per cui portami a casa tua e preparami una buona cena”… beh, quello proprio no. Per carità del cielo. Non che non voglia ospitare in casa mia il Figlio di Dio. E’ solo che volevo un po’ di preavviso. Un segno divino. Un messaggio di Gabriele che mi annunciasse la lieta novella. Un miracolo a caso per farmi trovare l’alloggio tutto pulito e ordinato, e un pranzo degno del Figlio di Dio già pronto e servito in tavola. Così, su due piedi, che faccio? E che diamine. Avrai pure Creato me, la mia casa e il mio disordine, ma non è che di punto in bianco puoi entrare nel mio salotto urlando “sorpreeesaaa!”. Per cui, memore della sgridata subita dalla povera Marta che riordinava la casa, ho guardato Gesù e gli ho chiesto: “ti va una pizza?”. Gesù non aveva idea di cosa fosse una pizza. Conosceva il kebab, lui che è mediorientale, ma a me il kebab fa schifo, per cui l’ho portato in una pizzeria: la più bella pizzeria della zona. E già lì è stata una cosa imbarazzante, perché, beh… immaginatevi Gesù, in diretta dal 30 d.C. Scalzo. Coi capelli lunghi e scarmigliati. Vestito di un saio di tela, sporco e liso. Pure un po’ puzzolente, perché non è che nel 30 d.C. ci si lavasse tanto. Lui, per di più, era un predicatore itinerante. Il che, detto meno finemente, vuol dire un senza tetto. Dunque, sono entrata in pizzeria con questo ragazzone scalzo, sporco e puzzolente, con l’aria di un figlio dei fiori consumato, e che per di più ha salutato la cameriera con un entusiastico “la pace del Padre mio sia con te!”. Da nascondersi sotto il tavolo. Ad ogni modo, io ho ordinato una pizza prosciutto e funghi. Gesù, che mi sembrava parecchio dubbioso sull’intera faccenda, una Margherita. E non gli è piaciuta. Che io dico. Già mi devi spiegare come fa a non piacerti una Margherita, che è farina, pomodoro e formaggio… che è: a Nazareth non ti hanno mai dato farina, pomodoro e formaggio? E cos’è che mangiavate, scusa? E comunque, come fa a non piacerti una Margherita, che è la pizza più normale di questo mondo? E, soprattutto, se sei il Figlio di Dio e vai in un ristorante e non sai cosa ordinare, santo cielo, tu che sei onnisciente non potresti controllare prima cosa ti piacerà e cosa no? E se non ci pensi, perché te la prendi con me che ti ho portato in una pizzeria? Perché se non ti piace la pizza ricominci la solita manfrina contro i Romani, che facevano pagare tante tasse al tuo babbo Giuseppe e poi si sono lavati le mani perché non sapevano se ammazzarti o no e non è stato un gesto carino? Non metto in dubbio, per la carità del cielo, ma io che c’entro? Non sono una Antica Romana. E poi tu che ne sai? Magari neanche a Pilato piaceva la pizza. Ad ogni modo, Gesù parlava, e parlava, e parlava, e io lo stavo ad ascoltare, seduta alla sua destra, ché non capita mica tutti i giorni di sedere alla destra del Padre. Gesù parlava, e parlava, e parlava, e parlava in aramaico con tutte quelle strane gutturali aspirate, e aveva quest’aria inquietante da rasta no global che allarmava gli altri clienti, e così dopo il dessert la cameriera ci chiedeva se potevamo lasciare il tavolo. E lì scoppia il dramma. Gesù non ha da pagare. Io nemmeno, perché da che mondo è mondo se vado a cena con un ragazzo mica lo pago io, il conto. Insomma, non s’aveva di che pagare. Io avevo solo cinquanta centesimi, pensa che vergogna. “Nessun problema!”, sorride Gesù dandomi una pacca sulla spalla: “passami qui la moneta, ci penso io”. E non moltiplica pani. Non moltiplica pesci. Moltiplica cinquanta centesimi. E poi, tutto serafico e rilassato, va alla cassa pretendendo di pagare trentasette euro e cinquanta in monetine da cinquanta cents. La cameriera stava per chiamare la sicurezza. Comunque, alla fine della serata Gesù non sembrava troppo dispiaciuto. “Quella cosa lì che vi mangiate – pazza, puzza, o come diavolo si chiama – è una vera schifezza”, decretava togliendosi con nonchalanche una spina dai piedi. “Se fosse per me, la farei scomparire dalla faccia della terra in questo preciso momento, ma il Padre mio che è nei cieli mi parla sempre del libero arbitrio, e che bisogna darvi la possibilità di mangiare le mele e la pozza anche se fa schifo, e quindi che ci posso fare? Il dessert, invece, era buono”. Se vi interessa, nel mio sogno a Cristo piaceva la torta alla nutella. Ad ogni modo, ad un certo punto Gesù se ne andava. Guardava le stelle, e decretava di essere in ritardo: io gli proponevo di fermare il Sole per allungare la giornata, giochetto così carino che a suo padre riusciva tanto bene, ma lui mi diceva che coi miracoli è meglio non esagerare: “pensa un po’ se il Sole si ferma… come se lo spiega, poi, Margherita Hack, poveretta, visto che dice che io non esisto?”. E così, per non creare problemi a Margherita Hack e ai suoi colleghi, premurosamente Gesù se ne andava. Mi abbracciava sulla battigia, e poi cominciava a camminare verso l’orizzonte, dove il cielo era scuro e il mare in tempesta. L’ultima cosa che lo sentivo dire, era a proposito dell’opportunità di bandire la pizza dal mio menù, ad ogni buon conto. E poi scompariva, diventando un punticino lontano in un mare scosso dai venti. “Che cos’avevi mangiato, la sera prima?”, mi chiedeva con interesse mia zia, alla fine del mio racconto. “Niente!”, ribattevo sconsolata. Mia zia si mordicchiava le labbra, pensierosa. “Ah, ecco, allora ho capito. Hai sognato Gesù perché eri sulla buona strada per una perfetta ascesi a causa del digiuno. Però, visto che non sei una Santa, sei ancora attaccata ai piaceri terreni: di qui, la pizza, e Gesù che ti dice che è cattiva. Ecco la spiegazione!”. Sarà… Scritto da Lucyette | commenti (6) (popup) | commenti (6) | Link |
What Dreams May Come
Pasqua 1997
“Guarda, mamma! Leggi questo inserto! Dice che nel 2008 Pasqua sarà il 23 marzo: non capiterà più fino al 2160!”. “Oh! Davvero, Lucia?”. “Sì! Non è bellissimo? Compirò vent’anni il giorno di Pasqua!”. “Beh, è bello sì… sarai contenta…”. “Sì! Per cui, ho già pensato per bene a come voglio la festa di compleanno. Adesso te lo spiego, ma visto che poi passa tanto tempo te l’ho anche scritto su un foglietto, eh. Adesso te lo do, e poi tu e papà lo consultate un po' prima di Pasqua come promemoria, per fare tutto per bene. Okay?”. “Ehm… okay…”. “Allora. In primo luogo saremo qui al mare”. “Chissà…”. “No: come, chissà? Saremo qui al mare, punto”. “Ma chissà, avrai vent’anni… Magari non ti piace più il mare, magari sarai con la tua combriccola di amici, magari non potrai viaggiare tanto per via dell’Università…”. “No. Sarò al mare. Con te. Non voglio amici. Voglio la mamma. Solo la mamma. Che c’entrano gli altri? La mamma!”. “Magari invece andrai in un posto più lontano, a festeggiare…”. “Ma che lontano, c’ho il mal d’auto. Lo sai che ho giurato solennemente che non andrò mai più lontano della Liguria, tsk”. “Va beh… vedremo…”. “Ecco, vedremo. Poi, dovrete comprarmi un bell’uovo di Pasqua, ma non di quelli del supermercato: io ne voglio uno bello di pasticceria, con sopra la scritta Buon compleanno Lucia (20)”. “Si può fare…”. “E poi mi regalerete una collana a forma di uovo di Pasqua”. “Ossignur”. “Ecco, pensavo che magari quella non è facile da trovare, per cui vi consiglio di cercarla con un po’ di anticipo, io ci tengo. Deve vedersi che è un uovo di Pasqua, mi raccomando, è importante”. “Importantissimo”. “E poi mi canterete tanti auguri, e andrò a studiare”. “Studiare?”. “Studiare. Per la mia Università, che sarà molto difficile, per cui bisogna studiare, anche a Pasqua”. “Ah ecco. E che Università sarà, se mi è lecito domandare?”. “Non so bene. Ma da grande voglio fare quella che studia i castelli e le damine, e i draghi e i cavalieri e i maghi e Robin Hood. Per cui, una che tratti queste cose”. “Ehm… non per deluderti, ma non credo esista una Università simile, sai…?”. “Non è vero, esiste e io la troverò! E’ la mia missione, e non potrete impedirmelo!”. A undici anni di distanza, non siamo al mare, perché effettivamente i miei impegni non ci consentono di viaggiare tanto. Non vivo più con la mamma, e non vivo più nemmeno a Torino – se me l’avessero detto a nove anni, sarei scoppiata a ridere alla sola idea. Continuo a soffrire il mal d’auto, ma sono reduce da un viaggio a Roma, con quella che non è la mia combriccola di amici, ma la mia “seconda famiglia”. La collana a forma di uovo di Pasqua, grazie al cielo, non me l’hanno regalata. E nemmeno l’uovo di Pasqua, perché a ben vedere io detesto il cioccolato. In compenso, l’Università che studia i castelli e le damine e i draghi e i cavalieri e i maghi e Robin Hood, l’ho effettivamente trovata. E dà una certa soddisfazione, sapere di aver realizzato il più fantastico dei tuoi sogni da bambina. ![]() Scritto da Lucyette | commenti (6) (popup) | commenti (6) | Link |
A dirla tutta
A Torino, ha ricevuto una lettera di minacce la mamma di Andrea, il dodicenne che un mese fa era stato picchiato dai suoi compagni di scuola perché voleva fare il ballerino classico. "Provaci adesso, a fare i tuoi balletti, se ci riesci", avevano gridato i due bulli mentre atterravano il ragazzo, e lo pestavano fino a causargli delle pesanti lesioni alle ginocchia.
Ora: io, da ex-ballerina classica, vorrei comunicare a quei due bulli che, a dirla tutta, me lo ricordo ancora, l'unico ragazzo che seguiva le lezioni di danza con noi. E, a dirla tutta, ho la profonda convinzione che anche quel ragazzo, si ricordi ancora le sue lezioni di danza con noi. Scritto da Lucyette | commenti (4) (popup) | commenti (4) | Link |
Roma #3
“Buongiorno! Due di quei calzoni pomodoro e mozzarella, grazie”, sorrido, tentando disperatamente di sovrastare la voce dello speaker che annuncia i treni in arrivo a Porta Nuova.
“Buongiorno! Una focaccia ai funghi e una piadina pomodoro e rucola”, domanda Mario, al mio fianco, mettendomi in mano i biglietti del treno ancora da obliterare. “No, non li scaldi, tanto non li mangiamo adesso, e siamo già anche in ritardo: ecco a lei…”, e tira fuori dal portafoglio una banconota da cinquanta euro, che allunga alla commessa. Poi mi guarda. Guarda l’orologio, rimette in tasca il portafoglio, guarda il tabellone con le partenze, e strilla “andiamo!”. Prende in mano la valigia, e parte. “Ehm… Mario… non è che dimentichi qualcosa?”. “No! Ho il biglietto, ho la valigia, cos’è che starei dimenticando?”. “Il resto dei cinquanta euro…?”. “Occavolo! Sì, corri, oblitera tu, torno al bar e ti raggiungo!”. Oblitero. Mario mi corre incontro, reinfilandosi in tasca il portafogli. “... Mario… sicuro di aver preso tutto?”. “Ma sì! Il biglietto l’hai tu, la valigia è qui, il resto l’ho preso… muoviti!”. “Sì, ehm, però non hai preso la merce. Dov’è la tua cena?”. “… occavolo”. “Vedi? E’ questo il motivo per cui Dio ha creato le femmine”, constatava dieci minuti più tardi, seduto davanti a me nel piccolo scompartimento. “Senza di voi moriremmo tutti, noi maschi non badiamo a questi dettagli pratici… io per esempio a certe cose non ci penso proprio”. Io ho cercato di spiegargli che a certi livelli si procede d’ufficio all’interdizione, ma lui continua a sostenere che, per un maschio, questa è una cosa assolutamente quotidiana e normale. Scritto da Lucyette | commenti (5) (popup) | commenti (5) | Link |
Arrivederci, Roma...
T'invidio turista che arrivi,
t'imbevi de fori e de scavi, poi tutto d'un colpo te trovi fontana de Trevi ch'e tutta pe' te! Ce sta 'na leggenda romana legata a 'sta vecchia fontana per cui se ce butti un soldino costringi er destino a fatte tornà. ![]() “Ben arrivati! Voi chi siete?”. “Torino…”. “Miii! No, non ci credo, Torino! Cioè, siete quegli sfigati che si sono fatti sette ore e mezza di treno più ritardo, perché non vi hanno pagato l'aereo, e poi sono arrivati a destinazione a mezzanotte passata, ed erano anche senza camere per un problema di organizzazione? Cioè, no, dico, quelli che ripartono domenica mattina per altre sette ore e mezza di treno, costretti, in tutto ciò, a saltare il pranzo? Miii, non ci credo, poracci, ci siete davvero! Ma allora non eravate una leggenda metropolitana: esistete!”. Il bello della nostra Famiglia, è che ti è sempre amica. E, soprattutto, solidale. Scritto da Lucyette | commenti (3) (popup) | commenti (3) | Link |
Roma #2
“Ciao Lucia! Una cosa velocissima... ehm… ti secca se falsifico la tua firma?”.
Lancio un’occhiataccia alla cornetta del telefono. “Abbastanza”, replico lentamente: “che hai da falsificare, scusa?”. “No, niente… E’ che ci hanno faxato un documento, ma l’abbiamo visto solo ieri, con degli altri dati da mandare alla struttura che ci accoglie, a Roma. E’ uno per ogni partecipante, e bisogna firmarlo e rifaxarlo entro domani… visto che tu non sei qui, è un po’ un problema: o mi trovi entro domani un negozio lì che faccia servizio fax, o ti falsifico la firma. E’ una pura formalità: è solo per sapere se sei maschio o femmina, se hai intolleranze alimentari, se hai bisogni particolari che devono sapere prima…”. Mi stringo nelle spalle, e sospiro, rassegnata. “Falsifica, falsifica…”. Ricapitolando: vado a Roma, ma non so dove, a fare qualcosa, ma non so bene cosa, con un programma, ma non so che programma, dopo aver letto moduli, che però non ho letto, e dopo aver messo la mia firma, che però non è la mia, a un documento, che non so cosa dica. Secondo me, va a finire che quello mi sbatte su un treno e mi manda a prostituirmi in Kirghizistan. E avrà le basi legali per farlo, perché risulterò aver firmato una rinuncia a tutti i miei diritti. Scritto da Lucyette | commenti (11) (popup) | commenti (11) | Link |
GIORNI PASSATI |