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Piccoli Fisici Crescono / Parte Seconda
“Non può non funzionare! Non può tecnicamente non funzionare!” ripete ossessivamente Andrea, fissando, con sguardo a metà fra il depresso e l’omicida, la lampadina ostinatamente spenta. “A sette anni io l’avevo fatta, una roba simile: avevo fatto la pila col limone, l’avevo trovata sul Manuale delle Giovani Marmotte, pensa un po’ te. E funzionava!”. Lucia stringe le spalle, con un sospiro desolato. “Ma funzionava, ripeto!” rincara Andrea, mentre lo studente di Filosofia solleva lo sguardo dal suo fogli, lancia una occhiata al ragazzo, e scuote il capo con aria critica. “Funzionava! Com’è che non riesco più a fare una cosa che a sette anni mi era venuta benissimo?” “La vecchiaia fa brutti scherzi…” sospira Lucia. “Ma non è possibile! Non posso esser diventato cretino tutto d’un colpo: se a sette anni mi veniva la pila col limone…! Avevo preso un limone” gesticola, “e ci avevo messo dentro un pezzo di rame ed uno di zinco. Collegati a un filo. E la lampadina si accendeva! Non può non funzionare, così!” “Non so che dirti…” sospira nuovamente Lucia. “Tutto sta nel Limone!” urla, in tono esaltato, Andrea. “L’acqua salata non conduce bene, evidentemente: dobbiamo usare un limone! Il limone funziona, e lo so per esperienza!”. “Già”. Lucia lo fissa per un istante, annuendo, convinta. “Hai un limone a portata di mano, immagino… Io in effetti i limoni me li porto a scuola tutti i giorni, proprio stamattina mi sono dimenticata, guarda un po’…” “No, io non ho limoni” risponde il ragazzo, serissimo. “Ma i professori sì”. Il professore di Filosofia sgrana gli occhi e scuote energicamente il capo, mentre lo studente di Filosofia mormora qualcosa che suona molto come un “ma questi son scemi?”. “I professori… vuoi dire…?” e Lucia soffoca una vaga risata, sotto lo sguardo perplesso del docente di Filosofia. “No! Andrea, non possiamo... ce li tirano dietro, i limoni, se glieli chiediamo così!” “Va benissimo anche se ce li tirano dietro, basta ottenerli in qualche modo…”. E Andrea sorride serio e calmissimo, mentre professore e studente di Filosofia si scambiano una occhiata sconcertata. Eppure, a voler essere oggettivi, una buona parte dei professori – quella parte costituita da religiosi – vive e lavora all’interno del Collegio. E per viverci deve pur mangiare. E per mangiare avrà pur bisogno di limoni. Molti limoni. Abbondanti e succosissimi limoni. “Andrea... ma non possiamo andare da un Fratello e chiedergli un limone, ci prende per cretini… sei sicuro? Dobbiamo proprio?” A sciogliere i dubbi provvede, con provvidenziale tempismo, quello che è senza dubbio un segno divino. Lucia non ha nemmeno finito di parlare, che suona la campanella di fine lezioni. E fuori dalle aule si riversano gli studenti dei corsi di ripetizione, accompagnati da… i professori. E’ un attimo: i due ragazzi sfrecciano fuori dalla loro classe, appena in tempo per bloccare, già in procinto di salire sull’ascensore, il docente di Inglese del Ginnasio. Il quale sicuramente ricorderà, fra le tante gioie del suo mestiere, anche la vista di due ragazzi col fiato grosso per la corsa, che lo bloccano e, serissimi, esclamano “buon pomeriggio professore! Scusi il disturbo: non è che ha un limone da prestarci?”. “Ecce pomum!” esclama Lucia dopo una decina di minuti, reduce da una affannosa ricerca nelle cucine dei Fratelli, mentre rientra in classe stringendo, vittoriosa, in mano, un grosso e promettente limone. Lo studente di Filosofia accoglie con un modesto entusiasmo l’arrivo del giallo agrume. Più divertito pare il professore di Filosofia, che scuote il capo e mormora “non ci credo… voi siete matti…”. Vagamente atterrita sembra la bidella, che ripassa davanti alla classe, fissa con orrore una cattedra piena di cavi elettrici, tenaglie, bicchieri, sale, coltelli, limoni, e velocemente si allontana. Il più entusiasta in assoluto è sicuramente Andrea, che letteralmente assale l’inerme limone per conficcare al suo interno un coltello. “E adesso a noi, stupida pila!” esclama minaccioso, facendo colare dal foro del limone qualche goccia di succo. La preparazione del terzo esperimento avviene ormai piuttosto rapidamente. Rame, scottex, alluminio, rame, scottex, alluminio. E il momento di chiudere il circuito, è di nuovo un momento di grande tensione. Lo studente di Filosofia torna ad alzarsi dal suo banco, per avvicinarsi alla cattedra sulla quale grandi prodigi si stanno per manifestare. Il professore di Filosofia occhieggia da una moderata distanza, senza nascondere tuttavia la sua curiosità. Le mani giunte di Lucia ora gocciolano sulla cattedra profumato succo di limone, mentre Andrea, col fiato sospeso, torna a chiudere il circuito. Guai a quanti trasformano le tenebre in luce, recita Isaia: la lampadina aveva ormai a cuore la sorte dei suoi due piccoli Fisici, e, per evitare loro un futuro di certa dannazione, decise, ostinatamente, di restare spenta. “Ma non è che c’è un problema coi fili elettrici, a questo punto?” domanda debolmente Lucia, la voce appiattita dal nuovo fallimento. “Lo so che ieri sera funzionava, ma magari nel trasporto da casa a qui si è rovinato…”. “Proviamo” scrolla le spalle Andrea: rapidamente l’orologio della classe viene privato della sua pila - pila che viene poi collegata ai fili elettrici del circuito. Ovviamente le pile non hanno anima, e di conseguenza la lampadina non vide nessun motivo per il quale preoccuparsi della dannazione eterna della batteria. Per cui si accese inondando la classe della sua luce, tanto per dimostrare di essere una lampadina attiva e vitale. “Ma siamo sicuri che l’alluminio funzioni proprio come lo zinco?” chiede, vagamente depresso, Andrea. “Volta aveva usato lo zinco…” “Sì, è lo stesso. Praticamente lo stesso, insomma: non può essere per quello che non funziona…” “E siamo sicuro che questo sia alluminio, allora?” “Beh, sì… è la teglia del cuki…” “Magari il cuki non è di alluminio. Magari non conduce” E allora si procede anche con questo test: filo elettrico, pila, filo elettrico, alluminio, filo elettrico, lampadina, filo elettrico, chiusi in circuito. Ovviamente anche in questo caso la lampadina decise di accendersi. Nel momento della più nera disperazione, si sa, si cercano certezze. E mentre Andrea impazzisce fra cerchi, pile, cavi, e maledizioni, Lucia si affida a quella che è l’auctoritas del manuale di Fisica. “Effetto Volta” legge, ad alta voce, la ragazza. “Fra due metalli posti a contatto, caratterizzati da differenti valori del potenziale di estrazione, si stabilisce una differenza di potenziale”. “Qui però io non ce la vedo proprio, tutta ‘sta differenza…” borbotta Andrea, lo sguardo fisso sui suoi cavi. “Tale differenza di potenziale dipende solo e unicamente dalla natura dei metalli e dalle loro condizioni fisiche”, prosegue, attenta, Lucia, “e non dalle dimensioni dei due metalli. Saranno le monete che son troppo ossidate?” “Sì, come no… adesso le puliamo col Cillit Bang…”. Il professore di Filosofia porta una mano alla bocca a soffocare quella che ha tutta l’aria di essere una risata. “E se quest’acqua facesse resistenza?” rincara Andrea, fissando il bicchiere di acqua e sale. “Non è che voi usate del sale iodato, o quelle robe lì?” “Ehm… e se anche fosse sale iodato?” domanda, incerta, Lucia. “Non so, magari fa resistenza alla corrente. Proviamo…” borbotta Andrea, sollevando il suo circuito di fili, pila e lampadina e avvicinandolo al bicchiere d’acqua. E la lampadina non si accende. “Qui c’è qualcosa che non mi torna” mormora perplessa Lucia. “A te non raccontavano la storiella della signora morta nella vasca da bagno perché le era caduto il phon dentro?” “Sì…” “Ed era per il fatto che l’acqua conduce la corrente, vero?” “Sì…” “E allora perché caspita quest’acqua non la conduce?”. “Domani andremo dalla professoressa di Fisica e le mostreremo che tutte le storie sull’acqua buona conduttrice sono infondate, a questo punto…” constata Lucia. Il professore di Filosofia lancia una occhiata al bicchiere, con un laconico “sì, è proprio strano…”. “Mio padre ha un libro” rincara Andrea “Si intitola: Tutto quello che sai è falso” “Raccontalo alla signora morta nella vasca da bagno...” “Secondo me stiamo sognando” constata il ragazzo. “Tutto quello che stiamo vivendo va contro le più basilari leggi della natura: è un sogno, sto sognando” “Ammazza che bei sogni vai a fare” ride Lucia. “Chiuso in classe con me a fare pile di Volta che non funzionano, mentre un ragazzino di Prima fa un test sulla Maieutica…” “Maieutica!” si illumina il ragazzino di Prima Liceo, battendosi una mano sulla fronte. “Ecco come si chiamava!”. “C’è una unica spiegazione” prosegue Lucia, facendosi piccola piccola sotto l’occhiataccia del professore di Filosofia. “L’acqua che esce dai rubinetti del Collegio è acqua distillata. Vedi dove vanno a finire i soldi della retta? Terranno pure spenti i termosifoni, ma ci laviamo le mani con acqua distillata… è l’unica spiegazione”. E, in effetti, nel momento in cui Andrea, in un attacco di disperazione, sostituisce l’acqua del rubinetto con quella della sua bottiglia di acqua naturale del supermercato, la lampadina alimentata dalla batteria riprende ad accendersi con decisione. Ovviamente l’acqua minerale del supermercato mista a sale non consente tuttavia alla pila di Volta di funzionare. “E se fosse davvero per lo stato di ossidazione delle monete, a questo punto?” domanda Andrea, lo sguardo sul cumulo di cinque centesimi sparsi per la cattedra. “Effettivamente pulite non sono…” “Potrebbe. Ma di sicuro non possiamo metterci a lucidarle, hai ragione tu” sospira Lucia. “E perché no? Magari la bidella è ancora in giro… magari ha qualcosa tipo Cillit Bang per davvero” “Ma… stai scherzando, sì?”, ed è con uno sguardo vagamente disperato che Lucia fissa il suo compagno di classe. No, Andrea non stava scherzando. Al punto tale che, precipitatosi fuori dalla classe, rientra pochi minuti dopo portando con sé, trionfalmente, una confezione di ottimo Sgrassatore Chanteclair al Profumo di Marsiglia. “Forza forza, abbiamo un centinaio di monete da lucidare!” intima con un tono che non lascia spazio a repliche, lanciando verso Lucia un paio di straccetti. “Sì, forse questo è davvero un sogno” conviene Lucia, a bassa voce, dopo una decina di minuti, strofinando delicatamente lo straccio su una monetina da cinque cent. “Hai ragione: non può essere reale”. “In effetti” si intromette il professore, divertito, “sembrate un po’ degli scemi. Senza offesa, eh…” “Hai presente le storie di Zio Paperone?” lo ignora Lucia, posando sulla cattedra la sua monetina sgrassata, e passando ad un altro Cent. “Quando c’è Paperino che lucida ad una ad una tutte le monete del deposito dello Zio? Ecco… sto iniziando a capirlo”. Andrea annuisce gravemente, spruzzando del nuovo sgrassatore sul centesimo che sta lucidando. “Sì… almeno però, a Paperino, poi Zio Paperone riduceva la lista dei debiti…”. Lo studente di Filosofia della Prima Liceo perde il controllo di se stesso. Si abbandona ad una violenta crisi di risatine isteriche, che accompagneranno Lucia e Andrea per tutto il processo di pulizia delle monete. Ancora to be continued
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Piccoli Fisici Crescono
CasadiLucia. Domenica pomeriggio. Interno giorno.
La MammadiLucia entra, cautamente, nella stanza della giovane figlia. E, cautamente, si avvicina alla scrivania sulla quale la figlia è china, ininterrottamente, da ore. "Lucia... sei sicura di sentirti bene, sì?" "Certo mamma. Benone" "Non hai niente da fare per domani? Non so... studio, compiti?" "No mamma. Ho già fatto tutto" "Non vuoi guardare la televisione, allora? O leggere un buon libro?" "Non posso mamma. Devo fare questo, lo sai". La MammadiLucia sospira. "Sì, lo so, Lucia, me lo hai spiegato. Ma davvero non capisco il motivo per cui tu stai ritagliando, da due giorni, dei cerchietti di due centimetri di diametro dalle teglie del cuki per le pizze. Non ha senso. Sembri una pazza. Mia figlia ha trascorso gli ultimi due giorni a ritagliare cerchietti dalle mie teglie per le pizze. Non è normale". Anche Lucia, per simpatia, sospira. "Te l'ho detto mamma. E' per la pila. A scuola siamo stati incaricati di preparare una presentazione sulla pila. E vogliamo creare una pila di Volta. Con le monetine da cinque cents, scottex imbevuto di acido, e alluminio. Sto ritagliando l'alluminio a forma di monetina da cinque cents. Poi passerò allo scottex. Te l'ho spiegato, mamma, non è che sono diventata pazza. E' per motivi di studio. Validi motivi. La MammadiLucia scuote il capo, rassegnata. "Sarà..." e sospira, sconsolata, lanciando uno sguardo alla scrivania della figlia. "Resta il fatto che questo tavolo è inquietante, sembra che ci lavori sopra un internato in una clinica psichiatrica..." Lucia sbuffa, con l'aria propria del genio incompreso. "Anche Einstein sembrava un pazzo, dicevano i suoi contemporanei: eppure ha inventato la teoria della relatività" ![]() CasadiAndrea. Domenica pomeriggio. Interno giorno.
IlpapàdiAndrea entra, cautamente e anche piuttosto timorosamente, nel capannone in cui il giovane figlio è chiuso. E, cautamente e anche piuttosto timorosamente, si avvicina al tavolo da lavoro sul quale il figlio è chino, ininterrottamente, da ore. "Andrea... sei sicuro di sentirti bene, sì?" "Certo papà. Benone". IlpapàdiAndrea inclina leggermente il capo, lanciando una occhiata, al di sopra della spalla del figlio, a quello che il giovane sta combinando. Su una base di legno, cavi elettrici si intrecciano e si collegano, confluendo in un timer che sta, attualmente, facendo un conto alla rovescia. Dieci minuti e cinquantanove, dieci minuti e cinquantotto, dieci minuti e cinquantasette, dieci minuti e cinquantasei... "Andrea... sei sicuro di non avere problemi, sì?" rincara il genitore. "Certo!" "Litigato con la mamma?" "No, perché?" "Problemi a scuola?" "Per nulla, papà... cosa ti prende con tutte 'ste domande?". IlpapàdiAndrea prende un profondo respiro. "Figliolo... stai tentando di costruire una bomba?" Andrea scoppia a ridere, scuotendo il capo. "No, nessuna bomba: solo una pila... la pila di Volta. Mi sono offerto per un approfondimento, e poi una mia compagna di classe, che a sua volta s'è offerta, ha trovato una spiegazione per creare una pila di Volta fai-da-te, e se davvero funziona domani saremo in grado di far attivare con la pila questo timer. Stavo testando il circuito, funziona. Ora prendo anche una lampadina e la collego ai cavi, così si accende". IlpapàdiAndrea storce la bocca in una smorfia, lanciando una nuova, più incuriosita occhiata all'impianto sul quale il figlio ha ripreso a martellare. "Sarà...". E dopo una breve pausa di riflessione aggiunge, determinato: "Comunque io ti avviso prima: non ti vengo a prendere in prigione se ti arrestano come Unabomber, sappilo". Scuola di Lucia e Andrea. Lunedì pomeriggio. Interno giorno. E' un momento di grande fervore nella classe dei due ragazzi, finite le lezioni e consumato un pasto rapido tanto quanto frugale. Andrea poggia sulla cattedra un impianto elettrico che fa strabuzzare gli occhi a Lucia, la quale si perde nel groviglio di fili marroni e azzurrini che si intersecano, si avvolgono, si distendono, si collegano. Lucia versa sulla cattedra tre barattolini di dischetti, rispondendo nel modo più elusivo possibile alle sconcertate domande: "santo cielo, ma quanto ci hai messo?". La bidella entra nella classe col suo carrello di scope, strofinacci e detersivi, e sbarra gli occhi nel vedere la cattedra occupata da cavi elettrici, martelli, tenaglie, e guanti da chirurgo. "Stiamo preparando un esperimento di Fisica" la rassicurano frettolosamente i ragazzi, ma con scarso successo: la bidella impallidisce, sincerandosi subito "Ah! Ma non è una cosa pericolosa, eh?". La rassicurante risposta non pare convincerla appieno, giacché la donna finisce il suo lavoro in fretta e furia prima di scomparire portando con sé il suo grosso carrello di scopettoni e strofinacci. La scuola via via si popola di professori tornati nell'Istituto, chi per i corsi di ripetizione, chi per i corsi si avvicinamento al Greco per le Medie, chi per l'assistenza al doposcuola. Tutti, l'uno dopo l'altro, si avvicinano incuriositi alla classe in cui i cavi elettrici troneggiano e fanno da padroni. Si avvicinano incuriositi, storcono il naso, spalancano gli occhi, ed immutabile arriva la fatidica domanda: "e voi cosa state combinando, ragazzi?" "Prepariamo una Pila di Volta, professore... per una ricerca di Fisica" "Ah! Ma che bello! E funziona?" "Stiamo per provare. Ma dovrebbe..." "Ah! Ma che bello! E lo portate all'esame?" "Ma no, che umiliazione, io coi miei cerchiolini di scottex? All'esame? Per carità, è solo una cosa così, tanto per fare..." "Ah! Ma che bello! Complimenti!". "Cosa stiamo facendo, professoressa? Prepariamo una Pila di Volta, per una ricerca di Fisica" "State facendo cosa?" "Una pila" "Una pila?" "Di Volta" "Ma è complicato!" "Non sembra così tanto: adesso proviamo, ma pare fattibile" "Ma non vi verrà mai, ve ne rendete conto?" "Insomma, sia un po' ottimista!" "Vedremo, vedremo..." "Buongiorno professore! Prepariamo una Pila, per la ricerca di Fisica..." "Ah". Sguardo sconvolto. "Non è così complicato..." "Ah". Sguardo intimorito. "E' una bella esperienza, no?" "Sì sì". E si allontana frettolosamente. "Salve professoressa!" "Ciao ragazzi. Cosa state facendo, però? Devo chiedervelo: che è 'sto affare?" "Oh, nulla di che... stiamo solo tentando di far esplodere la scuola..." "Di...?" "Far esplodere la scuola. Ma Lei non si deve preoccupare: tanto lavora anche in un altro istituto, no?". Mentre si suddivide l'alluminio dal rame, mentre si collegano i cavi e si testa il circuito, mentre si versa il sale in un bicchiere di acqua per creare la soluzione acida necessaria... mentre si fa tutto questo, nella classe entra il professore di Filosofia. Accompagnato da un ragazzo della Prima Liceo, che, con aria da martirio, si avvia verso un banco con un foglio protocollo sotto il braccio. Dopo l'immancabile "cosa state facendo?", il professore, stanco, spiega che non ci sono più classi libere nel corridoio. E lui deve far recuperare un compito scritto a questo ragazzo: danno tanto fastidio, se si mettono in un angolino e fanno il compito? Ma no, per carità, ci mancherebbe, facciano pure. E fu così che quel povero ragazzo, fra una apologia di Socrate ed un simposio di Platone, divenne muto e sconcertato testimone delle nostre peripezie. "Andrea, non è possibile però che questa soluzione sia satura già solo con un cucchiaino di sale. E' un bicchiere di acqua, caspita, non può essere satura con un solo cucchiaino. Figuriamoci se basta per far passare la corrente" "Fammi sentire. Sì, è come pensavo. E' che l'acqua è fredda. Altro che energia cinetica, quest'acqua è gelata: se io fossi un atomo me ne starei immobile e senza fiatare, figuriamoci se mi sciolgo. Dobbiamo riscaldarla" "Wow, riscaldiamo l'acqua... tu ti sei ricordato di metterlo in cartella, il forno? Io l'ho lasciato a casa..." E fu così che Lucia, dopo una occhiataccia del suo compagno, finì a tenere in equilibrio il bicchiere d'acqua sul termosifone, sotto lo sguardo sconcertato dello studente di Filosofia della Prima Liceo. Nel momento in cui Lucia si è stufata di tenere in equilibrio il bicchiere d'acqua sul termosifone, ed ha quindi dichiarato che l'acqua si è scaldata a sufficienza, si procede al montaggio della pila vera e propria. Disciolto altro sale nell'acqua (che peraltro a Lucia sembrava leggermente più fredda di cinque minuti prima), si procede alla parte pratica. Andrea si autoincarica come impilatore ufficiale, mentre Lucia avrà il gravoso compito di passargli le pezzuole immerse nel sale. E la moneta. E l'alluminio. "Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. All... ehi, ho detto Scottex, questi sono cinque cents!" "Scusa. Scottex. Mi ero confusa" "Di nulla, capita. Alluminio. Brava. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex..." "Andrea?" "Sì?" "Capisco che tu vuoi fare il medico, ma non ti sembro un po' una ferrista in camera operatoria?" Lui non risponde nemmeno, allungando la mano destra verso il mucchietto di alluminio. Chino sul suo banco, lo studente di Filosofia di Prima Liceo fissa il foglio ad occhi socchiusi, ripetendo come un mantra la litania che viene dalla cattedra. Rame. Scottex. Alluminio. Il momento in cui la pila viene ultimata è un momento di grande tensione. Non resta che chiudere il circuito: e la lampadina magicamente si accenderà. Il professore di Filosofia curioso occhieggia dal fondo della classe, dove sta controllando lo studente di Prima Liceo. Lo studente di Prima Liceo solleva lo sguardo e chiede al professore il permesso di fermarsi un attimo e di venire a vedere la pila da vicino, ché adesso si è incuriosito. Il professore annuisce emulando un teatrale sospiro, affrettandosi tuttavia lui per primo ad avvicinarsi alla cattedra e conquistarsi una buona visuale. Lucia fissa la lampadina con le mani congiunte che lasciano colare sulla cattedra goccioloni di acqua e sale. Ad Andrea brillano gli occhi nel momento in cui alza una barra di legno e chiude il circuito, permettendo alla corrente di circolare. Ed è il momento di estrema tensione. Otto pupille sono puntate sulla lampadina, in spasmodica attesa. Il respiro è trattenuto, mentre tutti fissano, in un crescendo di coinvolgimento e emozione, la lampadina che sta per accendersi. E... "... E adesso che abbiamo visto che non funziona, cosa facciamo?" domanda Andrea dopo una novantina di secondi di silenzio e di attesa. "Forse è l'acqua troppo poco salata?" azzarda Lucia, incerta. "Forse ha una potenza troppo bassa... o forse semplicemente non funziona" constata piano il professore. "Forse una moneta deve essere carica" azzarda lo studente di Prima Liceo. "Forse dovreste strofinare la pila contro un panno di lana", suggerisce premuroso l'insegnante. "Il circuito funziona: ieri l'ho testato con una pila e funzionava, quindi non è un problema ai fili" rincara Andrea. "No, no, è l'acqua" ribatte Lucia. "O forse la corrente è passata via via, mentre noi mettevamo rame su rame e scottex su scottex" "Ma come fa a passare, il circuito mica era chiuso" "No, è l'Effetto Volta, l'ho studiato, passa automaticamente. C'è una differenza di potenziale" "E quindi proviamo a fare un'altra pila e ci versiamo sopra la soluzione all'ultimo momento?" "Può essere una idea" "Sah, torna al tuo banco e finisci il tuo compito in classe" sospira il professore. Il ragazzo di Prima Liceo sbuffa, allontanandosi, non prima di aver sussurrato un veloce e disperato "qual è la seconda accusa mossa a Socrate?" che cadrà nel nulla. Andrea si rimette sul posto di combattimento: "Rame! Scottex! Alluminio!". Lucia torna a fare la ferrista, lanciando di tanto in tanto occhiate allo studente di Prima Liceo che fissa il foglio protocollo strabuzzando gli occhi e sospirando infelice. L'esperimento successivo è accolto con entusiasmo molto minore. Il ragazzo di Prima Liceo si limita a sollevare lo sguardo dal foglio, mentre il professore si avvicina di qualche passo appena, per curiosare. Lucia sospira desolata, lasciandosi cadere abbattuta su una sedia, nel momento in cui la lampadina resta ostinatamente spenta. Andrea sbuffa e colpisce la cattedra con un pugno: "Non può non funzionare! Non può tecnicamente non funzionare!". Il ragazzo di Prima Liceo scuote il capo con fare scettico, sentenziando con tono da saputello "ma perché mai complicarsi la vita andandosi ad imbarcare in imprese di questo tipo? Ma guarda te che gente..." To be continued...
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Se non son matti, noi, a scuola, non ce li vogliamo
Nella mia visione del mondo, c'è sempre un motivo decisamente ottimo per cui sospirare rassegnati (e pure un po' scocciati) nel momento in cui, china sul tuo banco a prendere appunti, ti senti chiamare da un compagno di classe.
Capita, rare volte, che la comunicazione abbia una portata tale da giustificare l'interruzione. Non è quello che è capitato, però, stamattina, nel momento in cui ho dovuto smettere di fare quello che stavo facendo per girarmi e sentirmi chiedere "Lucia... puoi dire foglio?". Ad un mio sguardo interrogativo, il compagno di classe ha aggiunto "O famiglia. O figlio. Qualcosa con una gl". I suoi compagni di banco mi fissavano interessati, come se da me fosse dipesa la vita di intere popolazioni. "Dobbiamo convincere Mario che pronuncia male la gl", hanno aggiunto con aria sbrigativa, mentre Mario scuoteva il capo con decisione: "Ma la pronuncio male un piffero!". "Voi siete matti..." è stata la mia unica risposta, prima di rigirarmi e tentare di riprendere il filo dei miei appunti. La campanella di quella prima lezione era appena suonata, però, e la situazione stava già nettamente degenerando. Mario, ferito nell'orgoglio dall'infamante accusa di non pronunciare correttamente le gl-, stava rimbeccando ad Andrea la sua erre moscia. Andrea sì che avrebbe avuto bisogno di un logopedista! Andrea sì che aveva dei problemi di pronuncia, e gravi! Andrea sì che avrebbe dovuto vergognarsi della sua pessima dizione, piuttosto che andare a criticare i gruppi consonantici altrui! Dopo altri cinquanta minuti di questa solfa, Andrea stava appassionatamente indicando a Mario la corretta pronuncia del gruppo consonantico -gl- in un sostantivo colloquiale iniziante per "co" e terminante per "one". Ma Mario non si è arreso: dopo aver trascorso buona parte della lezione a borbottare dietro la mia povera schiena una monotona e interrotta serie di inquietanti "Gl! Gl! Gl! Gl!", ha ritenuto lecito e necessario chiedere un parere anche al docente di Letteratura Italiana - che, del resto, un esame di Glottologia dovrà pure averlo dato, ai tempi dell'Università. Non pago del parere del docente di Letteratura Italiana, ha vagato per tutto l'istituto importunando insegnanti e dipendenti di ogni genere e tipo, prima di ritirarsi in dolorosa meditazione nella nostra aula, trascorrendo l'intervallo fra scandalizzati "Ma io pronuncio bene foglio!" e dubbiose ripetizioni della parola incriminata. "Lucia, sinceramente: ti sembro un dislessico?" domandava ad intervalli regolari, fra una pausa e l'altra dei suoi esercizi di dizione: foglio, aglio, figlio, famiglia, soglia. "A dir la verità no; però se continui così potresti iniziare a sembrare affetto da handicap psichici...". Purtroppo, Mario scelse di correre il rischio. Suonata la campanella di fine delle lezioni, scendendo le scale, stava molestando un povero bambinetto delle elementari, che lo fissava ad occhi sgranati mentre si sentiva chiedere, accoratamente: "Sii sincero: come lo pronuncio, foglio?". "Tu quel bambino lo conoscevi, spero..." ho domandato debolmente, aggrappandomi ad una vana speranza destinata ahimé a svanire fin troppo presto. "Per nulla: almeno avevo la garanzia della sua imparzialità. Ma non si è voluto schierare, quel maledetto. Sono costretto a interpellare te, Lucia: ti prego, però, sii onesta e sincera" "Tu stai male, secondo me..." "Dai! E' molto importante, per me!" "Sigh..." "Non sopporto di avere difetti! Non può essere così tremendo! Io non me ne accorgo nemmeno, di pronunciarlo male! Ma è sgradevole all'udito? Ma si sente tanto?" "Aiuto!" "Dici che devo andare da un logopedista?" "Da uno psicologo, semmai..." "Sarà un problema congenito? Avrò dei difetti anatomici?" "... A pensarci bene, forse sarebbe più indicato uno psichiatra, in effetti..." "Ma tu dove la metti la lingua, quando fai gl?" "Prego?" "L'ossicino. Cosa tocca l'ossicino?" "Quale ossicino?" "Quello della lingua!" "L'ossicino della lingua?" "Lui!" "Ehm... temo di non avere ossicini nella lingua, sai?" "ARGH! Allora sono fatto male io! Mi serve una operazione!" "Ti serve un calmante..." "Io non sopporto di non riuscire a dire gl! Mi crea un fastidio insopportabile! Quasi fisico!" "Sarò solidale con te: dopo sei ore a sentirti borbottare foglio dietro la mia schiena, genera anche in me un fastidio insopportabile e quasi fisico" "Ma d'ora in poi farò costante esercizio per migliorare!" "Non dietro il mio banco, spero..." "Almeno un'ora di esercizi di dizione, tutti i giorni!" "Sembra appassionante" "Entro giugno noterete il miglioramento! Lo noterete tutti e quanti!". L'indomani è arrivato a scuola alle otto meno un quarto; e, lungo le scale, stava ancora sillabando foglio. Secondo me adesso è ancora lì che lo ripete. Scritto da Lucyette | commenti (17) (popup) | commenti (17) | Link |
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