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Fanatismo!
"Buongiorno, dottore..."
"Oh... ciao! Accomodati, accomodati... una volta ogni tanto ti vedo, eh: in genere non passi spesso di qui..." "Beh, sì... diciamo che quando posso evito, però...". Pausa. "Vede, il mio problema è questa mano: mi prude, è gonfia, mi da un po' di fastidio, e allora prima di tornare in classe vorrei qualcosa, magari, se esiste... non so, una crema lenitiva, qualcosa..." "Mmm, capisco. Vediamo un po' questa mano". Pausa. Occhiata. "Occaspita, ma poverina... come hai fatto? E' uno sfogo? Ma è solo sulla mano?" "Sì, è solo sulla mano. Avevo dato una crema perché mi faceva male, e poi è gonfiata e arrossata" "Male? Che tipo di male?" "Oh, no, niente... è che qualche giorno fa avevamo la simulazione di terza prova, ho studiato tanto, tutto in pochi giorni, alla fine mi è venuto male ai tendini... o ai muscoli, non so, ma è perché l'ho affaticata studiando, nulla di che". Silenzio. Pausa. "Scusa... ma come fai a affaticare i tendini di una mano, studiando?". "E' perché io quando studio sottolineo, sottolineo sempre. Per cui mi è venuto male, l'ho sforzata". "Ma se è la sinistra... come facevi a sottolineare con la sinistra? Sei mancina?" "No, con la sinistra tenevo il righello". "Il righello?" "Per sottolineare" "Col righello?" "Sì. Sottolineo sempre col righello". Sguardo sconcertato. "E perché mai?" Stretta di spalle. "Così, alle elementari mi costringevano a sottolineare sempre col righello, e mi è rimasta l'abitudine...". Sguardo ancor più sconcertato. "E a che scopo vi facevano sottolineare col righello?". Sorrisetto. "Perché Dio lo vuole". Il dottorino mi guarda con l'aria di chi ha di fronte a sé una pazza. Ulteriore sorriso. "No... ci dicevano sempre che Gesù Bambino era più contento se noi avevamo un libro di testo ordinato, e quindi potevamo sottolineare solo a matita e solo col righello". "Oh". "Eh". "E dunque ti è venuto male alla mano perché hai sottolineato a lungo con un righello, per rendere felice Gesù Bambino?". "Sì, più o meno. E poi mia mamma mi ha messo sulla mano dell'artiglio del Diavolo, e lì son cominciati i guai". Sconcerto. "Cosa ti ha messo sulla mano?". "L'artiglio del Diavolo". "L'artiglio del Diavolo?" "Sì... è strano che abbia avuto questo effetto, vero?" "Ehm. Dio è felice se usi il righello, e ti sei fatta male alla mano con gli artigli dei Diavolo?". "Ehm... è una pianta officinale, l'Artiglio del Diavolo... la conosce, sì?". "Ehm..." "E' un'erba. Da quanto so, va benissimo per dolori e infiammazioni, però a me ha dato questo problema..." "Ma, ehm... questo... questo coso, lì, questo... artiglio del diavolo, ma è un'erba di che tipo?" "Ehm... una erbacea, suppongo, africana, mi pare... perché?" "No, voglio dire, ma... ma dove l'hai presa?". "Erboristeria, credo... non so, o lì o in Farmacia..." "E ti ha fatto gonfiare la mano così?" "Così pare..." "Sì, ma... ma è legale, questo coso?". Pausa shockata. "Ma certo che è legale, è una pomatina per i dolori muscolari!". "No, ma... ma chi la commercia?" "Non so... una ditta... molte ditte, presumo... guardi che è una cosa normalissima, tipo Voltaren, eh!" "Con quel nome..." "Il nome scientifico probabilmente sarebbe suonato meglio... credo che in Italiano però si chiami solo così...". "Mmm..." "Eh" "Se vuoi un consiglio, per il futuro evita i righelli. Scommetto che il Padreterno non si offende e il Diavolo non ti artiglia". Mia mamma ridacchiava incredula quando, questo pomeriggio, tornata a casa le raccontavo di questo dialogo. "E alla fine cosa ti ha dato?" domandava. "Acqua..." "Ah... basta l'acqua? Fresca? Ci sciacqui la mano, la lasci a mollo?" "No no... acqua per me, da bere" "Eh?" "Secondo me non ci ha mica creduto tanto... avrà pensato di esser preso in giro..." "E ti ha dato l'acqua?" "Sì. Però era fresca: m'è andata bene, avevo pure sete". Solo che è tutto il giorno che crollo dal sonno. Secondo me in quell'acqua il dottorino aveva versato qualche goccia di tranquillante. Domani troverò ad attendermi una squadra di Psichiatri, chiamata per internare una folle che traccia righe dritte per compiacere Iddio e dichiara di essere ferita da artigliate del demonio. Scritto da Lucyette | commenti (16) (popup) | commenti (16) | Link |
Promesse dell'Orienteering
Partire dalla propria casa per arrivare in un posto del tutto sconosciuto, è, sempre, un azzardo.
Partire dalla propria casa senza uno straccio di navigatore satellitare o di navigatore umano con apposita mappina, “perché tanto” – afferma il capofamiglia – “io so già tutto”, vuol dire essere scemi e dare troppo retta al capofamiglia. Partire in queste condizioni, diretti verso le nebbiose pianure della Bassa Padana, con l’unico pensiero di “Mah, speriamo non ci sia troppa nebbia: ieri Caroselli non ha parlato di nebbia verso Pavia…” vuol dire, decisamente, essere scemi. Ed affidarsi un po’ troppo alla bontà divina – e, come dice spesso un mio insegnante, “Dio, sì, ci fa le noci; ma poi non ce le spacca”. Pieni di buone intenzioni e di sincere speranze, dunque, partiamo. Dopo un’ora di viaggio, ci siamo già persi. Affrontate lunghe peregrinazioni in sperduti paesini dalla affascinante fauna locale, ivi comprese tre vecchiette che – zoccoli ai piedi, ed un fazzoletto sulla testa a coprirne i capelli! – camminano nel bel mezzo della strada sbarrando gli occhi, costernate, nel momento in cui vedono una automobile avvicinarsi, presi dalla disperazione decidiamo di scendere e di chiedere indicazioni. Degno di nota è il nostro ingresso in un piccolo bar, accompagnato dalla richiesta: “Per cortesia, un cappuccino e due marocchini. E poi, soprattutto… dove siamo?”. Degna di nota è stata anche la laconica risposta: “Lomellina”. E noi a roderci il fegato, perché – grazie tante! – lo intuivamo anche noi di essere nella zona della Lomellina: era così divertente, per quella barista, prendersi gioco degli stranieri? Come se da noi arrivasse un turista lombardo, e noi ci divertissimo a rispondere, ad una richiesta di informazioni, con qualcosa come un “Sì, siamo in Piemonte”. Dopo cinque minuti, però, scopriamo di esserci per davvero, a Lomellina: siamo in un posto che si chiama proprio "Valle Lomellina". Il fatto che i 46,5 chilometri che separano Valle Lomellina da Pavia, vengano percorsi, da noi, in qualcosa tipo un’ora e mezza di automobile, la dice lunga, in ogni caso, sulla veridicità della incontestabile affermazione paterna “Non c’è bisogno di mappe, Lucia. So già tutto. Non ci va mica niente ad orientarsi. Insomma! Sono stato un alpino!”. Evidentemente, agli alpini insegnano ad orientarsi sui monti, e non nelle pianure lombarde. Il viaggio, in ogni caso, va a buon fine. Dopo circa tre ore e un quarto, arriviamo finalmente alle porte della città di Pavia, con, nella mente e nel cuore, le entusiastiche parole di due Pavesi di nostra conoscenza: “Beh, sì, da Torino a Pavia, in macchina… beh, ci vorrà un’oretta e venti, un’oretta e mezza…”. Arrivati nella zona degli ospedali, la prima cosa che vediamo è un caloroso segno di benvenuto: su uno dei muri, un Pavese ha scritto, a mo’ di murales, un “LUCIA” dedicato a chissà quale giovane innamorata. Ad ogni modo, si entra in una città e si viene accolti da un “LUCIA” scritto a lettere cubitali… fa proprio piacere, che gentili questi pavesi. E sorridenti proseguiamo verso il Centro, seguendo, fiduciosi, le indicazioni dei cartelli stradali. Dopo cinque minuti, un nuovo “LUCIA”. Ma guarda che spirito di ospitalità! Dopo dieci minuti, un nuovo “LUCIA”. Mamma mia, questo qua doveva proprio essere innamorato cotto, eh… Dopo venti minuti, del centro nessuna traccia, ma altri tre “LUCIA” collezionati. E si scoprì così che Lucia ed i suoi genitori stavano ossessivamente girando in tondo attorno al Policlinico. Da menzionare, ancora, la rara capacità di Lucia e famiglia di spendere oltre trenta euro per due pizze ed una insalata. Da menzionare la telefonata che – giuro! – Lucia ha ricevuto nel bel mezzo di una visita all’Università: da Torino la cercavano urgentemente, una ragazzina doveva preparare un elaborato sulle Universiadi e aveva assolutamente bisogno di informazioni sui Dahu. Non è che Lucia sarebbe stata così gentile da fornirgliene? Quantomeno, la mia campagna di sensibilizzazione funziona. Suppongo che ora anche l’Università di Pavia sia piena di piccoli dahu zampettanti, alla disperata ricerca di strapiombi e montagne. Da menzionare sarebbero tante altre belle cose viste, fatte e pure fotografate, in perfetto stile "turista-giapponese", ma tutto questo finirebbe, inevitabilmente, per togliere spazio e pathos a quelle che sono state le condizioni meteorologiche con la quale i tre sventurati sono stati costretti a viaggiare. Perché, a riprova del fatto che la Provvidenza c’è ed è provvida, ma non passa la vita a far spuntare il sole per le famigliole in viaggio, ad un certo punto del tragitto, la nostra macchina è stata inghiottita da un mare di nebbia. E tutto quello che si vedeva, era nebbia: nebbia davanti, nebbia dietro, nebbia in alto, nebbia sul cemento dell’autostrada. Navigavamo in un mare bianco. Percorrendo un lungo ponte, ci siamo ritrovati nella affascinante situazione di vedere – letteralmente – solo bianca nebbiolina. Davanti, dietro, in cielo, verso il basso. “Secondo me siamo morti” ho sentenziato, serissima, ad un certo punto. “A causa della nebbia abbiamo avuto un incidente, in cui siamo morti, ed adesso stiamo proseguendo il nostro viaggio nell’Aldilà. Vedete? Siamo già sulle nuvolette”. Ad ogni modo, nel nostro Aldilà esiste un letto caldo e morbido, una connessione a Internet, una fornita biblioteca. Direi che non c’è da lamentarsi, in fondo in fondo. Potevamo sempre finire in un burrone incandescente, e venire circondati da omini rossi a punzecchiarci coi forconi. Scritto da Lucyette | commenti (8) (popup) | commenti (8) | Link |
GIORNI PASSATI |