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Primo giorno di lezione
Ché, quando si finisce in una città nuova, sconosciuta, e anche vagamente inquietante, e si entra da matricole in una Università enorme, sconosciuta, e anche vagamente inquietante (e per di più nella quale tutti gli studenti si conoscono già), è sempre un piacere fare nuove conoscenze.
Così gioisco, quando mi accorgo che la ragazza accanto alla quale sono seduta, per occupare il tempo in attesa dell'arrivo dei professori, sta scarabocchiando su un block notes quello che sembra proprio essere un mio ritratto. Ma che gentile, penso commossa: è un buon modo per stringere nuove amicizie, e già mi spiace essere una capra nel disegno e nelle arti manuali, per non poter ricambiare il gentile pensiero. Ad un certo punto il suo sguardo incrocia il mio. Mi sorride. Mi stringe la mano, fa per presentarsi, cordiale, e io gioisco: ma guarda, manco è iniziata la prima lezione e già ho conosciuto qualcuno! "Ciao. Sono di Messina e sono lesbica. E tu?". "Ehm... io no" è stata - giuro - l'unica cosa che, lì per lì, sono riuscita a rispondere. Scritto da Lucyette | commenti (8) (popup) | commenti (8) | Link |
Storia di una storia d'amore
Fase numero uno: scegliere la preda
“Ehi… e di quella ragazza bassina, coi capelli neri e ricci, che mi dici? Eh?”. Per suoi i primi quindici giorni di vacanza, Guido aveva ripetuto pressappoco la stessa domanda, ad ogni ora del giorno e della notte, non appena riusciva a trovare un momento per chiacchierare privatamente con il suo amico Marco. Nuovo della località di villeggiatura, nuovo della compagnia di amici, Guido aveva passato le sue prime due settimane di vacanza ad annusare da lontano gli altri membri della combriccola. Marco, amico di più vecchia data, era la sua unica occasione per scambiare impressioni e confrontare opinioni sul resto della comitiva. E così, Guido aveva passato in solitudine la prima parte delle sue vacanze, ad occhieggiare di lontano i ragazzi e le ragazze del gruppo. Oh cielo: a dir la verità, aveva occhieggiato con maggiore attenzione le ragazze, piuttosto che i loro corrispondenti maschili. Nemmeno nei suoi sogni più nascosti avrebbe mai osato immaginare, fino a qualche anno prima, di trovarsi improvvisamente fra una massa di eteree fanciulle festanti, che ridevano e gioivano in presenza di giovani maschi, pienamente disinvolte nei loro completini intimi da spiaggia… com’è che li chiamavano? Bikini? Ad ogni modo, bikini o no, il sogno di ogni ventenne era diventato realtà: era il 1967, la rivoluzione sessuale bussava alle porte, e proprio non si poteva stare con le mani in mano, in quella estate così calda e così piena di ragazze straordinariamente carine. Straordinariamente carina a Guido ne sembrava una, soprattutto. Paola, vent’anni, capelli corti e ricci e un corpicino niente male. Single, da quanto aveva potuto capire; torinese, per di più, proprio come lui: guarda la casualità! Purtroppo, suo unico accesso ad attendibili informazioni su Paola era Marco, appunto: e Marco non doveva avere un’alta opinione della frizzante ragazzina. “Ah, guarda, lasciala perdere, quella”, aveva commentato in tono funereo la prima volta, “non fa per te: studia dalle suore e va solo coi Tedeschi”. Ma questo non era bastato a togliere a Guido il suo chiodo fisso. E per fortuna, verrebbe da aggiungere, dal momento che Paola ha sempre frequentato la Statale e non ha mai conosciuto un Tedesco in vita sua. Fase numero due: marcare il territorio A dir la verità, Marco non era l’unico ragazzo della compagnia che Guido conoscesse già da tempo. C’era anche Gianni: Gianni, il più fidato amico di Guido; Gianni, che fin dal primo giorno di scuola superiore aveva condiviso con lui speranze e delusioni. Ed anche infatuazioni, apparentemente: sì, perché Guido aveva notato con un certo disappunto attenzioni, diciamo così, particolari che nelle calde serate estive Gianni aveva rivolto alla bella Paola. “Amico mio, così non si può andare avanti” aveva commentato una volta Guido, affrontando l’argomento nella maniera più diretta possibile. “A me piace Paola, a te piace Paola: io voglio provarci con Paola, tu vuoi provarci con Paola. E’ evidente che questa situazione non è sostenibile: nella migliore delle ipotesi Paola ci schifa entrambi, nella peggiore delle ipotesi si mette con uno di noi due e la nostra amicizia è finita”. “Hai ragione” aveva assentito calorosamente Gianni, “me ne ero accorto anche io, ed hai perfettamente ragione: la situazione non è più sostenibile, non possiamo sacrificare la nostra amicizia per una stupida storiella estiva”. Al che, per Gianni e Guido si erano mostrate due poco allettanti alternative. La prima era quella di ritirarsi entrambe: un due di picche preventivo, autoinferto e comunitario, tanto per essere vicini anche nella sfortuna in amore. Però, cavoli, in fondo in fondo né Guido né Gianni avevano voglia di lasciar perdere la bella Paola solo per far piacere all’altro: e che, scherziamo? La seconda alternativa era quella di rinunciare definitivamente all’amicizia, e lasciare la parola a Paola - la quale, ben lungi dal civettare con entrambe, dava proprio l’idea di non aver manco subodorato l’interesse dei due. “Forse è un po’ tocca. Forse non ci arriva con la testa e noi stiamo buttando ai rovi la nostra amicizia per una che manco ci guarda”, aveva commentato Guido, una sera, in tono apprensivo. Gianni aveva annuito, con una occhiata preoccupata alla bella moretta sorridente, e poi aveva cominciato a rimuginare nuovamente su come risolvere la spiacevole situazione. Fase numero tre: il duello d’onore “Ho trovato la soluzione, Guido!” aveva strillato un giorno Gianni, facendosi incontro all’amico che arrivava in spiaggia. “E’ stato un colpo di genio: ho trovato come decidere a chi di noi due spetta Paola! E’ semplicissimo!”. “Wow! E che facciamo?” aveva domandato speranzoso Guido. “Ce la giochiamo a dadi!” era stata l’entusiastica risposta. “Come, prego?”. “Ma sì! Ce la giochiamo a dadi! Pensaci, è geniale!”. “…”. “Prendiamo due dadi. Ognuno di noi fa un tiro. Chi fa il numero più alto, se la prende. E se poi Paola non ci sta, subentra l’altro, ok?”. “Ma che… ti sei fumato qualcosa, Gianni?”. “Ma no! Pensaci! E’ geniale! Se nessuno di noi due si ritira, finiremo per litigare e perdere la nostra amicizia. Giusto?”. “Giusto”. “E se tutti e due ci ritiriamo, passeremo il resto della nostra vita a chiederci se valeva la pena scegliere l’amicizia e non l’amore. Giusto?”. “Boh… giusto”. “E se uno solo di noi due si ritira per far un piacere all’altro, fa la figura del pirla, giusto?”. “Giusto”. “E allora non ci sono soluzioni, se non lasciar scegliere al caso!”. Gianni parlava in tono ispirato, con espressione vagamente mistica nello sguardo. “Così, comunque vada, non sarà mai colpa dell’altro, ma solo del Fato: è il Destino che avrà voluto così. Giusto?”. “Boh… ehm, c’è una logica in tutto questo, sì”, aveva assentito Guido, incerto. E fu così che, il pomeriggio, Gianni e Guido entrarono in un bazar alla ricerca di due dadi. Poi, ritagliatisi un angolo di privacy nel caos della spiaggia, solennemente li tirarono. Gianni fece sette. Guido fece nove. Fase numero quattro: il corteggiamento Fai regali a una donna, e te la terrai stretta per tutta la vita. Così Guido aveva letto da qualche parte, e così aveva deciso di fare, mettendo in pratica ogni valido suggerimento per tenere stretta a sé la bella moretta, rapidamente capitolata davanti alle sue insistenze. Solo che Guido non si intendeva di fiori, cioccolatini o articoli di bigiotteria, per cui aveva ripiegato su altro tipo di regalo: polipi morti. Da quando avevano fatto il loro ingresso nella compagnia due giovani trentini, scesi dai monti con rete e fiocina per darsi alla caccia al polipo, tutti i maschi del gruppo erano stati pervasi da un improvviso interesse per la pratica venatoria. Guido, poi, aveva scoperto di essere particolarmente bravo nella caccia ai polpi, e tutte le volte che ne pescava uno lo consegnava, vittorioso, alla sua bella, in segno di potenza e supremazia virile. Il dettaglio è che a Paola tutti quei polipi morti del suo ragazzo facevano anche un po’ schifo. Erano sanguinolenti e perdevano interiora: lei se li doveva mettere in una borsetta e farsi a piedi tutto il lungomare, con un cadavere di polipo in spalla che iniziava a puzzare, sotto al sole. Poi doveva andare a casa – lei, che era l’unica a non alloggiare in un albergo – e cucinarli, per tutti gli amici; e poi di sera doveva di nuovo partire, con il suo polipo morto e cotto che sguattava in una pentola, e riattraversarsi tutto il lungomare per mangiare il polipo con Guido, sulla spiaggia. Per di più, a Paola il polipo aveva sempre fatto schifo, indipendentemente dal fatto che le perdesse o meno budella nella borsetta. Però Paola era timida e beneducata, e per buona educazione continuò a sopportare il calvario del polipo per tutti i cinque anni di fidanzamento, producendosi in grida estatiche tutte le volte che Guido le piazzava in mano un’altra bestia morta. Fase numero cinque: chiedere la mano Chiedere la mano di una ragazza non è mai cosa semplice: e Guido, giunto a quel punto, aveva intenzione di essere il più possibile franco e diretto, con il futuro suocero. Era così entrato nella gioielleria del papà di Paola, dirigendosi deciso al bancone ed esclamando: “Buongiorno, signore! Sì, sono Guido, il ragazzo di sua figlia. Ecco, sì, grazie, tutto bene, è proprio a proposito di questo che le volevo parlare. Vede, io avrei intenzione di sposare sua figlia. E adesso c’è quella seccatura dell’anello di fidanzamento, sa, quelle consuetudini, ma le ragazze ci sono tanto affezionate, e così bisogna fare anche questo, ma guardi un po’. Ecco, per cui le volevo chiedere se poteva darmi un anello per sua figlia, visto che io non ho idea di che misura porti. E possibilmente anche un anello che magari le piaccia, non so, se magari Paola aveva detto ‘uh, che carino questo modello’, ecco, cose così, perché figuriamoci se io adesso bado a queste cose come gli anelli… Ecco, e poi ovviamente un anello economico, ecco, allora se lei ci pensa e poi cortesemente mi fa sapere... anzi, guardi, scelga pure lei e me lo impacchetti direttamente con uno di quei suoi pacchettini regalo artistici, ché mi fido del suo giudizio, grazie e arrivederci, ci sentiamo, eh?”. Fase numero sei: il vestito da sposa La tradizione vuole che la sposa custodisca segretamente il suo lungo e vaporoso abito bianco, dando la vita piuttosto che mostrare il suo vestito allo sposo prima del fatidico giorno. Paola e Guido, a scegliere l’abito da sposa, ci andarono insieme. E scelsero – o, perlomeno, Paola scelse – un lungo abito giallo. Acceso. “E che è ‘sto schifo?” aveva commentato Guido orripilato, fissando sconvolto il vestito che Paola entusiasticamente teneva in mano. “Il vestito con il quale ti sposerò. Prendere o lasciare” aveva risposto Paola, con una decisione degna delle migliori femministe anni Settanta. “Prendo, prendo” aveva sospirato Guido, “ma è ributtante. Per di più, con quel cespuglio che ti ritrovi in testa… oddio che orrore, dovrò farmi bendare per non scappare appena ti vedo con quel coso addosso, all’altare”. Sì, perché, nell’età dei figli dei fiori, al posto del velo le spose coprivano il capo con un cappellino di fiori di plastica. Intrecciati con nastri giallo canarino. Fase numero sette: i regali di nozze … e in particolar modo, la camera da letto, il cui mobilio era stato assicurato come speciale dono da parte del padre della sposa. I due fidanzatini, girando per tutti i mobilifici di Torino e dintorni, avevano alfine preso la decisione: una graziosa camera da letto in legno di betulla, mobili leggeri e dalla linea vagamente ottocentesca, romantica senza esagerare. Una volta informato il padre-suocero della decisione, si videro recapitare a casa una enorme camera da letto in legno di mogano, in perfetto stile anni Settanta, ingombrante, lineare, squadrato. “Papà… che cos’è questa… questa cosa?” aveva sussurrato debolmente Paola tornando a casa, quella sera. “La vostra camera da letto!” aveva esclamato serafico il padre. “Quella che avevate scelto era una mezza schifezza. A parte i gusti, su cui non discuto, si vedeva subito che si sarebbe rovinata di lì a pochi anni: troppo leggera, e poi costava troppo poco: il padre della sposa non può mica spendere così poco per il matrimonio di sua figlia! Questa camera da letto invece sarà perfetta: vi piace?”. No, a Guido e Paola non piaceva proprio per niente – effettivamente, il papà di Paola difficilmente avrebbe potuto trovare in circolazione una camera da letto più brutta. Fase numero otto: il viaggio di nozze “Oh, Guido… io adoro la Calabria: Locri, Sibari, Scolacium, Tropea, e poi Reggio, e il suo lungomare… ti prego, andiamo in Calabria!”. “Hm, ma io avevo letto di una offerta interessante, due settimane nel delta del Po, con soggiorno nelle cascine locali e possibilità di prendere parte alle battute di caccia, non sarebbe…?”. “No, ti prego. Basta polipi morti, basta bestie morte, almeno in luna di miele” aveva sussurrato Paola con un gemito. E Guido aveva fatto spallucce: “Va beh. Allora una settimana in montagna? Sulle Alpi, a sciare?”. “Ma io non so sciare, Guido”. “E va beh, ci sono dei corsi, impari!”. “Ma io non voglio imparare in luna di miele, Guido. Io voglio andare in Calabria”. “E va beh. Andiamo in Calabria, allora”. “In campeggio”. “In campeggio? Ma che, sei scema? Vuoi andare in luna di miele in campeggio?”. “Sì, perché no?”. “Coi bacherozzi che ti entrano da sotto il materassino?”. “Beh, cerchiamo un posto pulito…”. “Con i turni per andare al bagno o fare la doccia?”. “Ma così almeno risparmiamo i soldi dell’albergo!”. “Ma col cavolo che risparmio i soldi dell’albergo per il mio viaggio di nozze, ma piuttosto lo faccio dalla chiesa a casa nostra, il viaggio di nozze!”. E così si decise di prenotare un hotel a cinque stelle in Calabria. Fase numero nove: il viaggio di nozze, parte seconda (Ovvero: Cara, adesso ti mostro chi porta i pantaloni) “Ah. Ehm. Paola. Ti devo dire una cosa, ecco”. A Paola, quel tono e quelle parole, a una settimana esatta dal matrimonio, avevano fatto prendere un colpo. Guido stava fissando il piatto del ristorante con aria contrita, tormentandosi le mani e parlando in tono da funerale. “Riguarda… il viaggio di nozze, Paola” aveva sussurrato. “Ho prenotato allo Stelvio”. Per poco Paola non si è soffocata con il vino che stava sorseggiando. “Ma lo Stelvio non è in Calabria, amore” aveva osservato debolmente. “Lo so. Lo so” aveva ammesso Guido, fissando con estremo interesse le punte dei suoi piedi. “Ma è che in Calabria non c’era più posto per quei giorni. E poi, insomma, a me non è mai piaciuta la Calabria, cosa ci andavamo a fare in Calabria, lo Stelvio è molto più bello!”. “Lo Stelvio è in montagna, Guido” aveva sillabato Paola, il cui tono stava rapidamente mutando da sconcertato a assassino. “Io mi sono fatta tutto il guardaroba nuovo apposta per il viaggio di nozze: bikini, sandali, parasole, sai, tutte quelle cose che mi sarebbero servite per essere carina sulle spiagge della Calabria!”. “Beh… con una buona crema solare potresti prendere il sole in bikini anche sullo Stelvio… ehm… mentre io sono, ehm, a sciare, e, ehm… non mi guardare con quella faccia Paola, ehm, e, ecco, rimetti a posto il coltello, ehm, davvero in Calabria non c’era più posto nella seconda metà di settembre, e comunque, ehm, ti divertirai anche sullo Stelvio, ehm, e poi ci sono io, ehm, e non è questo che conta?”. La seccatura è che a una settimana dal matrimonio gli inviti sono già stati spediti, pensò Paola: poi ci si mette in situazioni imbarazzanti, a disdire tutto all’ultimo momento. Fase numero dieci: il matrimonio Dopo cinque anni di fidanzamento, Paola conosceva il suo pollo: Guido era una di quelle persone che non riescono ad essere puntuali nemmeno se da quello dipende la loro vita. L’aveva intuito quando, al primo appuntamento, Guido si era presentato, con nochalance, venti minuti dopo il previsto. Ne aveva avuto conferma in quel pomeriggio nel quale aveva dovuto aspettare il fidanzato per un’ora e un quarto, ferma come una cretina in Piazza Castello. E così, aveva deciso di prendere di petto la situazione. Giacché non aveva nessuna voglia di fare la figura della povera scema che aspetta il marito davanti alla chiesa, Paola aveva deciso: sarebbe arrivata in ritardo al suo matrimonio. In ritardo di un quarto d’ora, per prevenire i ritardi altrui. Quando è scesa dalla sua macchina bianca adornata a festa, tutti erano sul sagrato ad attenderla. Lo sposo, leggermente accaldato e rosso in volto (eh, l’emozione…) manifestava la sua tensione in tutti i modi, a partire dal fiato grosso che inutilmente cercava di far cessare. Emozionato proprio come se avesse appena fatto una corsa, guarda che carino... Solo a cose fatte, quando ormai era già diventata signora, Paola seppe la verità: che Guido era arrivato in chiesa circa trenta secondi prima del suo arrivo, spalancando la portiera della macchina ancora in corsa e precipitandosi in chiesa urlando: “Mi uccide, questa è la volta che mi uccide: lo sento, che mi uccide!”. E invece, oggi son trentacinque anni che sono sposati... Scritto da Lucyette | commenti (5) (popup) | commenti (5) | Link |
Pavia on the road
Uno: i dubbi esistenziali
“Ma avrò fatto bene a prendere questa decisione?” “Ma non è un po’ esagerato andar via di casa a diciannove anni per studiare?” “Ma sarà poi proprio vero che la mia Facoltà qui a Torino funziona così male?” “Ma varrà davvero la pena di andare a Pavia solo per frequentare il corso dei miei sogni, che qui a Torino non c’è?” “Ma sarà poi tutto questo splendore, l’Università di Pavia?” Poi scopri che l’Università di Pavia è forse l’unica in tutta Italia a premiare le eccellenze agli Esami di Stato, e a farti pagare 300 euro di tasse universitarie invece dei 2500 che ti toccherebbero… e col tuo animo da pitocca sorridi, e capisci che, sì, hai fatto la scelta giusta. Due: l’Università Piacevolmente inquietante, nel senso che, dal momento in cui inoltri la tua preiscrizione al sito del Miur, ti tormenta con lettere gentili tanto quanto minatorie per avvisarti degli incredibilmente numerosi appuntamenti dedicati alle future matricole. L’Università di Torino indice un giorno di conferenze a febbraio; l’Università di Pavia, potesse, ti inviterebbe anche a dormire nei suoi collegi universitari, pur di avvicinarti alle sue aule. Non hai scelta. Prendi, parti, salti anche dei giorni di scuola, grazie al preside compiacente; arrivi all’Università di Pavia e… ti perdi. Perché l’Università, a Pavia, è immensa. Non è un palazzo, non è un isolato, non è una struttura definita: è un groviglio di atrii, cortili, porticati, che si estende per mezza città e ti fa girar la testa. Cammini alla disperata ricerca di quell’aula dal nome strano, e ti imbatti in Pavesi di tutte le età, che con cagnolini e bambini nella carrozzina, passeggiano in mezzo ai cortili dell’Università, fra i calendari degli esami e gli orari delle lezioni. Entri in un negozio per compare il pane, e dal palazzo affianco sbuca fuori una ragazza incoronata d’alloro che attende di conoscere il suo voto di laurea. Parli con la tua cinquantenne vicina di casa, e lei ti dice che, sì, ogni tanto ci va, all’Università, quando non ha niente da fare: le piace sentire le lezioni di quel professore tanto bravo, che spiega la Storia facendo divertire. E allora capisci qualcosa, dei Pavesi: che o son scemi, o l’Università la sentono veramente parte della loro vita e delle loro tradizioni. Tre: l’immatricolazione A dire il vero c’è anche una terza possibilità: quella che vede Pavia come una cittadina sull’orlo del tracollo economico, e i cui unici introiti arrivano, oltre che dalle eccellenze del San Matteo, dalla rinomanza dell’Università. Altrimenti non si spiega com’è che quando vai a immatricolarti ti stendono il tappeto rosso sotto i piedi (letteralmente: per entrare devi camminare su una passerella color porpora!), ti accolgono come se tu fossi la loro migliore amica di sempre, e, all’uscita… ti fanno un regalo. Giuro. Mi hanno regalato una borsetta con lo stemma dell’Università di Pavia. Poi mi hanno regalato una toppa adesiva, così, volendo, posso personalizzare un’altra borsetta. Poi mi hanno riempito di mappe, cartine, guide degli studenti, elenchi dei servizi, moduli per ottenere l’abbonamento annuale agli autobus a 10 euro (!!), e alla fine mi hanno stretto la mano, mi hanno ripetuto tre volte “Benvenuta!”, e hanno ribadito il concetto che, a quanto pare, tutti i Pavesi si affrettano a ripetere alle matricole: “Vedrai, ti troverai benissimo a Pavia!”. Quattro: i monumenti A Torino dedichiamo monumenti a Vittorio Emanuele II e Emanuele Filiberto di Savoia. A Pavia i monumenti li dedicano ai bracchi e alle lavandaie. Vorrà pur dire qualcosa. Cinque: i trasporti La prima linea aerea regolare della Storia d’Italia ha collegato, a partire dalla metà degli anni Venti, Torino e Pavia. Il 1° Aprile 1926 si è tenuto, dall’idroscalo di Torino, il viaggio inaugurale: la rotta seguiva il corso del Po, e comprendeva, oltre l’idroscalo di Pavia, anche quelli di Venezia e Trieste. Spendendo l’equivalente di uno stipendio mensile di un operaio, fino al 1934 i Torinesi (non più di cinque per volta) hanno avuto la possibilità di raggiungere rapidamente, a bordo di un biplano monomotore, la ridente cittadina universitaria sul Ticino: e l’Idroscalo sul fiume Po, a pochi metri dal Borgo Medievale del Parco del Valentino, è ben presto diventato simbolo della Torino più in. Dal momento che la carlinga del veivolo non era pressurizzata, e vi erano abbondanti spifferi, ai viaggiatori, incluse nel biglietto, venivano persino offerte una coperta e una borsa dell’acqua calda per proteggersi dal freddo. Poi, nel 1934, la Società Aerea Mediterranea ha assorbito l’ente che provvedeva a questi collegamenti, e la pratica tratta Torino - Pavia è stata brutalmente abolita. Da allora, per compensare alla straordinaria comodità che aveva favorito i trasporti Torino - Pavia nel Ventennio, la Repubblica Italiana ha provveduto a rendere straordinariamente scomodi i trasporti Torino - Pavia dei giorni nostri. Non ci sono treni che da Torino portino direttamente a Pavia e viceversa. Non ci sono orari ferroviari che non facciano perdere una infinità di tempo fra cambi e coincidenze. Non ci sono autobus che da Torino portino a Pavia o nelle vicinanze. Manca financo l’uscita a Pavia, lungo l’autostrada Torino – Piacenza: bisogna uscire a Voghera, ma da Voghera non si degnano di metterti un cartello stradale per dirti come arrivare al capoluogo. In compenso, chi miracolosamente riuscisse a entrare in città si renderebbe conto che a Pavia ci sono restrizioni sul traffico automobilistico che, qui a Torino, non ci sognamo manco nella più severa delle ZTL. Sei: Toponomastica C’è comunque un vantaggio, nel dover viaggiare fra vie e viuzze sparse fra i più sperduti paesini del Pavese: si può apprezzare appieno la toponomastica locale. L’elenco dei comuni della Provincia di Pavia saprebbe far sorridere persino un uomo sull’orlo della depressione, con nomi quali Mezzana Rabattone, Bastida Pancarana, Sannazzaro De’ Burgundi, Borgoratto Mormorolo. C’è pure un Re Torbido. E molti altri dello stesso genere, purtroppo. Sette: la morale Ho il sospetto che a Pavia ne abbiano una visione abbastanza particolare e piuttosto diversa dalla mia. A partire dai miei futuri dirimpettai, che un paio di giorni fa se ne andavano bel belli in giro per la casa completamente ignudi e a finestre spalancate, forti del fatto di avere le zanzariere chiuse. Ora: io non vorrei dire, ma da che mondo è mondo le zanzariere sono piuttosto trasparenti. La signora che abita al piano di sotto dei miei dirimpettai, invece, è più diretta. Mio papà, intento a fumarsi una sigaretta sul balcone di prima mattina, è stato duramente provato dall’apparizione della signorina del secondo piano, che è uscita sul balcone a bagnare le piante… in ciabatte e mutande. E nient’altro. Per nulla sgomenta nell’accorgersi di essere stata vista, la signorina ha financo sventolato una mano in direzione di mio padre, esclamando, perfettamente a suo agio in quella inconsueta tenuta: “Voi siete i nuovi inquilini, vero? Benvenuti!”. Sul quotidiano locale, che dovrebbe essere a mio giudizio testata piuttosto autorevole, seppur di tiratura non certo nazionale, abbondano gli annunci personali. La mia impressione è che i tre quarti delle studentesse universitarie si prostituiscano per comprare i libri di testo, a giudicare dai numerosissimi annunci di “giovani, ventenni, colte, prima volta, appena arrivate!” che si moltiplicano nei mesi dell’immatricolazione. A leggerli tutti, questi annunci personali si mostrano comunque anche abbastanza interessanti. Come quello piuttosto inquietante del “Transex” che offre “ricche sorprese”, il che secondo me già scoreggerebbe più di un potenziale cliente, o quello enigmatico della sexy massaggiatrice vogherese che annovera fra i suoi servizi il misterioso “bacio del calzolaio”. Ora: io sono tutto fuorché ferrata in materia, ma – sinceramente e senza scendere in dettagli – qualcuno di voi ha mai sentito nominare prima d’ora questo fantomatico “bacio del calzolaio”? Secondo me se l’è inventato, o – nella migliore delle ipotesi – è una studentessa di Lingue che riprende l’antica ballata inglese. Ma i dirimpettai nudisti, la vicina esibizionista, le prostitute strambe potrebbero non rendere l’idea della città di perdizione nella quale sono inconsapevolmente andata a infognarmi. Potrebbe essere più efficace, da questo punto di vista, il testuale resoconto del mio incontro con La Vipera, avvenuto settimane fa nella ferramenta del quartiere. Con mio padre, stavo comprando una targhetta per appendere il mio nome sul campanello, quando una ragazza semisvestita, in succinto top e pantaloncini inguinali, fa il suo ingresso nel negozio. “Ah! Voi non siete di qui, non la conoscete ancora”, commenta il ferramenta dopo l’uscita della cliente: “quella era La Vipera. Una delle ragazze più belle e, ehm, più disponibili di tutta Pavia”. “Ehm… La Vipera?”, ho l’infelice idea di domandare. “Sì, sì, La Vipera!” si anima il ferramenta. “Ha un tatuaggio sul basso ventre: una vipera. Se lei è vestita, si vede solo la coda: così, se vuoi sapere che animale è, beh…”. “?”. “Beh, sì, glielo dici e si toglie i vestiti!”. Ah beh. Otto: le chiese L’accostamento potrebbe suonare blasfemo, ma in realtà è molto confortante scoprire che non sul solo peccato si regge questa bislacca città. E, anzi, le chiese di Pavia sono tante e tali da lasciare a bocca aperta persino chi arriva dalla città della Sindone e del Corpus Domini. Per chi ha amato Sant’Agostino (e anche per chi Sant’Agostino nemmeno lo conosce), la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro merita ben più di una visita. Per chi ama l’arte (e anche per verso l’arte non nutre il minimo interesse), la facciata di San Michele è qualcosa che lascia letteralmente a bocca aperta. Se poi sei una appassionata di Storia medievale al limite del fanatismo, e entrando nella basilica calpesti il luogo in cui tutti i re longobardi, fino all’incoronazione in Italia di Federico Barbarossa, hanno ricevuto la Corona Ferrea… beh, allora non sai se commuoverti o metterti a studiare i mosaici, ma comunque ti rendi conto che – decisamente – il tuo soggiorno a Pavia non potrà poi essere così male. Scritto da Lucyette | commenti (25) (popup) | commenti (25) | Link |
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