domenica, 27 gennaio 2008

Shalom, chaverim, lehitraot

 

Il 17 novembre del 1938, quando in Italia sono stati emanati i Provvedimenti per la Difesa della Razza Ariana, mia nonna era una dattilografa diciassettenne, recentemente assunta da una grande cartolibreria torinese, ed entusiasta del suo posto di lavoro. Passeggiando per le vie del centro – lei, che arrivava dalla provincia – adocchiava le vetrine delle boutique più in vista, assaporava il gelato nello storico Caffè Florio, acquistava riviste di moda e le sfogliava timidamente, fantasticando sull’abito da sposa col quale, presto, avrebbe detto di “sì” al suo Giuseppe.
Il 17 novembre del 1938, mia nonna, probabilmente, non aveva nemmeno saputo del regio decreto legge che avrebbe dovuto Difenderla. Come tutti i giorni, mia nonna si era alzata nella sua casa in campagna, era corsa in stazione, aveva preso il treno, era scesa nell’affollata Porta Nuova di Torino, e da lì era corsa al suo posto di lavoro, sfidando il freddo e la nebbia e sfrecciando veloce lungo le rive del Po. Come tutti i giorni, era entrata in ufficio, si era tolta il cappotto, si era seduta alla scrivania, e aveva salutato la sua amica Sara.
Come tutti i giorni, Sara, la sua amica e collega, le aveva sorriso, con un velo di tristezza nello sguardo. Mia nonna aveva fatto finta di niente, continuando a chiacchierare come se nulla fosse: la povera Sara era una ragazza infelice, lo sapevano tutti, ed era meglio lasciarla stare quando era giù di morale.
Sara avrebbe voluto studiare, ma due mesi prima si era vista cacciare fuori dalla scuola, perché “non di razza ariana”. Sara avrebbe voluto sposarsi – conosceva un ragazzo, gli voleva bene, e lui la ricambiava – ma anche quello le era stato negato: un paio di settimane addietro, un decreto aveva reso illegali i matrimoni misti. Sara avrebbe voluto fare di tutto, nella vita, ma non la dattilografa: i suoi datori di lavoro la trattavano bene, certo, ma lei detestava quella occupazione, e loro in fondo l’avevano assunta solo per pietà – erano ebrei a loro volta, e in quei mesi si erano dati da fare per assumere nella loro azienda il maggior numero di non-ariani, cacciati con le scuse più varie dagli altri posti di lavoro.

Passarono i giorni, i mesi, e gli anni: Sara si faceva sempre più triste e magra, e mia nonna iniziava a sentirsi vagamente inquieta a passare tutto il giorno chiusa in una stanza con la ragazza. Sara era una buona amica, certo, ma stava sfiorando l’orlo della depressione: suo padre era morto, la sua sorellina non trovava un lavoro, la madre aveva perso tutti i clienti, e lei, con il suo misero stipendio, doveva pensare a sfamare l’intera famiglia. Forse una passeggiata le avrebbe fatto bene, aveva pensato mia nonna in una calda mattinata di giugno. Avrebbe chiesto al nuovo padrone di poter uscire un po’ prima, per portare la sua amica a svagarsi al Valentino: il nuovo padrone, sì, perché quello di un tempo era misteriosamente scomparso con tutta la sua famiglia – correva voce che fosse scappato, correva voce che si fosse nascosto in un luogo sicuro.
Ad ogni modo, in quella calda giornata di giugno, mia nonna aveva acceso la radio, in ufficio. Chissà, magari Sara si sarebbe distratta, con qualche canzonetta allegra.
Combattenti di terra, di mare e dell'aria!, aveva gracchiato dalla radio l’inconfondibile voce di Benito Mussolini. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
Sara non si era rallegrata particolarmente, e nemmeno mia nonna.
Popolo italiano!, aveva concluso il Duce pochi minuti più tardi. Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!
Sara aveva scrollato le spalle, lanciando un’occhiata silenziosa alla radio. “Oh beh”, aveva constatato pacatamente: “in ogni caso, non sta parlando con me”.

Due giorni dopo, mia nonna era tornata a lavorare, e, all’uscita della stazione di Torino, aveva trovato uno spettacolo orribile ad aspettarla. Agli angoli della strada, gli strilloni sventolavano i giornali locali facendo il bilancio del bombardamento che aveva colpito la città: quaranta feriti, diciassette morti… camminando veloce lungo le vie del centro, mia nonna si domandava chi fossero, quelli che approvavano tanto entusiasticamente l’annuncio dell’entrata in guerra.
E poi le bombe di Ferragosto, le incursioni di settembre, l’aggressione di novembre e la retata poco prima di Natale. Ormai mia nonna e Sara avevano imparato a memoria la dislocazione di tutti i rifugi antiaerei, e passavano ore e ore lì sotto – soprattutto da quando il ponte della ferrovia era crollato, e mia nonna era impossibilitata a tornare al paese tutti i giorni.
E poi il tesseramento del pane, i giardini pubblici trasformati in campi di granoturco, l’oscuramento della città, i parafango delle macchine obbligatoriamente dipinti di bianco. E poi la capitolazione della Grecia, la resa disastrosa in Africa… e poi l’Armata Italiana in Russia: Giuseppe ne faceva parte. Giuseppe, il fidanzato di mia nonna: Giuseppe, che sarebbe già stato suo marito, se quella maledetta guerra non l’avesse spedito in Germania proprio nel giorno per cui era stato fissato, un secolo o forse un millennio prima, il suo matrimonio. Sara non l’aveva detto – Sara era una buona amica, che diamine – ma mia nonna era convinta che, un po’, lei ci avesse goduto: almeno non era più lei, l’unica ad aver detto addio all’amore; almeno, qualcuno l’avrebbe capita, avrebbe condiviso la sua sofferenza.
La trebbiatura del grano degli orti di guerra, le comunicazioni telefoniche interurbane sospese: mia nonna e Sara non avevano più niente da fare, in quell’ufficio buio, se non potevano più telefonare, e chi di dovere deve essersene reso conto. Come tutti gli ebrei, Sara è stata costretta a denunciare le sue generalità per essere precettata al lavoro, ed è finita a controllare il rifacimento del manto stradale.
... in fin dei conti, il lavoro in cartolibreria non era poi così male.

Il 16 dicembre di quell’anno, era arrivata in Italia la notizia della disfatta dell’Armir in Russia. Sara aveva pensato alla sua amica Rita, per un attimo, e al fidanzato di lei, probabilmente morto fra il gelo e la neve: ma era stato solo un istante. Non vedeva mia nonna da quando aveva smesso di lavorare in cartolibreria, e in fin dei conti non avrebbe voluto rivederla: Sara non era più la ragazza spensierata di un tempo, e aveva quasi vergogna del suo volto scavato, dei suoi vestiti laceri, del suo sguardo vuoto e spento. Lei, sua sorella, sua madre, stavano davvero facendo la fame: “gli ebrei sono coloro che tolgono la ricchezza al nostro Paese”… sì, come no. Ad averne un minimo sindacale, di ricchezza. Ad avere la ricchezza sufficiente per procurarsi un pasto al giorno…
Sara si era rallegrata, l’8 settembre, per la notizia dell’armistizio con gli Alleati. Pensava che fosse la fine tanto invocata: non sapeva che, da lì a due giorni, i Tedeschi avrebbero occupato la città, e che il 16 ottobre duemila ebrei romani sarebbero stati i primi deportati d’Italia.

8 novembre: bombardamento aereo diurno. Duecento morti.
13 gennaio: partono da Torino i primi convogli diretti a Mauthausen.
4 giugno: gli Alleati liberano Roma.

25 giugno: con gli ultimi spiccioli ricavati dalla vendita delle gioie di famiglia, Sara esce per le vie di Torino, camminando raso ai muri per non restare folgorata con i fili della luce caduti a terra. Si dirige con decisione verso il mercato nero, il mercato degli strozzini.
25 giugno, ore 16 circa: Sara torna a casa, ma non trova ad attenderla né la madre né la sorella. In terra, da una cornice scheggiata e oltre un vetro rotto, la fissa impotente la fotografia di suo padre. Nella saletta, la pelle del divano è squarciata, il tavolo è capovolto, il vaso di fiori è caduto a terra e si è infranto.
Sul mobile dell’ingresso, un messaggio per la signorina Sara. La madre e la sorella sono state prese in custodia dalle autorità tedesche a Torino: alla signorina è ingiunto di presentarsi al più presto nel tal ufficio, per ricongiungersi al resto della sua famiglia e, con esso, venire trasferita al campo di lavoro di Ravensbrück, a nord di Berlino.

Sara non dormì, quella notte.
Sara, quella notte, prese una decisione.
Di prima mattina si alzò, si pulì, si mise il suo vestito buono, attraversò il centro della città, ed entrò nella grande cartolibreria, chiedendo della sua unica amica, di mia nonna.
Mia nonna non era ancora arrivata, le risposero: voleva lasciare un messaggio?
Sì, acconsentì Sara, e si chinò sul tavolo della ragazza che aveva preso il suo posto, per scrivere su un foglietto bianco il suo ultimo messaggio per Rita.
E poi, con un profondo respiro, tornò in strada e scelse di non abbandonare la sua famiglia.


Vado in Germania con mia madre e mia sorella, lesse mia nonna mezz’ora più tardi. Spero di poterti riabbracciare, un giorno. Ti ringrazio per tutto, e prego per te e per il tuo futuro, con infinito affetto.



Mia nonna la attese a lungo, ma Sara non tornò mai ad abbracciarla.



_____



Vorrei andare sola
dove c’è gente migliore,
in quel posto sconosciuto
dove più nessuno muore.

Forse ci andremo in molti
– un migliaio, o forse più –
forse ci andremo in molti:
e, sai, perché aspettare?


Alena Synkova


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venerdì, 04 gennaio 2008

Settimo anno

 

2000

Harry Potter bussò rabbiosamente allo studio del professore di Pozioni. Era la quarta volta in tre settimane che Piton lo metteva in punizione in concomitanza con gli allenamenti di Quidditch della squadra di Grifondoro. Harry ne era sicuro: se non fosse stata imminente la partita con i Serpeverde, Piton non avrebbe passato le ultime lezioni a gravitare attorno al suo banco, cogliendo ogni occasione per punire Harry e allontanarlo dagli allenamenti.
“Sei in ritardo, Potter”, l’accolse, fredda, la voce di Piton, non appena Harry ebbe superato la soglia.
“Lo so, signore”, replicò lui inghiottendo la rabbia: “la professoressa Back mi ha trattenuto, voleva –
“Lucia? Ci sono le Sorelle X sugli scogli, hai visto?”, si è intromessa mia mamma.
“A-ha”, ho risposto molto distrattamente, succhiando la punta della penna bic e ricominciando a scrivere.
“Voleva darti esercitazioni private di Difesa?”, gracchiò Piton puntando i suoi occhi neri in quelli di Harry.
“E’ quello che ho detto”, ribatté freddamente H -
“Per cui, tu adesso ti alzerai da questa sedia a sdraio e andrai a salutarle”, ha proseguito mia madre in tono conciliante.
“Ma non ci penso proprio!”, ho risposto cancellando le ultime due righe: “sto scrivendo, sono arrivata a un punto molto importante, Ron Weasley…”.
“Lucia”, mi ha interrotta mia madre molto dolcemente. “Non me ne importa niente di Ron Weasley. Siamo al mare, siamo in vacanza, stiamo anche pagando uno sproposito per questo posto in prima fila centrale, e tu te ne stai qui tutto il giorno sotto l’ombrellone con un Dizionario della Mitologia Classica a inventarti il seguito di Harry Potter. Ti sto dicendo che è appena arrivata una tua amica, per cui adesso ti alzerai e la andrai a salutare”.
“Non è una mia amica”, ho replicato puntigliosamente. “E’ una conoscente. E Ron Weasley è in pericolo di vita, mentre Piton sta per fare una rivelazione importante. Le Sorelle X possono aspettare”.
“Molto bene”, ha replicato mia madre irritata: “vuol dire che le saluterò io”.
“Sì, sì… salutale da parte mia”, ho risposto distrattamente, reimmergendomi nel mio quaderno fitto fitto di parole. Harry aveva aperto la bocca per rispondere al professore, ma in quel preciso momento un grido echeggiò lungo il corridoio del sotterraneo. Piton scattò in piedi, mentre -
“Lucia! Ciao!”, ha esclamato gioiosamente l’Amica Ancora Da Trovare, parandosi davanti a me con un sorriso a trentadue denti. “Abbiamo visto tua mamma, dice che avresti tanto voluto venire a salutarmi, ma non hai potuto per una strana affezione che ti impedisce di camminare sulla sabbia… è terribile”, ha aggiunto costernata, dopo un attimo di riflessione: “ma come te la sei procurata?”.
“Non ne ho idea, chiedi a mia mamma”, ho risposto senza troppo entusiasmo, guardando storto il sorriso esaltato della ragazza. “In realtà in questo momento sono molto impegnata, ho…”.
“Sì, lo vedo”, ha annuito lei, fissando incuriosita il quaderno aperto sulle mie gambe. “Compiti delle vacanze?”.
“No”, ho replicato, portando indietro le spalle e dandomi un tono molto professionale. “No, in realtà sto scrivendo un libro”.
“Wow”, ha commentato l’Amica Ancora Da Trovare.
“Sì, è in questo momento sono arrivata a un punto cruciale, e se perdo il filo poi devo rileggere tutto il capitolo per ritrovarmici”, ho rincarato con il tono navigato di un Premio Pulitzer, “per cui, se non ti dispiace, io…”.
“E scrivi un libro su cosa?”, ha chiesto la ragazza, gaudente, senza aver dato il minimo segno di aver sentito la mia ultima frase.
“Harry Potter”, ho sibilato, progettando di affogare quella scocciatrice inopportuna.
La scocciatrice inopportuna, però, ha sgranato i suoi grossi occhioni. “Harry Potter?”, ha ripetuto incredula, fissandomi come se non mi avesse mai vista in vita sua. “Harry Potter? Io adoro Harry Potter, sono una fan di Harry Potter, so tutto di Harry Potter, e tu stai scrivendo un libro su Harry Potter?”.
“Sì”, ho risposto lentamente, guardandola interdetta. “Il seguito del terzo, in attesa che la Rowling scriva il quarto, e…”.
Fa’ vedere!”, ha strillato l’Amica Ancora Da Trovare, strappandomi il quaderno dalle mani. “Cosa succede? Qual è il pericolo? Qual è il momento cruciale che non puoi posticipare di scrivere?”.
“Beh…”, mormoro ancor più lentamente, sollevando le sopracciglia: “Ron Weasley sta per essere aggredito da un mostro, e…”.
No!”, strilla lei saltellando sulla sabbia. “Che mostro? Il Basilisco?”.
“Ehm… no”, azzardo timidamente: “un mostro nuovo, creato con degli esperimenti, da Voldemort, si chiama l’Ábraso, ma nessuno sa che esista, solo Piton, che…”.
Piton!” cinguetta lei, buttandosi a sedere sul lettino e fissandomi intensamente. “Sì! Piton! Continua!”.
“… solo Piton”, mormoro debolmente, “che però non parla perché al quinto anno si era innamorato di…”.
“AAAAHHH!”. L’Amica Ancora da Trovare si porta le mani sulla bocca, non si sa se per sorpresa o per schifo all’idea, e poi rincara: “Ma tu lo sai che fanno il film, su Harry Potter!”.
“Certo che lo so”, replico velocemente, offesa nel profondo del mio essere fan sfegata.
“Sì, ma lo sai che hanno scelto gli attori?”.
No!
“Sì, ti dico!”
“Ma quando?”
“Oggi!”
“Non lo sapevo!”
“Ci sono le foto sul giornale!”
No! Fammelo vedere!”
“Ce l’ho a casa! Domani mattina vieni a trovarmi!”
“Ma non ti immagini nemmeno con che piacere!”

Cinque ore più tardi, quando la spiaggia stava per chiudere ed era decisamente ora di preparare la cena, le rispettive madri hanno durato molta fatica, per separare (fino all’indomani, di prima mattina) me e l’Amica Ormai Trovata, immerse in una fitta conversazione piena di Incantesimi, di Ippogrifi, di Elfi Domestici.



2001

Più bianco di un teschio, con grandi, lividi occhi rossi, il naso piatto come quello di un serpente, due fessure per narici…
Voldemort era risorto.

Ho chiuso di scatto la mia copia di Harry Potter e il Calice di Fuoco. Mi sono alzata dal letto, e sono corsa alla scrivania per iniziare, febbrilmente, una lettera per l’Amica Decisamente Trovata E Tenuta Ben Stretta (e, accidenti a lei, anche Residente Molto Lontano).
Quella svolta, nel “mio” quarto libro di Harry Potter, non l’avevo prevista.



2002

Ridammela! Ridammi subito la mia bacchetta, ladra! Mi serve!”, grido rincorrendo l’Amica attorno a un cespuglio di agapanthus.
“Solo se tu ritratterai e dirai che Sirius Black non è pulcioso!”, risponde lei nascondendosi dietro al pozzo, in un gran fruscio di stoffe nere.
“E tu, allora? Che dici che Severus Piton è insopportabile e unticcio?”, urlo rimboccandomi le maniche della mia veste da strega, amorevolmente cucita per me da una disponibile e ormai rassegnata mamma.
“Severus Piton è unticcio!”, replica lei trascinando fuori dalla mia portata un gufo di peluche adibito a portalettere.
“E Sirius Black è un cane che vive una caverna”, ribatto io portando i pugni ai fianchi: “quindi, è pieno di pulci. Ridammi la mia bacchetta!”.
“Ehm… ragazze?”, azzarda timidamente il Signor X, al di sopra di una grande macchina fotografica puntata su di noi. “Piuttosto che rubarvi le bacchette magiche a vicenda, gentilmente, se proprio devo farvi queste foto vestite da streghe di Hogwarts, non potreste inforcare la scopa e fare tutto un po’ velocemente? Ché avrei da fare…”.
“Scusa, papi”, sorride l’Amica RubaBacchette, mettendosi sulla spalla il gufo di peluche. “Però la scopa la cavalco io. Sono io la campionessa di Quidditch, e che diamine!”.



2003

“«Possiamo ancora raggiungerlo»… Harry si divincolò con violenza, ma Lupin non lo lasciò andare”.
Sgomenta, sollevo lo sguardo dal mio Harry Potter and the Order of Phoenix, smettendo di tradurre. Davanti a me, accovacciata al mio fianco sui gradini di un carrugio di Cervo Ligure, l’Amica Innamorata del Cane Pulcioso mi sta guardando fiduciosa. “Allora?”, mi sprona, irritata per l’interruzione. “Va’ avanti, cosa succede a Sirius?”.
Mi mordicchio il labbro inferiore, riportando lo sguardo sulle ultime parole del capitolo, che, mentre traducevo dall’Inglese l’ultima riga, avevo già letto.
La guardo. Mi schiarisco la voce.
“Harry si divincolò con violenza, ma Lupin non lo lasciò andare. «Non puoi fare più niente, Harry, niente»…”. La guardo. “«Se n’è andato»”.
No!”.
Una turista giapponese appena passata, si gira a guardarci, chiedendosi cosa sia successo, per renderle così disperate, a quelle due povere ragazzine.



2004

Cara Lucia, ti scrivo dall’Infermeria della Scuola di Magia e Stregoneria di Magicain. Non immagini nemmeno cosa mi è successo!
Stamattina mi sono…

_____


Cara Ginevra,
Oh, quanto lo detesto.
Silente.
Lo detesto. Lo picchierei. Gli urlerei di collegare la lingua al cervello, prima di parlare. Gli verserei in testa il suo bel Pensatoio, così magari riesce ad avere qualche idea intelligente, ogni tanto.
Oh, come detesto io Silente, non lo detesta nessuno! 
Forse Voldemort, non so.
Potevo chiederglielo, in effetti: ed è questo il problema!

Perché, se la Rowling non si decide a far uscire il sesto libro, e se si ha a che fare con due ragazze squilibrate e con tanta, tanta fantasia, si rischia davvero di produrre un carteggio di lettere come sopra, da far invidia a un romanzo epistolare di bassa lega.



2005

Silenzio.
Per chiamarla “Amica Ritrovata”, ad un certo punto dovevo pure perderla, no?



2006

“Ehi, Lucia! Da quanto tempo…”.
“Sì”, ammetto io, accennando un sorriso alla cornetta del telefono. “Chissà poi perché, non c’era motivo di perdersi di vista, è colpa mia, mi dispiace…”.
“Ma non dir fesserie. Piuttosto, ho saputo di tua nonna. Mi spiace…”
“Grazie”. Sorrido alla cornetta del telefono, chiedendomi fra me e me perché mai io sia stata così scema da perdere l’Amica Fortunatamente Facile Da Ritrovare. “Ma ti rendi conto che Il Principe Mezzosangue è uscito da mesi e non ne abbiamo ancora parlato? Siamo impazzite?”.
“Già”, ghigna lei dall’altra parte del filo. “A proposito: voglio vedere come lo difendi, ora, il tuo amato Severus l’Unticcio, tzk!”.
Punta nel vivo, guardo malissimo la cornetta del telefono, con la vaga voglia di riattaccargliela in faccia. “Lui è buono, dentro. Ne sono convinta. Lui è buono dentro”, replico ostinatamente.
“Sì, va beh…”, sospira lei condiscendente. ‘Amicizia’ è anche sapere con certezza che, in quel momento, in un posto molto lontano lei ha alzato gli occhi al cielo.



2007. Luglio. 21 [Attenzione: piccolo spoiler su I Doni della Morte]

He stood up. His heart was leaping against his ribs like a frantic bird. Perhaps it knew it had little time left, perhaps it was determined to fulfil a lifetime’s beats before the end. He did not look back as he closed the office door.

Sdraiata a pancia in su sul letto della mia camera, sento inaspettatamente una lacrima scivolarmi lungo la guancia.
Andiamo bene, penserei in un altro momento: diciannov’anni suonati, e mi metto a piangere come una scema leggendo uno stupido libro.
Fortunatamente, in quel preciso momento il mio cuore è troppo impegnato a imitare quello di Harry, e il mio cervello è troppo preso dal desiderio di andare avanti col libro per pensare ad altro.
Fortunatamente, in quel preciso momento trilla il cellulare, ed è un sms dell’Amica Ritrovata.

Finito Harry Potter. Avevamo ragione.

Ah beh, allora va tutto bene. C’è un’altra matta come me che sta sveglia fino alle cinque del mattino a leggere uno stupido libro, e probabilmente anche a commuoversi piangendo come una deficiente.
Allora va tutto bene. Sarà perché abbiamo tanto in comune, che ci capiamo così bene. E se il merito è tuo, grazie, JK.







  "E’ impossibile condividere certe avventure senza finire col fare amicizia"

(J.K. Rowling, Harry Potter e la Pietra Filosofale, pagina 172 edizione italiana)


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