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SPQP
Il professore con le guanciotte da Cicciobello me lo ripete dal giorno del mio trasloco: vuole assolutamente vedere la chiesa di San Michele, dove tutti i Re longobardi della Storia del Settentrione sono stati incoronati.
Così, nella fiduciosa attesa che un giorno venga a vedersela di persona, ho deciso di mandargli una cartolina. Al che, approfittando di una capatina alla stazione di Pavia, questo pomeriggio entro in un bazar dentro la stazione, e scelgo la cartolina più bella dell'espositore. "Questa, grazie", sorrido al commesso, una volta arrivata alla cassa. "Più il francobollo". Il commesso mi fa scoppiare un faccia una bolla di chewing-gum. "Il francobollo no", annuncia piattamente, "qui non li vendiamo". Presa alla sprovvista, lancio un'occhiata all'espositore delle cartoline, alle schedine del totocalcio poco più in là, ai pacchetti delle sigarette in mostra su uno scaffale. E, visto che sono veramente molto stupita del fatto che in quel bazar, per di più dentro una stazione, non vendano francobolli, riporto lo sguardo sul commesso e mormoro: "come, scusi?". Il commesso sgrana gli occhi. E poi inghiotte il chewing-gum, cominciando a urlare, in tono curiosamente lento, "AH - MI - SCUSI. QUI - NON - VENDIAMO - FRANCO - BOLLI". Sgrano gli occhi, e l'unico suono che riesco a produrre di fronte a quell'inaspettata reazione è uno sconcertato "... eh?". Il commesso alza ulteriormente il tono della voce. "IN - ITALIA - NON - VEDIAMO - FRANCO - BOLLI", mi informa, veloce quanto un bradipo zoppo. "Ah no?", sussurro, stavolta in tono sinceramente interessato. "NO!". "Oh, perbacco! E cosa vendete, al posto?", domando con profonda curiosità "NIEN-TE", ruggisce il commesso. "DE-VE AN-DA-RE IN U-NA TA-BAC-CHE-RI-A. QUELLE CON LA T! CAPISCE? T!". E nel dubbio, mima anche con le mani, in un gesto che non ho ancora capito se volesse indicare la T di tabaccheria o qualcosa di molto meno educato. "Ah, okay... grazie...", annuisco timidamente, tirando fuori dal portafoglio le monetine per pagare la cartolina. "PRE-GO! VEDRA', SI TRO-VE-RA' BE-NE IN I-TA-LIA, SI-GNO-RI-NA!". Sono Pazzi Questi Pavesi. Scritto da Lucyette | commenti (11) (popup) | commenti (11) | Link |
Seconda Giornata Mondiale della Lentezza
Avere un vicino di casa che non possiede la televisione è cosa più unica che rara.
Incontrare poi una intera famiglia che tutte le sere passa ore seduta in giardino, a chiacchierare piacevolmente del più e del meno e senza lasciarsi tentare dalla TV, da Internet, dalla discoteca… quello, beh, è quasi impossibile, al giorno d’oggi. Non lo trovi più, qualcuno che decide di passare il finesettimana a casa perché ha proprio voglia di mettersi lì, seduto sul balcone, con un buon libro in mano, a rilassarsi per quarantott’ore senza fare nient’altro. Di bambini non ne nascono più, e se nascono vengono subito sbattuti all’asilo nido, perché le mamme devono tornare subito al lavoro, non possono sacrificare la carriera! E poi è disdicevole, tenersi il figlio a casa a giocare con uno o due amichetti. Esistono corsi, attività ricreative, progetti extra, che tutti i piccolini devono seguire: vorrai mica farlo crescere strambo e diverso dagli altri? La Storia, la Letteratura, la Filosofia, la Fede, vengono liquidate come fesserie inutili e prive di alcun fondamento. Quello che è veramente utile è la tecnologia, e quei deficienti che la pensano diversamente dovrebbero ben ammetterlo, un giorno o l’altro! Sarebbe comico vedere come se la cavano loro, toh, senza la corrente elettrica! La televisione è bella, utile, e va guardata, sempre. Se la televisione ti dice che quel tale è un assassino, tu hai tutto il diritto di deriderlo, condannarlo a priori, sbeffeggiarlo come più ti pare e piace: tanto, l’ha detto la TV, no?, quello è un delinquente… I libri? E a che servono? E’ l’era delle immagini: più immediate! Le biblioteche? E a che servono? Tanto c’è Internet, si fa prima! Il silenzio? E perché mai? Infìlati gli auricolari nelle orecchie, dai: è appena uscita l’ultima compilation dell’ennesima musica fatta di rumori! La calma? E’ decisamente out! Còmprati la macchina più veloce che trovi, e poi divertiti a sfrecciare sull’autostrada: è questo il modo migliore per passare il week-end! Un vecchio professore in pensione ti dice di fermarti un attimo, per riflettere, per pensare, per assimilare la vita? Vecchio stupido bacucco, si vede proprio che è dell’anteguerra: sapesse noi giovani d’oggi, invece, come ci divertiamo! Ti vesti come la massa ti dice di vestire. Fai quello che i media ti dicono di fare. Corri da una parte all’altra, come è giusto che tu faccia. Pensi al lavoro, ai soldi, alla carriera, perché è a quello, che devi pensare. Guardi la televisione ogni santo giorno, come fanno tutti. Ti appassioni all’ultima hit del cantante alla moda, come vuole la moda. E se una ragazzina una sera ti chiedesse “perché”? Tu, forse, non sapresti rispondere. Cosa dite? Come mai questa descrizione del mondo d'oggi? Ehm, no, io in realtà stavo riassumendo Fahrenheit 451 di Bradbury… Scritto da Lucyette | commenti (5) (popup) | commenti (5) | Link |
Camice bianco
“E così hai male a un orecchio, eh?”, ripete il medico inclinando la testa da un lato, e studiandomi con sguardo critico.
“Sì”, confermo io, timidamente seduta sulla mia sediolina. Il medico si passa una mano sulla barba, pensieroso. “Il fatto è che le tue orecchie sono perfette: non è né un’otite, né una timpanite, né un tappo”. Accenno un timido sorriso, mormorando “beh… è un buon segno, no?”. “Mica tanto”, replica il medico, squadrandomi, “se a te continua a far male. Mi spiace, ma devo fare una rinofibroscopia”. Ahia… le cose che finiscono in “scopia” non sono mai niente di buono. “Ma no, dottore, se non è otite… cioè, io avevo paura che fosse otite, per quello sono venuta: ma se mi dice che non peggiora, guardi che il dolore non è insopportabile, non vorrei farle perdere tempo, e…”. “Se è quello che temo”, replica lui, funereo, “domani sarai piegata in due dal dolore e mi maledirai per non aver insistito. Ora rilassati”. Rilassati? Quando ti dicono “rilassati” stanno per tagliarti la gola con un seghetto arrugginito: io non voglio rilassarmi, io voglio andare, davvero, non sto poi così male! “Non aver paura”, ripete il medico, conciliante. “Non ti succederà niente”. E nel frattempo estrae una grossa valigia piena di affilati arnesi di metallo, che contempla con uno sguardo compiaciuto degno del marchese De Sade. “Dottore, ma davvero, io non credo che…”, inizio atterrita, ma la voce mi muore in gola quando il medico afferra un grosso arnese lungo e acuminato, e lo disinfetta su una fiammella, con aria molto professionale. “Allora. Tu ti chiami Lucia, vero?”, inizia il dottore. Annuisco debolmente, lo sguardo fisso sul terribile aggeggio di tortura fra le sue mani. “Allora, Lucia. Rilassati”. Aiuto! “Andrà tutto bene”. Stai per uccidermi? “Appoggia bene i piedi per terra”. Ehi, aspetta, in fin dei conti ho cambiato idea: non sono poi così contraria all’eutanasia, devi saperlo! “Chiudi gli occhi”. Non voglio morire! “Prendi un respiro profondo”. Esigo l’anestesiiiaaa! “Appoggiati bene allo schienale della sedia”. Preferisco andare in periotite, davvero! “Pensa a cose belle”. Oddio. Oddio. Ho capito. Mi vuoi amputare una gamba lasciandomi cosciente. Non c’è altra spiegazione. “Apri la bocca: al mio tre ti appoggerò questa cosa alla lingua, non succederà niente, stai tranquilla”. A pensarci bene, in fin dei conti voglio morire: adesso! “Uno…”. Non ho fatto testamento! “Due…”. Voglio la maaaaammaaaaaa! “Tre”. Tutta ‘sta manfrina per – giuro – appoggiarmi sulla lingua un tubicino di metallo, e nient’altro. Secondo voi, ho o non ho il diritto di mandargli sotto casa un sicario? Ad ogni modo, per amor della cronaca, avevo una irritazione alla faringe e alle orecchie. La medicina prescritta “può causare irritazione oro-faringea”. Scritto da Lucyette | commenti (6) (popup) | commenti (6) | Link |
Son cose
No, volevo solo portare alla vostra attenzione il fatto che c'è chi è arrivato qui cercando su Google "incantesimi per separare chi trama contro di te sul lavoro".
Poi, essendo evidentemente dubbioso sulle mie qualifiche professionali di strega, si è informato anche sul "numero telefonico del cellulare di Harry Potter", ché non si sa mai. Dopo queste due, mi sembra comprensibile persino la richiesta di chi cerca "video di ragazzi mentre fanno la pipì". Scritto da Lucyette | commenti (6) (popup) | commenti (6) | Link | da dove arrivate
Sorpreeeeeesaaaa!
Avevano programmato tutto fin nei minimi dettagli, per l’occasione.
Cento anni non si compiono mica tutti i giorni, e per di più non tutti i giorni si arriva a cento anni nelle condizioni di Nonna Agnese: che continuava a camminare, a lavorare a maglia, a uscire per qualche passeggiata con la badante, ad ascoltare la musica classica, ad appassionarsi alle telenovelas, a snocciolare rosari l’uno dopo l’altro, ad alternare gli show di Fiorello alle preghiere di Radio Maria. Sì: per il centesimo compleanno di Nonna Agnese, la mia compagna di classe e i suoi parenti avevano organizzato tutto fin nei minimi dettagli. Avevano finto di dimenticarsi degli auguri, e si erano mostrati troppo impegnati anche solo per una misera telefonata, la mattina. Avevano convinto la badante a portare Nonna Agnese giù al parco sotto casa a fare due passi, anche se era gennaio e si moriva dal freddo. Approfittando della casa vuota, erano entrati quatti quatti, e avevano posato sul tavolo del salotto una grande torta (col dolcificante, per non far male al lieve diabete). Avevano gonfiato tanti palloncini, e riempito tre caraffe di camomilla fumante: ché, a Nonna Agnese, piaceva tanto. Avevano messo su un CD con una compilation preparata per l’occasione: J'ai Deux Amours, Lili Marleen, Lucciole Vagabonde, perché Nonna Agnese si ricordasse della sua giovinezza non troppo lontana. E poi avevano chiuso le imposte, si erano nascosti dietro il divano, e avevano ansiosamente aspettato di sentir scattare la serratura della porta. E, quando l’ignara Nonna Agnese era rientrata, avevano dato fiato a una trombetta di Carnevale, gridando “AUGURIIIIIIIIIIIIIII!”. Avevano sorriso, per gli occhi sgranati della vecchietta. L’avevano guardata impallidire, mentre la mia compagna di classe si precipitava ad accendere le candeline sulla torta. E poi avevano chiamato un’ambulanza, quando la povera Nonna Agnese si era accasciata per terra colta da infarto. Contro ogni ragionevole aspettativa, Nonna Agnese uscì viva, dalla Terapia Intensiva, tre settimane più tardi. E i presenti giurano che le sue prime parole dopo le dimissioni furono una colorita serie di insulti verso chi aveva avuto la brillante idea di quella piacevole festa a sorpresa. Scritto da Lucyette | commenti (12) (popup) | commenti (12) | Link |
A mali estremi
“Ehi… ormai mi avete dato il tempo di sistemare casa, il tempo di conoscere Pavia, il tempo di far passare la parte più fredda dell’Inverno… quand’è che mi venite a trovare?”, protesto al telefono con Andrea.
Dall’altra parte della cornetta, lui esita. “Lucia… fosse per me, anche subito, è che sto combattendo una dura battaglia con Lui, per il tuo bene”. Aggrotto le sopracciglia: “e perché? Lui non vuole venire? Ma se mi aveva detto che…”. “No no… Lui vuole venire eccome”, sospira Andrea, afflitto: “è che vuole piombarti lì all’improvviso, per una visita a sorpresa”. Segue un lungo silenzio. “No, no, ti prego”, sussurro con la voce rotta dal terrore: “voglio farvi vedere casa mia, ma non posso se venite qui quando è tutta in disordine, e poi lo sai come sono: devo programmare tutto, odio le sorprese di questo tipo, non potete arrivare qui senza avvisare, io devo organizzare tutto per…”. “E’ quello che sto disperatamente cercando di fargli entrare in testa”, risponde lui, stancamente, “ma Lui dice che in fin dei conti poi ti farebbe piacere…”. “No, non credo proprio”, ribatto con decisione. “Fagli passare dalla testa ‘sta idea balzana, ora”. Andrea sospira. “Ci sto provando, te l’ho detto, ma sai Lui com’è fatto: non è che puoi andare da Lui e dirgli di no, che non ci pensi nemmeno ad ascoltarlo: non credo proprio che gradirebbe, e…”. “Allora digli che va bene, ma fammi una soffiata uno o due giorni prima”, esclamo entusiasticamente. “Non lo saprà nessuno, morirò portando il segreto nella tomba!”. Andrea fa schioccare la lingua sul palato: “naaa, non ci crederebbe mai, non sai mentire…”. “Ma che ne sai, tu?”, ribatto velocemente: “magari ti mento tutti i giorni e non ne hai idea… dai, dai, sono una brava attrice!”. “Ma no, non saresti credibile…”. “Andrea, giuro che se mi fai la soffiata io mi fingerò sconvolta, nel momento del vostro arrivo”. Andrea tace, scettico. “E giuro che poi farò anche finta di arrabbiarmi con te!”. “Con me?”, ripete, sconcertato. “Con te!”, ribatto io, allegramente. “Con te, perché avresti dovuto avvisarmi uno o due giorni prima e invece non l’hai fatto: giuro che ti insulterò, e che non ti rivolgerò la parola per tutto il giorno!”. C’è un lungo silenzio. Andrea, dall’altra parte della cornetta – ne sono sicura – ha aggrottato le sopracciglia. “Cioè, insomma… cornuto e mazziato, in pratica?”. “Esatto! E non è un'idea meravigliosa?”. Scritto da Lucyette | commenti (7) (popup) | commenti (7) | Link |
M'illumino di meno (e potessi illuminarmi di più...)
Nel Medio Evo, faceva notevolmente più caldo di adesso, alla faccia della odierna psicosi per il riscaldamento globale. Ad ogni modo, e comunque, ben vengano le iniziative come quelle della trasmissione Caterpillar su Rai Radio 2, che da anni, ogni anno, tutti i 15 Febbraio celebra la Giornata per il Risparmio Energetico.Che il Sindaco di Torino decida di spegnere le luci sulla Mole Antonelliana, o che la Confesercenti di Pavia esorti i ristoratori a servire esclusivamente cene a lume di candela, sinceramente, poco mi tange. Non sarà certo una serata alla luce del risparmio energetico a risolvere i problemi del pianeta: prendiamolo semmai come un gesto simbolico, o, ancor meglio, come l’occasione per riflettere su quanto le nostre vite siano ormai irrimediabilmente influenzate dalla tecnologia. Provate voi, a passare un’intera serata senza computer, senza televisione, senza telefono, senza forno a microonde, senza lampade accese, senza niente di tutto ciò. Per qualche ora può anche andar bene, ma alla lunga… “Ehi, Lucia! E tu partecipi alla Giornata del Risparmio Energetico?”, mi si chiedeva qualche giorno fa. “Ma non scherzare”, replicavo prontamente, e con buona dose di onestà intellettuale. “C’è ER su Rai Due: ma che, mi prendi in giro? E poi devo studiare: vuoi mettere, studiare al lume di una candela? Perdi tre diottrie a capitolo: no no, grazie, non sono mai stata un’ambientalista…”. Eppure, non mi ritenevo nemmeno una dipendente dalla tecnologia. Col cuore in gola e le lacrimucce facili, due giorni fa torno, ahimè, nella mia casuccia di Pavia. Con molta flemma, mi avvio a disfare le valige, svuotando la borsa da viaggio e lasciando cellulare, chiavi e portafoglio sul tavolo del salotto. Il cellulare trilla: bip, bip, bip. Non è una chiamata, ma l’avviso che la batteria si sta scaricando: sospiro rassegnata, e frugo nelle profondità del trolley alla ricerca del caricabatterie. E non lo trovo. Aggrotto le sopracciglia, cerco meglio, tiro fuori il sacchettino dove custodisco tutti gli aggeggi elettrici per proteggerli durante il viaggio. C’è il caricabatterie della videocamera, ci sono gli auricolari del lettore Mp3, c’è la prolunga che ho comprato a Torino nel negozio che ci fa sempre gli sconti… ma non c’è il caricabatterie del cellulare. Bip, bip, bip!, protesta il cellulare in tono piccato. Io gli lancio un’occhiata, lancio un’occhiata al trolley, e poi afferro il telefono cordless e chiamo casa. “Mamma? Mi fai un favore? Non è che vai in camera mia, a controllare sullo scaffale sopra il termosifone?”. “Sono lì”, risponde mia mamma. “Cosa ti serve?”. “Non è che ho dimenticato lì il caricabatterie del cellulare, per caso?”, domando lanciando sguardi colpevoli al mio telefonino. “Sì”, risponde mia mamma, annientando in un solo secondo tutte le mie speranze. Mi mordo le labbra, maledicendo la mia mania di fare le valige sempre all’ultimo momento. “Va beh… grazie”, sospiro. “Me ne comprerò uno nuovo, semmai: per fortuna che il cellulare lo uso pochissimo…”. Biiiiiiip!, gracchia, risentito, il mio telefonino. E poi si spegne, sprofondando in un offeso mutismo. Ti ho scritto un sms ieri sera, l’hai letto?, recita ieri mattina l’e-mail di un mio conoscente. Mi serve risposta entro stasera, per questa e quest’altra questione: ho provato a chiamarti, ma hai il cellulare spento: appena leggi questo messaggio, fatti sentire, per cortesia, perché è urgente. Ahio. Soffoco in una decina di secondi i sensi di colpa per aver creato tanti problemi a quel poveretto che abbisognava di una mia risposta: prendo in mano il telefono fisso, faccio per chiamarlo, e… inizio a sudare. Qual è il suo numero di telefono? Ce l’ho, certo: sulla rubrica del cellulare. “Ti prego, ti prego, ti prego, accenditi solo il tempo necessario per farmelo copiare su un foglio…”, sussurro in tono supplice al mio telefonino, che mi guarda in cagnesco e brontola qualcosa nel sonno, senza la minima intenzione di riprendersi anche solo per una manciata di secondi. “Ti prego, tipregotipregotiprego”, ripeto implorante, ma il telefono è impietoso. Non mi lascia nemmeno digitare la prima cifra del PIN, e si spegne fra le mie mani, con un ronzio vagamente risentito. Va bene. Pagine bianche. Esistono le pagine bianche. Andiamo a prendere le pagine bianche, ci sarà pur scritto il numero di telefono di casa di questo tizio. Già. Peccato che il numero di telefono di casa di questo tizio, sia riservato. Panico. Guardi il cellulare, guardi il computer, guardi il portafoglio, e alla fine prendi in mano la situazione. Ti vesti, e vai a comprare un nuovo caricabatterie. “Per che modello di cellulare?”, sorride la commessa dall’altra parte del bancone. “Per questo”, sorridi di rimando, allungandole il tuo cellulare in coma. La commessa sgrana gli occhi: “e che roba è st’affare?”. Sorridi timidamente: “un telefonino?”, azzardi a bassa voce. La commessa ti lancia un’occhiata schifata. “Sì, ma è vecchio!”. “Però funziona ancora bene”, ribatti molto sinceramente. “Non lo metto in dubbio”, mormora perplessa la commessa, “ma hanno smesso di produrre accessori per questa linea, credo, cinque o sei anni fa: un caricabatterie per questo catorcio, ormai, non lo trova nemmeno a pagarlo oro, signorina. Forse, a un mercatino delle pulci…”. “Come, no?”, sussurri smarrita. “E adesso cosa dovrei fare? Cambiare cellulare perché non fabbricano più i caricabatterie?”. La commessa sorride. “Se mi segue verso quest’ala del negozio”, replica incoraggiante, “posso mostrarle i modelli appena arrivati…”. “Cosa? No!”, rispondi in tono debolmente scandalizzato. “Questo funziona benissimo, e anche il caricabatterie funziona benissimo, è solo che l’ho dimenticato: non mi compro un telefono nuovo solo per questo!”. La commessa fa spallucce. “Beh, se le serve un cellulare…”. Iniziando ad avvertire un vago senso di disperazione, ti passi una mano fra i capelli. Devi dare una risposta al tizio, il tizio non ha il tuo numero di casa, tu non hai il numero del tizio, ma il tizio la risposta deve riceverla… “e quanto costa il cellulare più economico?”, ti senti scivolare fuori dalle labbra. La commessa sorride, trionfante. “Beh, ne abbiamo uno appena arrivato, ultimo modello, da 125 euro, che…”. “Niente ultimo modello”, la interrompi bruscamente, “a me ne serve uno per recuperare un numero in rubrica e fare una telefonata, potrei anche noleggiarlo. Quello più economico?”. “Beh” – e la commessa stringe le labbra in una espressione apertamente schifata – “saremmo attorno ai settanta euro, ma davvero, signorina, quel trabiccolo che si ostina a usare è out of…”. “Settanta euro? Ma io non li spendo, settanta euro, solo per il fatto che sono distratta e perdo le cose!”. La commessa ti guarda con una smorfia di compassione, e tu ne sei certa: in quel momento ti ha identificata come una zingara del campo nomadi, che non arriva neppure a mettere assieme i soldi per il pranzo. Per cui, ti sbatte fuori dal negozio, ché “se non vuole comperare, signorina, allora arrivederci, ho da servire altri clienti!”. Al che, torni a casa, con un cellulare defunto fra le mani. E il numero di quel tizio irreparabilmente chiuso lì dentro, perché “è tanto comoda la rubrica del telefonino, cosa me li vado a scrivere su carta, i numeri di telefono, eh?”. E, per lo stesso motivo, chiusi lì dentro anche tutti i numeri di telefono di coloro che avrebbero potuto metterti in contatto con il tale di cui sopra: “tanto, al giorno d’oggi, chi le usa più le agende con carta e inchiostro, ché poi rischi ancora di sbagliare a leggere, e digitare il numero di telefono sbagliato?”. E tu guardi il cellulare, e guardi i suoi tasti spenti e inanimati, e improvvisamente ti rendi conto di dipendere dalla tecnologia molto più di quanto tu non abbia mai immaginato. E realizzi che una serata senza corrente elettrica è proprio il meno: e che, in ogni caso, il tuo mondo non sarà mai capace di fare a meno delle comodità della tecnologia, per quanto dannose e inquinanti e letali. C’è niente da fare, è una battaglia persa dal principio. Scritto da Lucyette | commenti (14) (popup) | commenti (14) | Link |
In Famiglia
E, tanto per portare avanti il parallelismo, anche io mi sento un po’ come Harry, tutte le volte che, dal Binario Nove-e-Basta, salgo sull’Espresso che mi porterà lontana dalla mia scuola.
Anche io mi sento un po’ morire dentro, come se mi portassero lontano da qualcosa che è mio e che non volevo lasciare. Anche a me sembra di abbandonare la mia Famiglia, e di trovare troppo lungo il conto alla rovescia prima del prossimo incontro. Anche a me pare sempre di lasciarmi alle spalle, e solo perché costretta, una parte troppo grossa e troppo importante della mia vita. Perché ogni giorno di più mi rendo conto che tutto quello che sono, tutto quello che ho imparato, tutto quello che mi ha formata, tutto quello che mi ha vista crescere, tutto quello che è diventato oggi la mia vita, ha origine là, fra le mura rassicuranti del mio Collegio. E ad ogni partenza, sempre di più, mi rendo conto di come sia difficile lasciare la propria casa. Scritto da Lucyette | commenti (7) (popup) | commenti (7) | Link |
In Famiglia #9
Le pareti della stanza in penombra erano occupate da scaffali carichi di centinaia di barattoli di vetro, in cui viscidi pezzi di animali e piante erano sospesi in pozioni di vari colori.
J. K. Rowling, Harry Potter e l'Ordine della Fenice, p. 499 ed. italiana
![]() ![]() ![]() Lo ammetto.
Vi scrivo dallo studio di Severus Piton. Scritto da Lucyette | commenti (4) (popup) | commenti (4) | Link |
In Famiglia #8
"Ferma!
Lo senti? E' il profumo di quando ho appena suonato. Io lo adoro, questo profumo che esce dall'organo. Chiudi gli occhi: non lo senti? E' questo: è quell'insieme di polvere e di piombo, è il profumo della pelle e del legno, è l'odore che c'è dentro, oltre le canne, e che quando suoni viene fuori. Lo senti? E' come se l'organo ti venisse incontro, come se camminasse lungo la Cappella, come se ti abbracciasse mentre tu lo suoni, e suonandolo gli dai la vita. Lo senti? ... E non è bellissimo?". Sì. Scritto da Lucyette | commenti (4) (popup) | commenti (4) | Link |
GIORNI PASSATI |