domenica, 31 dicembre 2006

L'angolo della Biologa Animale: una operazione ecologica di grande spessore

 

L'altroieri, per inaugurare l'apertura della passerella pedonale dell'Arco Olimpico di Torino (e cogliendo al balzo l'occasione, prima che la richiudano in concomitanza con le Universiadi del prossimo gennaio), abbiamo avuto la graziosa idea di andare a fare una passeggiata al centro commerciale del Lingotto, altresì detto 8 Gallery.
Degna e meritevole di nota è stata la temperatura media all'interno del centro commerciale: tanto per dare una idea, c'erano alcuni commercianti che nel loro negozio indossavano magliette a maniche corte. D'accordo, io sono forse abituata a ben altri climi, ma - constatavo con mia madre, al termine di una infinita, calda e sudata passeggiata - se proprio vogliono riscaldare così tanto l'ambiente, predispongano dei guardaroba all'ingresso: come fa uno, in pieno dicembre, a tenersi sul braccio cappotto, sciarpe e guantini, assieme ai sacchetti provenienti dai vari negozi, visto che in un centro commerciale si va - si suppone - per fare acquisti?
Misteri della vita.

Ad ogni modo, uscite dal caldo centro commerciale e ripercorsa la punta delle scarpe - la passerella, ci ritroviamo in quello che è stato un anno fa, e sarà fra poche settimane, il Villaggio Olimpico in Torino.
Una povera ragazzina intirizzita, con un berretto biancazzurro su cui campeggiano a lettere cubitali le parole Crazy 4 U, intenta a fumare una sigaretta al di fuori di una grande struttura dai vetri trasparenti, vedendoci arrivare ci si avvicina, speranzosa, con sguardo di un cagnolino scodinzolante. Ci invita ad entrare nella grande struttura dai vetri trasparenti: è lo Shop-Point delle Universiadi di Torino prossime venture: non abbiamo voglia di visitarlo? Saremmo fra i primi!

Siam qui per divertirci: visitiamolo!
Al massimo - mal che vada - compreremo un portachiavi, una saponetta, cose così...

Ma l'imprevisto è sempre all'angolo.
I portachiavi - grossi e bruttini, almeno per i miei gusti - hanno un costo troppo elevato per l'acquisto di una roba grossa e bruttina e che non piace. E che diamine: se proprio devo spendere in cose inutili, spendiamo almeno per cose inutili ma carine, no?

Le penne - una penna è sempre utile, si sa - sono... esaurite.

Le cravatte - perché, chi sa, magari mio padre gradirebbe - hanno un costo che si aggira attorno alla quarantina di euro.
No, forse mio padre non gradirebbe.

Le borsette, oltre ad essere di una rara bruttezza, hanno un costo veramente eccessivo... aiuto! E cosa possiamo comprare, a questo punto, per alleviare le sofferenze di quella povera ragazza sola e intirizzita?

La risposta non può essere che una ed una sola: la mascotte, che quest'anno si presenta come un essere di dubbia natura, azzurrognolo e spelacchiato, che giace abbandonato, semidraiato ed ancora lontanissimo dalla conquista della posizione eretta, su uno scaffale in disparte.
E come si può ignorare una mascotte solitaria e dall'aria infelice - soprattutto se ci si è lanciati in passato in infuocate battaglie contro la discriminazione delle mascotte olimpiche meno fortunate?

Ebbene: compriamo dunque la mascotte.
"Che cos'è?" chiede, incerta, mia mamma, avvicinandosi al registratore di cassa ove la ragazzina infreddolita ci aspetta speranzosa. "E' un... animale?"
"Mmm..." replica enigmatica la ragazzina infreddolita, lanciando una occhiata sospettosa alla creaturina spelacchiata che io tengo in mano.
"Un orso?" rincara mia mamma, dubbiosa. "O... o un cane? Ha la coda lunga, secondo me è un cane..."
"Aaaahhh! Il coso! Voi parlate del coso strano, sì!" esclama, illuminandosi, la ragazzina. "No: rappresenta il Danubio Blu!"
"Prego?"
"Il Danubio Blu" annuisce la ragazzina, sicura.
"Il Danubio Blu?"
"Il Danubio Blu".
"E che c'azzecca il Danubio Blu con le Universiadi di Torino?" domanda, incerta, mia madre.
"Ah, non so..." si stringe nelle spalle la ragazzina infreddolita. "Lo chiamano così: è il simbolo del Danubio Blu... prendiamolo per buono".
Va beh... noi lo prendiamo per buono, paghiamo la nostra mascotte, e ce ne torniamo a casa - sommerse di bandierine promozionali delle Universiadi - con il nostro Danubio Blu nella borsa.

"Lucia... guarda un po' se nell'etichetta spiega come mai hanno scelto il Danubio Blu come simbolo delle Universiadi" suggerisce mia mamma, una volta arrivati a casa. "Ci sarà pure una spiegazione...".
"Ok, mamma", annuisco; e, presa l'etichetta, inizio a leggere.
Molti ne hanno sentito parlare, pochi lo conoscono bene, pochissimi hanno avuto la fortuna di vederlo, leggo, perplessa. Ohibò: non pensavo fosse così complicato vedere il Danubio...
Perché è Crazy!
Il Danubio è crazy?
Se volete incontrarlo, e godere per sempre della fortuna che porta, preparatevi ad attendere... dovrete essere abili, pazienti e molto crazy.
Per vedere il Danubio?

Perplessa, osservo con più attenzione l'enigmatica etichetta. Crazy 4 Danu, si legge, a caratteri irregolari... boh: sarà il diminutivo di Danubio?
Sì, ma perché proprio il Danubio!

Presa dalla disperazione, decido di andare a controllare sul sito delle Universiadi, nella speranza che lì mi spieghino il nesso fra Danubio, craziness, e Universiadi di Torino.
E, cerca e cerca e cerca, vengo a scoprire un tassello ancora più enigmatico del mio puzzle: la mia mascotte non è un Danu, ma un Dahu. I caratteri irregolari dell'etichetta facevano sembrare una N quella che in realtà era un'H.
Quindi, io ero fiera proprietaria di un Dahu, non di un Danu.

Ah beh, allora...

Non mi do pace, e continuo a cercare; fino a che, una affannosa ricerca con Google mi svela che il Dahu è... un animale leggendario, mitologico, proprio delle montagne dell'area francofona europea. Ed è un animale caratterizzato dall'avere... un paio di zampe più corto dell'altro.
Eccerto, perché se deve stare in equilibrio sui ripidi e scoscesi terreni montagnosi, gli fa molto comodo l'avere un paio di zampe più lungo dell'altro: se le montagne sono in pendenza, occorrono zampe in pendenza!

L'unico problema, spiegano i numerosi siti in lingua francese dedicati allo studio scientificp del buffo animaletto, è che questa particolare caratteristica anatomica consente al Dahu di salire e di scendere dalle montagne in un unico senso.  Un problema, insomma, soprattutto nel momento in cui si vengono a formare dei veri e propri ingorghi stradali, con Dahu che si incontrano, faccia a faccia, e poi non sanno come proseguire: da far invidia al traffico delle nostre metropoli.

E questa stessa particolarità anatomica rende i Dahu facili prede per tutti i cacciatori: data la loro curiosità, è sufficiente un richiamo - anche solo un fischio; meglio se fatto da una accompagnatrice di sesso femminile, specificano alcuni siti... evidentemente, neppure i Dahu sono immuni al fascino del sesso debole - per far voltare il povero quadrupede.
Che, voltandosi, perde improvvisamente l'appoggio delle sue bislacche zampine, e si trova a ruzzolare giù per il pendio, senza speranze di fuga. All'insensibile cacciatore non resterà che aspettare che il povero Dahu, tramortito dalla caduta, si fermi in una valle, prima di chiuderlo in un sacco e portarselo, vittorioso, a casa.



Ma non è finita qui.
Le zampe del Dahu rendono oltremodo difficile la riproduzione stessa: insigni studiosi affermano che, nella stagione degli amori, il Dahu maschio compie percorsi di addirittura decine di chilometri, nel tentativo di rispondere al richiamo della femmina.
La situazione si complica però nel momento in cui i due si trovano finalmente a pochi passi l'uno dall'altro: dal momento che le zampette corte poggiano sullo stesso fianco della montagna, l'accoppiamento risulta, inevitabilmente, oltremodo problematico.



E' questo il motivo per cui - conclude mestamente un sito - "la riproduzione del Dahu avviene soprattutto per trasmissione orale, negli ambienti di alpinisti, cacciatori, ecc. Tuttavia ciò non garantisce la sopravvivenza della specie" aggiunge tristemente l'autore del sito web: i Dahu sono anzi "in pericolo di estinzione, a causa dei cambiamenti nei nostri comportamenti culturali".

In tal senso, l'iniziativa di adottare un Dahu quale mascotte per le Universiadi di Torino, pare una scelta animalistica di grande pregio e valore. Hanno un bel dire, dal sito delle Universiadi, che "il simpatico quadrupede alpino rispecchia in pieno lo spirito goliardico e quel pizzico di follia che nella vita non deve mai mancare": sono scuse, le loro, per nascondere lo spirito di animalisti che in maniera evidente cova in loro.
Se i Dahu si riproducono per trasmissione orale - o scritta che sia, insomma - chissà quanti piccoli cuccioli di Dahu nasceranno, da questa acuta iniziativa ecologico-commerciale.

Chissà quanti piccoli cuccioli di Dahu nasceranno, addirittura, semplicemente grazie a questo mio post: in compagnia del mio Dahu-mascotte, attendo con ansia materna di vedere crescere, diffondersi e riprodursi la nostra personale nidiata di cuccioli. Un Dahu a lettore, ed un secondo Dahu ad amico del lettore - se il lettore vorrà raccontare a sua volta, a qualcuno, la buffa leggenda - e ce n'è da ripopolare tutte le Alpi.

Il mio Dahu freme, nell'attesa che i suoi cuccioli consimili prendano a colonizzare tutta la terra.
Dal canto mio, io cerco di addolcirgli la pillola - ché, ovviamente, a me è capitato il Dahu in crisi esistenziale, povera mascottina mia.
E' cresciuto, fra indifferenza di ragazze intirizzite e perentorie affermazioni: "Tu sei la rappresentazione artistica del Danubio Blu".
Non abbiamo ancora capito da dove la ragazza intirizzita abbia tirato fuori questa bislacca convinzione, ma io vi posso assicurare che il mio Dahu ha avuto un forte shock nello scoprire la sua vera identità.
Era convinto di essere un famoso fiume, ed ha scoperto - così, su due piedi - di essere un ridicolo animale inesistente e - persino nella sua inesistenza - a rischio di entinzione.

E' un Dahu psicologicamente molto provato, ve lo posso assicurare.
Speriamo che l'imminente paternità possa alleviare i suoi dolori.


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domenica, 24 dicembre 2006

Briciole di Natale

 

"L'impiegato si metteva la sua sciarpa di lana bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela; tentativo nel quale, non essendo egli un uomo dalla forte immaginazione, falliva"

Un canto di Natale, Charles Dickens

Per me, per i miei compagni di classe, per i miei professori, l'Avvento è stato caratterizzato da una crescente climax di freddo e di gelo, che entrava dagli spifferi delle finestre, si insinuava nella nostra classe, ci penetrava nelle ossa.
I termosifoni non erano spenti, no; la temperatura media della classe si aggirava tuttavia attorno ai dodici gradi, nei giorni in cui il clima era più mite.
E come era possibile?, ci chiedevamo tutti, battendo i denti per il freddo e tremando.
La spiegazione tardava ad arrivare: i termosifoni erano accesi ed erano al massimo, ci assicuravano, ma gli effetti non si sentivano assolutamente.

Il docente di Italiano è stato il primo a cadere, sotto una spiacevole bronchite e tre ininterrotte settimane di antibiotici.
Ha seguito la sua stessa sorte l'insegnante di Matematica e Fisica, che è riuscita a collezionare tre influenze nell'arco di due mesi. Non sono stati di meno, del resto, i miei compagni: i più determinati arrivavano in classe con tosse, brividi, ed occhi lucidi per la febbre, concedendosi regolari capatine in una sempre più affollata Infermeria; i più arrendevoli restavano a riposare nel loro caldo lettuccio, dimezzando la classe e rendendo quasi impossibile l'avanzare del programma.
Abbiamo tentato di prendere appunti con i guanti nelle mani; abbiamo cercato di essere carini ed eleganti anche con sciarpe e cappotti indosso; abbiamo provato, in un impeto di disperazione, ad abbracciare i gelidi termosifoni - ma senza apprezzabili risultati, ad esclusione di una gioia momentanea e fine a se stessa.

Abbiamo proposto l'acquisto - a nostre spese! - di una stufetta elettrica, ma l'idea è stata fermamente rifiutata, e bloccata sul nascere.
Abbiamo proposto il trasferimento in una aula vuota, ma ci è stato intimato di non dire stupidaggini.
Abbiamo ricevuto ripetute visite di cordiali e rubicondi omini delle caldaie, che dopo un grande lavorio nei sotterranei riemergevano alla superficie e puntualmente dichiaravano "Eh sì... fa freddo, fa freddo...coraggio".

Alla fine, abbiamo compreso.
La nostra scuola evidentemente faceva tutto questo per noi: per consentirci, con un periodo di stenti, di freddo, di pene e di patimenti, un percorso ascetico volto a prepararci alla venuta di Cristo.
Dichiarandosi sinceramente e profondamente obbligati per tali attenzioni, alunni, genitori e docenti auspicano tuttavia che al ritorno in classe a gennaio, terminato il periodo di Avvento e di preparazione spirituale al Natale di Nostro Signore, la situazione climatica possa essere tuttavia vagamente più vivibile.


In compenso, non avendo a nostra disposizione neppure uno straccio di candela, come, quantomeno, accadeva invece per il povero l'impiegato del signor Scrooge, tentavamo di scaldarci al tepore delle luci elettriche che decoravano il nostro alberello di Natale.

Purtroppo, neppure noi siamo dotati di una fervida immaginazione.




“Oh, look, what's this? They're hanging mistletoe, they kiss... why that looks so unique, inspired?”

L’ultimo giorno di scuola, in classe, si respirava una atmosfera particolare.
Fra pacchi, regali, auguri, abbracci, fiocchetti, doni, dolci e panettoni, sembrava davvero di essere fra amiconi – anche se qui le tensioni non mancano, anche se qui le antipatie abbondano, anche se, in un qualsiasi altro giorno dell’anno, ci si potrebbe definire con un generoso eufemismo una classe “non particolarmente unita”.

E non è stato solo per l’aria di “a Natale siamo tutti più buoni”.
E non è stato solo per la prospettiva di quindici giorni di vacanza, capace di acquietare anche gli animi più litigiosi.
E non è stato solo per la gioia per i regali, la sorpresa per gli auguri forse non aspettati, per lo spirito di festa che si sentiva nell’aria.

A fine giornata, qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo: “Ma ci pensate, ragazzi? E’ il nostro ultimo Natale assieme”.
E non è stato un caso, se per un attimo i sorrisi sono scomparsi dai volti di tutti i ragazzi.

Anche questo, in fondo, è un topos: si inizia ad amare una cosa quando si capisce che si sta per perderla.




“Hell erglühn die Kerzen,öffnet mir die Herzen, will drin wohnen fröhlich,frommes Kind, wie selig.Kling, Glöckchen, klingelingeling, kling, Glöckchen, kling!“
Kling, Glöckchen, klingelingeling Theodor Enslin

“Vieni con me in Piazza Borgo Dora, un giorno!” mi ripeteva estenuantemente mia mamma, da settimane. “E’ tanto bello: sembra di essere lontani da Torino… in un paesino di Natale: con le lucine, i banchetti, le decorazioni… è bello, vieni!”.
Ha insistito, ha insistito, ha insistito; ed io, per quanto scettica, ho infine acconsentito.

Quando scendi dal tram, l’ambiente che ti circonda tutto ti sembra, tranne che un paesino di Natale. Resti del mercato che si è tenuto lì la mattina, bidoni della spazzatura, giovincelli bucherellati dai piericings, con i vestiti strappati, che si urlano improperi da una parte all’altra della strada.
Ma se prosegui per un tratto, il caos e la confusione pian piano si allontanano. Fino a quando, improvvisamente, svolti un angolo e vieni investito da una ondata di luci e di decorazioni. Un trio di Babbi Natale, con fisarmonica, zampogna e strenne, sta suonando e cantando le più classiche melodie delle feste, mentre qualche negoziante, seminascosto dietro il suo banchetto ingombro di candele e pupazzetti, ha addirittura deciso di mascherarsi da folletto di Babbo Natale.
Più di così, cosa vuoi dalla vita?
I presepi si accompagnano alle marionette napoletane; i dolci tipici piemontesi si mescolano alle specialità salate: bagnetto verde, salumi, bagna cauda.
I bambini fissano estasiati le collezioni di gnometti, fatine ed elfi, mentre gli adulti ammirano ora la bravura di quell’artigiano, ora la qualità delle illuminazioni natalizie che abbondano su alberi, portici, case, campanili, chiese, bancarelle.

Una serie di frecce, passo dopo passo ti conducono a quello che è un piccolo cortile rettangolare, chiuso fra antiche case a ballatoi, silenziosissimo ed appena illuminato. Un Adeste fideles si diffonde appena nell’aria fredda, a partire da un grande, curatissimo presepe meccanico posto in un angolino, quasi in disparte.
Fuori dal palazzo di Erode, due schiave sbattono i lussuosi tappeti, mentre le guardie impediscono ai cittadini di entrare. Una donna riccamente vestita si affaccia da una torre, mentre si scorge un messaggero inginocchiarsi davanti al re, nella sala del palazzo.
Più in là, i contadini portano a pascolare le pecorelle. Il fornaio cucina sul fuoco il pane azzimo, mentre il falegname lavora con pazienza ad una piccola panca. Una madre culla il bimbo seminudo, mentre una anziana signora fa il bucato nel vicino fiume. In lontananza si scorgono i tre Magi chiedere la strada al pastore Gelindo, mentre, ormai vicino alla grotta, un asino carico di sacchi si impunta, e si rifiuta di proseguire, nonostante gli sforzi del padrone.
Attorno alla grotta illuminata sono già presenti decine di pastori, inginocchiati in preghiera; Giuseppe guarda Maria, che con dolcezza solleva i panni che coprono appena il Bambinello nella mangiatoia.

“Nonna… è bellissimo, qui…” sussurrava una bambina di sette – otto anni, fissando Maria con gli occhioni spalancati, mentre teneva per mano una anziana signora dai capelli bianchi.
E la meraviglia di quella bambina, quasi sembrava trasferirsi agli occhi dei tanti, silenziosi, visitatori del presepe.




"Suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla"
Le ciaramelle, Giovanni Pascoli

Il nostro compagno di classe organista, direttore del coro parrocchiale e studente di composizione al Conservatorio, inizia a fremere e a disperarsi circa tre settimane prima di tutte le nostre Messe mensili, lamentandosi pacatamente, mese dopo mese e anno dopo anno, dell’assenza di un coro degno di tale nome, per il nostro Collegio.
E pensare che fino agli anni Sessanta, il coro del Collegio esisteva, e cantava spesso anche per il Vescovo…!
Qui invece pensiamo solo allo studio, al volontariato, alle attività extrascolastiche. Giornalini, biblioteche, tornei, uscite didattiche: pensiamo a tutto, ma non al coro per le nostre Messe.
Ed è, effettivamente, un dispiacere. Soprattutto per le Messe speciali – come quella che viene detta per il Natale, l’ultimo giorno di scuola, ad esempio. A Natale ci sono canti tanto belli, tanto melodici, tanto aggraziati… e poi nessuno che sappia cantarli degnamente.
E che diamine, questo sì che è un peccato.

Il nostro compagno di classe organista, suonando le ultime note di un delicatissimo Astro del ciel, quest’anno invece sembrava vagamente costernato, dopo aver sentito una esecuzione del canto tale da far invidia ad un coro di professionisti.
E dire che Astro del ciel non è facile.
E dire che Astro del ciel non è facile da cantare alle otto del mattino.
E dire che raramente, dopo una Messa e prima di cinque pesanti ore di lezioni ed interrogazioni, tutti i ragazzi hanno la pazienza di seguire gli ordini di un direttore improvvisato, e di attenersi scrupolosamente alle sue indicazioni.
E dire che nelle prove di un’ora prima, il canto aveva avuto una esecuzione scadente per non dire disastrosa.

E invece, nell’esecuzione finale, nessuna stonatura. Nessun acuto troppo acuto, nessun basso preso troppo di basso. Nessuna chiacchiera e nessuno impegnato a far altro piuttosto che a cantare.
Alla terza strofa, il professore più emotivo aveva gli occhi lucidi. Il direttore improvvisato dirigeva con aria piuttosto perplessa, osservandoci con un che di incredulo. Un paio di insegnanti ci osservavano con una certa ammirazione, restandosene ben zitti, ad ascoltare.

Alla fine dell’ultima, sussurrata strofa, c’è chi ci ha stretto l’occhio, senza abbandonare la sua espressione incredula.
C’è chi ha fatto aleggiare a lungo, delicatamente, l’ultima nota, per non spezzare troppo in fretta la magia.
C’è persino chi si è messo deliberatamente ad applaudire.
Sì, anche se eravamo in cappella: quando ce vo’, ce vo’.


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sabato, 09 dicembre 2006

Incredibile ma vero

 

"Ah, Lucia... credo che papà ed io non andremo al mare durante le vacanze di Natale, comunque..."
"Oh. Okay mamma... e perché? Non dovevate essere lì per dare le ultime istruzioni all'idraulico che ci deve rifare il bagno?"
"Sì, appunto... ha telefonato, è rimandato tutto. Forse attorno a Carnevale... o, non so, dopo, verso marzo-aprile, Pasqua..."
"Ehm. Scusa, ma cosa aspettiamo a rifare 'sto bagno? Abbiamo già comprato tutto, piastrelle e sanitari, con quello vecchio fra un po' ci rimane in mano la maniglia del lavandino quando apriamo l'acqua..."
"Sì, lo so. E' l'idraulico che ha detto che ora non può"
"... Ma scusa. Non avrebbe dovuto cominciare dopo i Santi? Non l'aveva detto lui?"
"Sì. Ma, appunto, ha telefonato stamattina, ha detto che non se la sente"
"Come, non se la sente?"
"Non se la sente"
"E perché un idraulico non se la sente di rifarci il bagno? Abbiamo un bagno messo così male?"
"No... è che l'ha lasciato la moglie"
"Prego?"
"L'ha lasciato la moglie. Cioè, in realtà è andato lui via di casa, stamattina presto. Era da due mesi che litigavano di continuo, c'era una atmosfera invivibile, poverino"
"Non ci fa più il bagno perché si è lasciato con la moglie?"
"Sì. E' molto provato. Mi ha telefonato stamattina e per poco non si metteva a piangere al telefono. Ha due bambini piccoli! E lui non voleva che finisse così, a lui spiace tanto, ma proprio non si capivano più, non si poteva più andare avanti!".
...
"Scusa, mamma... ma tu lo conosci, 'sto idraulico? Siete amici?"
"No, perché?"
"E allora perché viene a piangere con te per la sua separazione?"
"Eh, ma sai... era tanto abbattuto... pensa che è dovuto tornare dai suoi, lui, quarantenne... avrà dovuto sfogarsi, bisogna capirlo..."
"Sì, ma si sfoga con una sconosciuta?"
"Beh, doveva anche dirmi del bagno..."
"Ecco appunto. E smette di lavorare perché la moglie lo ha lasciato?"
"Ma Lucia, è distrutto!"
"Sì, e presto sarà distrutto e affamat,o se smette pure di lavorare sopraffatto dal dolore..."
"Beh, una soluzione ci sarà... i suoi amici lo aiuteranno... te l'ho detto, era disperato, faceva persino effetto parlargli... lui vorrebbe lavorare, ma non ce la fa proprio, la sua vita non ha più senso, dice..."
"Eh. Va bene, mi spiace tanto per il povero idraulico, ehm... veramente tanto. Ma, a questo punto, non conviene cercarsi in fretta un altro idraulico, così comincia subito e non ci scombina tutti i progetti?"
"No, no! Ha detto che cerca un po' di riprendersi e poi ricomincia a lavorare, dobbiamo solo aspettare"
"Ah. E quand'è che conta di riprendersi, l'idraulico?"
"Mah, non so... ha detto fra un paio di mesi, tre o quattro, verso la Primavera, inizio estate... così, insomma..."


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sabato, 02 dicembre 2006

I mille progetti che mi tengono lontana dal blog

 

Mia mamma si è messa in testa di adottare una pecora.
Forse sente la nostalgia di un affarino caldo, morbido e sgambettante da tenere fra le braccia e coccolare, visto che ormai non sono più in grado di prestarmi all'uso come quando ero neonata.
Forse subisce l'effetto del clima natalizio, e fissando le agili pastorelle del Presepe sogna di poter a sua volta avere un agnellino da accudire e sfamare.
Forse avrei fatto meglio a tenere nascosti i miei libri sulle pastorellate.
Fatto sta ed è, che mia mamma vuole adottare una pecora.

Il vero dramma è che, in Abruzzo, c'è gente disposta ad assecondare queste insane inclinazioni dell'animo. Con 180 euro annui, possiamo ottenere, ad un prezzo di favore, una pecora, quattro chili di formaggio, tre etti di lana, un chilo di carne (ma della nostra pecora?), e un documento di adozione della povera bestia, con tanto di fotografia.
L'unica cosa che veramente mi tenta, è il chilo di sterco di pecora che l'azienza si ripromette di spedirci a casa, per posta, come ottimo fertilizzante naturale.
E, inoltre, se adotti la pecora, puoi acquistare un biglietto a prezzo scontato per partecipare alla Festa della Transumanza che si tiene in Abruzzo a fine maggio.
Son cose.

Però mia mamma è in dubbio. Perché la pecora va bene, ma a lei piacerebbe anche adottare un asino. Le pecore si usano ancora; gli asini, poverini, per poco non rischiano l'adozione. Sostenere economicamente un asinello sarebbe molto carino, afferma con sicurezza mia mamma.

Ahimé, si può fare anche quello. L'unico problema è che se lo adotti, lo adotti proprio. Non è come la pecora che la adotti e resta in Abruzzo; qui l'asino lo adotti e te lo mandano in pacco postale nel tuo condominio di Torino, che "sarà una presenza rilassante e ti aiuterà a tenere in ordine l'erba del tuo giardino". Ah beh.
Se sei un po' dubbioso, perché non hai mai posseduto un asinello in vita tua, non devi temere: c'è la possibilità di un affidamento preadottivo. Se vai d'accordo con l'asinello, dopo l'affidamento preadottivo te lo tieni; se no... beh, tanti cari saluti, ma le assistenti sociali degli asinelli orfani te lo toglieranno.
E se poi il tuo asinello resta a te, sul tuo balconcino nel tuo condominio a Torino, a brucare mansueto i vasi di fiori, e soffre la solitudine? Nessun problema, c'è anche una agenzia matrimoniale! Si passa da maschi esperti a vigorosi, a giovani romantici, a donne attive che cercano un compagno casalingo. Ce n'è per tutti i gusti, insomma.
In compenso, se proprio hai una casetta piccola, non puoi tenerci dentro un asinello, ma vuoi comunque sostenerlo... lo adotti a distanza, anche in quel caso. Ma puoi andarlo a trovare tutte le volte che vuoi: e, precisa orgogliosamente il sito, hai anche la possibilità di assistere alla monta!
Perché, in effetti, se io non assisto alla monta del mio asino adottivo, non sono una donna felice. Oh no.

E, sebbene mia mamma non sembri particolarmente attratta dall'idea, io sono affascinata anche dalla possibilità di adottare un fenicottero a distanza. C'è chi in casa ha il canarino; chi, per strafare, ha un pappagallo, ma... un fenicottero? Io vorrei il fenicottero, e che diamine.




Poi c'è anche un sito grazie al quale le mucche e gli altri animali puoi regalarli a terzi, a piccoli villaggi africani che ne hanno bisogno per sopravvivere. C'è un massiccio e fornitissimo catalogo di pacchi dono da inviare ai villaggini del Terzo Mondo... però, come nota amaramente mia madre, non è la stessa cosa. L'iniziativa benefica è stupenda, per carità... però non ti mandano nemmeno le foto della tua mucca adottiva: e come lo soddisfi poi il tuo istinto materno?


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