mercoledì, 30 agosto 2006

Di come passare poco intelligentemente un pomeriggio, piuttosto che starsene a casa

 

Una persona che, come me, voglia passare un pomeriggio a far niente visitando l'IKEA più vicino, trova un sacco di belle cose da vedere.
L'unica cosa che non trova è il pullman che lo dovrebbe portare fino al negozio: dopo una attesa di quaranta minuti alla fermata, un certo malcontento prende a serpeggiare fra i molti cittadini che, fermi come soldatini sotto il sole, attendono l'arrivo del pullman latitante.
"No, ma guardate che adesso non passa più da questa via" si intromette un signore che, fermo come soldatino sotto il sole, aspettava alla medesima fermata un pullman di un'altra linea. "L'hanno deviato".
"Come, deviato? E dove?"
"Nella via qui dietro. Dall'altra parte dell'isolato: han fatto una fermata provvisoria lì. Anch'io dovevo prenderlo, ieri; l'ho aspettato un'ora, poi ho perso le speranze, son andato a farmi una passeggiata e l'ho visto passare dalla via dietro".
"Ma perché han spostato la fermata dall'altra parte dell'isolato, scusi?"
"Boh. E' una bella domanda"
"Ma poi non hanno messo nessun avviso!".
"E lo so. Ho chiesto all'autista e ha detto che è solo per una settimana"
"Non mi pare un buon motivo per non avvisare"
"A lui sì, però. Dice che così non sprecano carta, tanto è agosto è in città non c'è nessuno".

Ah beh.

Solerte, dunque, la massa di stanchi e accaldati soldatini fermi sotto il sole attraversa la strada e si fa il giro dell'isolato, prendendo poi d'assalto un pullmino già pieno che, dopo pochi minuti di attesa, arriva. La qui presente scrittrice, finita schiacciata sull'obliteratrice, passa tutto il (lungo) tragitto ad obliterare i biglietti di quelli che, salendo alle fermate successive, non riescono a farsi strada fra la folla.
C'è chi maledice l'autista che guida come se fosse su un circuito di Formula Uno; c'è chi, sperduto, domanda, con voce tremante, che caspita di strada sia quella che il pullman sta facendo; c'è chi - come l'augusta genitrice di colei che cura questo blog - da persona pacifica che è, inizia persino a litigare con un passeggero che si lamenta di "tutte queste inutili lamentele per una piccola variazione di percorso, e che diamine!".

Ad ogni modo, il pullmino giunge finalmente a destinazione, svuotandosi improvvisamente nel momento in cui la sagoma del negozio IKEA appare a pochi metri dalla fermata.
Il contemporanea al pullmino deviato e stracarico di gente, si ferma dall'altra parte della strada un altro bus, che vomita nel vialetto alberato una trentina buona di giovincelli e giovincelle: trucco pesante e minigonne per le ragazze, jeans strappati e mutande in vista per i maschi.
"Ma che è, van tutti all'IKEA in massa, 'sti qua?"
"Ma no, Lucia... vanno al centro commerciale, è qui vicino..."
"Ma tutti quanti a girar per negozi? Pure i maschi? A far shopping? In trenta?"
"Ma sì, si diverton così... è fresco, c'è l'aria condizionata, ci son panchine per sedersi... ci passi la giornata, volendo".
"Ooooh". Pausa. "Ma non è meglio stare in casa propria con un buon libro? E' anche più produttivo".
Mia mamma scuote la testa: "Sei proprio un caso disperato, figliola mia". Poi mi prende per un polso, tirandomi dall'altra parte della strada "Su, su, dai, andiamo".

L'entrata dell'IKEA è costituita da una grande porta scorrevole, che scorre da sola.
La qui presente scrittrice mai aveva visto porte scorrevoli scorrere da sole: si fermava a quelle degli hotel eleganti, da spingere con le mani, ma questi aggeggi automatici non li aveva mai visti prima. E ci faceva anche volentieri a meno.
"Ma scusa, mamma. E se manca la corrente, cosa succede? Si blocca la porta?" domanda infatti dopo tre secondi netti, fissando in cagnesco l'affare ruotante.
La genitrice solleva le sopracciglia: "Boh... suppongo di sì".
"E quindi se c'è un blackout uno rimane bloccato dentro la porta dell'IKEA?".
"Beh... avranno anche altri modi per attivarla, suppongo..."
"Ah beh, voglio ben sperare! Te lo ricordi il blackout dell'estate di qualche anno fa, che è mancata la corrente per ore? Pensa passare il giorno chiusa in una porta. Con la mia fortuna, potrei anche riuscirci: lo sento".
Mia mamma scuote la testa: "Sei proprio un caso disperato, figliola mia". Poi mi prende per un polso, spinngendomi assieme a lei nella porta ruotante: "Vediamo se sei proprio così sfortunata".
Circa un istante dopo la sua ultima parola, la porta si blocca.
La corrente c'è ancora, ma - a quanto emerge dopo cinque minuti di affannosi tentativi di sbloccarla - un sassolino era entrato nella fessura in cui la porta ruotava, bloccandola.
Nel frattempo, la curatrice del presente blog ride; la sua genitrice non sa se imitarla o piangere; un commesso dell'IKEA da dentro ripete ossessivamente "Nessun problema, non vi allarmate!", e una sconosciuta ragazzina tremante a sua volta bloccata nella porta, si domanda per quanto basterà l'aria.

Una volta usciti dalla porta, veniamo accolti da una folla inusitata che sfreccia su e giù per il negozio, con borsine, sacchetti, e gridolini di ammirazione alla vista di questo o quel mobile.
"Ma che è? Sono venuti tutti qua solo perché ieri è arrivato a casa il catalogo nuovo?" mormora la genitrice, sconvolta.
"Eh beh. A noi, com'è che è venuta l'idea di fare un giretto qua proprio oggi?"
"Sì, hai pure ragione".

Seguendo le graziose freccette che ci indicheranno per tutto il pomeriggio il cammino,  non impedendoci tuttavia di perderci, ci addentriamo dunque nei locali da esposizione.
E lì c'è di tutto.
Giovani che, mano nella mano, fra un sospiro e l'altro, fantasticano: "Ma ce lo vedi, questo letto, nella nostra casa, amore? Ma non è stupendo? Il nostro letto! Nella nostra casa!".
Meno giovani che - mani rigorosamente impegnate a tenere mappe, piantine, metri avvolgibili e carta millimetrata - per poco non litigano: "Ma non vedi che caos? Ma è proprio necessario cambiare casa? Va bene che questa è piccola e ora possiamo permettercene una migliore, ma... ma non vedi che caos assurdo? Ma sei sicuro?".
Genitori che, con una nota di disperazione nella voce, implorano: "Bambini, lo so, è tanto bello saltare sui divani, ma non potete... no, no, no, Giovanni!, scendi! Ti ho detto scendi da quel letto! Ma non volete sceglierla voi, la vostra cameretta?, suuuu...".
Grazie al cielo, c'è anche qualcuno che vagola per i corridoi con sguardo curioso e distratto, buttando un occhio qua e là sulle varie stanze con l'aria di chi, semplicemente, passeggia.
La prima volta che, fingendo una parvenza di reale interesse per quel che sta guardando, fa per aprire un'anta di un grosso mobile, ci trova dentro un bambino nascosto che ride e fa segno, il dito sulla bocca, di restare in silenzio: "Sto giocando a nascondino con la mamma e col papà...".

Ubbidienti, seguiamo le freccette e scendiamo fino al magazzino. E lì, superati enormi locali in cui scatoloni giganteschi sono impilati l'uno sull'altro, è il regno dei piccoli oggettini da portar via e comprare senza troppe spese.
La genitrice si innamora a prima vista di una enorme pentola Wok in vendita per soli sei euro.
"Ma cosa te ne fai di una pentola Wok?" domanda perplessa la figlia.
"Eh, sai, è un metodo di cottura originario dell'Oriente, bla bla bla, e sai com'è..."
"Sì, va bene, ma dal lato pratico cosa te ne fai di una roba piccola nel fondo ed enorme sopra? Come ci cuoci?".
Silenzio. "Di preciso non so, ma pare ci si cucini molto bene. Sarà come una pentola normale. E ci son delle ricette apposta, comunque, poi. E in ogni caso questa costa molto poco!".
Aaahh.
Si decide che la famiglia tornerà all'IKEA per acquistare una gigantesca ed economica pentola Wok.

La genitrice sperava di trovare, all'IKEA, delle lenzuola, nel reparto tessili.
E nel reparto tessili trova, effettivamente, una enorme e splendida varietà di completi per il letto, composti tuttavia solo ed esclusivamente da federe fuori misura per i nostri cuscini, e copripiumini.
"Ma li venderanno in Svezia, i copripiumini! Ma qui?" esclama depressa la genitrice.
La figlia preferisce non farle notare che anche le misure, di questi copripiumini, sono assolutamente anomale per un letto italiano: meglio non rigirare il coltello nella piaga.

Per consolarsi dalla delusione dei copripiumini, la genitrice sperava di trovare, almeno, una tendina per la finestra del bagno: quella vecchia è ormai lisa.
Ma le tende, dall'IKEA, sono lunghe come minimo due metri. Su una etichetta svettava l'inquietante dicitura "altezza: 3,50 m".
"Ma chi è che ha una casa alta tre metri e cinquanta?" mormora perplessa la figlia, mentre la madre scuote la testa sconsolata.

Ma è nel reparto giocattoli che la disperazione raggiunge il suo culmine, nel momento in cui la figlia molto infantile vede pararsi davanti a sé una sterminata distesa di giocattolini morbidi e pure poco costosi. Innamoratasi di un tasso azzurro di peluche, la ragazza vaga allucinata per la sala, con commenti estasiati che lasciano perplessi anche alcuni bambini di tre anni, ed additando meravigliata ora questo, ora quel giocattolino.
Facendo uso di quella preziosa e poco usata virtù che è il Dominio di Sè, tuttavia, la ragazza riesce ammirabilmente ad allontanarsi dall'IKEA senza neppure un giocattolino nel suo sacchetto per gli acquisti - nonostante i rimorsi per quel tasso azzurro, illuso e poi abbandonato nel magazzino, la perseguitino ancora.
Eppure, nemmeno i giocattoli soddisfano pienamente i desideri della genitrice: "Sarà che quando tu eri più piccola io ero più interessata a queste cose, ma l'ultima volta che ci son venuta, che tu avevi dieci anni, c'erano pupazzetti molto più belli. E molti di più".
La figlia ringrazia il Cielo di non ricordare più quella ancora maggiore distesa di giocattoli ancora più belli: probabilmente, il trauma di doversi allontanare senza di loro ha determinato la rimozione di quel doloroso ricordo.

Mentre le nostre eroine contemplano silenziose alcuni beauty-case, una voce giunge alle loro spalle:
"Signore! Prego, raggiungetemi alla postazione Internet, vi posso aiutare: sono certo che voi desiderate ardentemente entrare a far parte del gruppo IKEA Family!".
"Ehm... no, grazie"
"Ma ci sono degli sconti!".
"Lo capisco, ma... grazie, al momento non siamo interessate".
"Ma è molto conveniente!"
"Non metto in dubbio, magari in futuro, ma al momento, no. Lei è molto gentile, ma..."
"Ma ci sono trenta euro di sconto su una poltrona come dono di benvenuto!".
"Sigh...".


Alla fine, dopo esserci peraltro perse fra corridoi e scalette, giungiamo finalmente alle casse, con la schiena dolorante e la disperata voglia di sederci e tornare a casa.

Ed infine, dopo una obbligatoria capatina nel supermercato svedese, uscimmo, senza che peraltro la porta ruotante mostrasse segni di volersi bloccare di nuovo.
Bottino accumulato: una tutina molto graziosa per me, ed una cornice a custodire un ritratto di La Salle ora appeso sulla parete davanti alla mia scrivania. (Mia madre scosse il capo, quando le spiegai cosa volevo farmene della cornice. "Sei proprio un caso disperato", sussurrò depressa, senza nemmeno tentare di farmi cambiare idea).







E comunque, il pullmino per tornare a casa, stanche e doloranti, lo aspettammo per altri venti minuti, sbagliando pure fermata ed accorgendocene solo quando il bus sbagliato ci portò nella direzione opposta rispetto a quella in cui dovevamo andare.
In compenso, il pullmino giusto era comunque pieno, e non ci potemmo ugualmente sedere.


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sabato, 26 agosto 2006

Ricordi di scuola / parte seconda

 

Era una strana tipa anche la mia insegnante di Educazione Tecnica, alle Medie.
Erano molti, in effetti, i professori strani nella mia Scuola Media. Erano strani anche gli alunni, se è per quello; ed era strana ed orribile anche la pessima scuola di quartiere nella quale avevo avuto la disgrazia di iscrivermi.
Ma, generale stranezza a parte, c'erano insegnanti più strani di altri.
E, assieme alla docente di Educazione Fisica, la professoressa di Educazione Tecnica era una di loro.

Anziana signora che aveva ripetutamente rifiutato - non si sa per quale arcano motivo - la pensione, la mia insegnante di Educazione Tecnica appariva, oggettivamente, come la classica vecchietta noiosa ed antipatica. Ed io non metto in dubbio il suo essere, nella vita quotidiana, una bravissima e splendida persona; resta il fatto che in cattedra era mortalmente noiosa, e sopportare due ore consecutive con lei era spesso una vera e propria tortura, soprattutto per chi, come me, la sua materia di per sé già non la amava.
La sua stessa voce era mortalmente noiosa. Parlava - e vi assicuro che non esagero - con lo stesso tono di voce dato, nel doppiaggio italiano, alla signora Roz di Monsters & co. A distanza di tempo, oserei forse dire che anche nell'aspetto fisico era possibile rintracciare una certa somiglianza fra la mia professoressa ed il personaggio del film d'animazione; ma mi rendo conto di essere troppo cattiva, e di certo non sufficientemente oggettiva. Vi basti sapere, come indicazione generale, che l'effetto che costei faceva su una classe, dopo due ore di lezione, era, ahimé, pressapoco questo.

Mia mamma, per dire, a suo tempo, fra i banchi di scuola, aveva amato moltissimo l'Educazione Tecnica. Ai suoi tempi e nella sua scuola, l'Educazione Tecnica consisteva nel preparare centrini, tovaglie, tovaglioli; nell'imparare a ricamare, a cucire, a fare i più svariati lavori di manualità, e a studiare come governare una casa: cucina, igiene, arredamento.
I maschietti seguivano lezioni con un altro professore, che insegnava loro ad intagliare il legno, a restaurare mobili vecchi, a conoscere per linee generali il funzionamento d'una automobile, e quant'altro. Una delizia, insomma.

Ai miei tempi, nella mia scuola, e con la mia professoressa, l'educazione tecnica era al novanta per cento disegno tecnico. Ma non assonometrie isometriche che, negli ultimi mesi della terza, avevo amato: no, per due anni e mezzo siamo andati avanti a disegnare figure piane, con compasso e squadrette. Poligoni di tutti i tipi: esagoni, decagoni, dodecagoni, pentagoni, ettagoni, di tutto. Abbiamo disegnato eptagoni, tre ore alla settimana, ininterrottamente, per quattro mesi. Alla fine avevamo eptagoni che ci uscivano dalle orecchie, vedevamo eptagoni ovunque, e la notte facevamo incubi a forma eptagonale.

La nostra professoressa, poi, non si accontentava di un eptagono discreto. No, lei voleva un eptagono perfetto, preciso fino al millimetro: se un lato era lungo anche solo un millimetro più degli altri sei, la valutazione era insufficiente e la figura da rifare, per punizione e per tentativo di recupero. Ed era da rifare non su un foglio pulito: sullo stesso foglio ("Per un foglio di carta da disegno vengono abbattuti infiniti alberi!"), dopo accurata cancellatura dell'ettagono precedente. Solo che, per quanto la cancellatura fosse accurata, non lo era mai a sufficienza: sul foglio restavano righe, buchi di compasso, baffetti di sporcizia, che certo non contribuivano a creare un ettagono migliore del precedente.
Un incubo.
Ed una maledizione per tutta la classe, anche, che per tre anni è stata appena a livello della sufficienza in quella terribile materia.

Fra ettagoni, righe e compassi, era una benedizione il momento in cui la professoressa ci ordinava di portare con noi il libro di testo, in previsione di una lezione teorica. La teoria era molto meglio: in fondo bastava studiare per riuscire, nonostante gli argomenti di certo non invogliassero. Non abbiamo mai studiato cucito, ricamo, cucina, arredamento, economia domestica e quant'altro: in compenso ci è stato più volte chiesto di imparare, nei dettagli, il funzionamento di una centrale idroelettrica, di una miniera di petrolio, di una trivellatrice, di una locomotiva, di un impianto elettrico, di motori per trattori. Indubbiamente appassionante.

Era divertente, però, ascoltare le lezioni teoriche della nostra professoressa.
Oh cielo, il tono stanco e piatto della sua voce provocava sonnolenza dopo dieci minuti, tuttavia per chi conservava la forza necessaria per seguire le lezioni, la cosa poteva rivelarsi appassionante.
Sì, perché la nostra professoressa aveva un Potere.
Faceva morire tutti coloro che - idraulici, muratori, manovali, amici - venivano in contatto con lei e con la sua casa.

Se mentisse o se dicesse il vero, non ci sarà mai dato saperlo.
Tuttavia, nell'affrontare le misure di sicurezza da tenere nell'ambiente domestico, la professoressa elencava, lezione dopo lezione, decine di tragiche morti avvenute per incuria fra le sue mura o nella sua cerchia di amici.

Prima è toccato all'imbianchino.
L'imbianchino - ci diceva - dopo aver imbiancato la casa, era andato in bagno a sciacquarsi le mani sporche. Con le mani ancora bagnate, ha toccato l'interruttore per spegnere la luce del bagno, ed è morto fulminato.

E' morta fulminata anche una ragazza, ad una festa alla quale il figlio della docente aveva partecipato. Il giovane padrone di casa, preoccupato, vedendo la ragazza priva di sensi con le dita infilate in una presa elettrica, ha pensato bene di versarle addosso un secchio d'acqua, perché, insomma, l'acqua fresca fa sempre bene in caso di svenimento. Brillantemente, è rimasto fulminato anche lui, col catino d'acqua ancora umido fra le mani.

Poi è morto un amico della professoressa. Non fulminato, però: avvelenato dal gas. La pentola piena d'acqua, sul fuoco, aveva strabordato, mentre lui era appisolato in salotto, spegnendo la fiamma. Il gas ha inondato la casa, e, quando lui s'è svegliato, era troppo tardi. L'hanno trovato - la professoressa assicura, in tono tragico - cadavere, a pochi centimetri dalla porta, la mano tesa verso l'alto, nel disperato ed inutile tentativo di raggiungere la maniglia e trovare rifugio sul pianerottolo.

Poteva andare meglio ad un altro conoscente della anziana signora, il quale era entrato nella sua villetta dopo una giornata di lavoro, e ha sentito un forte odore di gas nell'aria. "Ohibò!" ha pensato l'uomo, "e dove sarà mai il gas? Si vede?". Dal momento che era sera, velocemente ha acceso la luce nel tinello, per poter visualizzare il luogo della fuga di gas, ed è saltato in aria assieme alla sua bella casetta.

La stessa bella casetta, anni prima, aveva visto un altro tragico lutto: un muratore impegnato nella costruzione di un alto muro aveva trascurato di fissare la scala a pioli mentre si trovava a lavorare sulla parte più alta della costruzione. Una lieve scossa di terremoto, e la scala si era sbilanciata, facendolo cadere in terra, schiacciandolo, e finendolo definitivamente col suo tenerlo imprigionato sotto i pioli, mentre una pioggia di mattoni lo lapidava.

"Professoré, ma non è che Lei porta un po' di sfiga?" aveva chiesto, pacato, un mio compagno di classe, dopo aver ascoltato il resoconto della tragica morte di una signora investita da un treno per non aver rispettato lo stop del passaggio a livello.
La professoressa non aveva risposto, limitandosi ad un "Se non seguirai con attenzione le mie lezioni, figliolo, capiterà anche a te": vano tentativo di conquistarsi un po' dell'attenzione degli alunni, che, nelle ultime ore del rientro al giovedì pomeriggio, tutto volevano fare tranne ascoltare descrizioni di cruente morti di ex studenti incapaci in Educazione Tecnica.


La mia professoressa di Educazione Tecnica abitava - e credo abiti ancora - proprio nella casa davanti alla scuola in cui insegnava, attraversata la strada. Una scelta audace e coraggiosa, dal momento che centinaia di alunni annoiati e insoddisfatti si dilettavano a suonare, a tutte le ore del giorno e della notte, al suo campanello, da bravi teppistelli quali, oggettivamente, molti di loro erano.
Una scelta audace e coraggiosa, dal momento che, quando la professoressa cadde ed ebbe un grave incidente tornando da scuola a casa sua, tutti gli alunni erano ancora davanti al cancello del loro istituto, perfettamente in grado di seguire la tragica vicenda.

La professoressa stava camminando, attraversando la stradina, per tornare a casa, carica di libri, di squadre, di righelli e di fogli da disegno che portava fra le braccia. Educatamente, io l'avevo vista e salutata: "Buon giorno, professoressa!".
La professoressa s'è voltata verso di me, fissandomi per un attimo ed abbozzando quello che avrebbe dovuto essere un sorriso. Ancora guardandomi - sconcertata: del resto non era cosa usuale, per lei, sentirsi salutare con cortesia dagli alunni - ha fatto un passo in avanti. S'è inciampata, ha barcollato, ha incespicato... ed è caduta, lunga e distesa per terra, in mezzo alla strada, circondata da orde di alunni sghignazzanti che la deridevano e ululavano: "Dopo tutti i suoi amici, anche lei, eh?".

Sembrava una cosa da niente, in fondo.
Oh cielo, la professoressa aveva impiegato dieci minuti per percorrere quei cinque metri che la separavano dal portone di casa sua, brontolando, lamentandosi, gemendo come un malato in agonia e accusando noi ragazzi di essere un branco di teppistelli che le avevano augurato malasorte per mesi.
Ma si pensava che fossero le classiche lamentele degli anziani, niente di più: diamine, che male ti puoi fare, inciampandoti nei tuoi stessi piedi e cadendo?

Beh, lei s'era fatta male.
Era riuscita - non chiedetemi come - a rompersi un paio di costole, trovandosi di punto in bianco costretta a letto con una fastidiosa ingessatura al busto.

In sua sostituzione, ed in previsione di una lunga assenza, è giunta da noi una giovane e simpatica supplente, che nelle poche ore a sua disposizione è quasi riuscita a farci apprezzare una materia che, d'improvviso, non pareva più così ostica e noiosa. Fra decoupage e lavori manuali, persino disegnare esagoni sulle nostre scatolette in legno da ridipingere a tempera, sembrava cosa carina, fattibile e divertente.

Quando la ragazza è entrata in classe per la prima volta, annunciandoci di essere la supplente della professoressa malata, costretta a casa per oltre un mese, le reazioni non sono state invero troppo dispiaciute.

Sembra brutto dirlo - ed effettivamente è stato molto brutto, da parte nostra - ma alla notizia della sua improvvisa e duratura assenza, in primo luogo abbiamo ridacchiato ripensando alla dinamica del tragico incidente.
Ma, prima ancora, alla notizia della sua inevitabile assenza, la classe - per la prima volta unita dopo anni di litigi e tensioni - è esplosa in un boato, in una incredula ed esultante ovazione popolare.


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mercoledì, 23 agosto 2006

Ricordi di scuola

 

La mia insegnante di Educazione Fisica alle Medie, era uno strano tipo.
Erano strane anche le sue lezioni, durante le quali la donna cercava in ogni modo di ferire, tramite i più improbabili esercizi ginnici, il maggior numero possibile di suoi alunni. Nella nostra sgangherata palestra, era spesso un buffo via vai di ambulanze: c'era chi si rompeva un polso saltando dalla cavallina, chi collassava dopo una corsa troppo lunga e troppo veloce, chi cascava dal quadro svedese durante evoluzioni che neanche un atleta olimpico.
Pare, comunque, il suo, essere un metodo di insegnamento molto diffuso fra gli insegnanti di Educazione Fisica, e probabilmente consigliato e incoraggiato dall'ISEF stesso. Parlando con alcuni alunni ed alcuni professori di altre scuole, medie e superiori, ho sempre visto espressioni di puro terrore al nominare l'Educazione Fisica: tragici incidenti, sforzi sovrumani e pretese assurde paiono essere elementi caratterizzanti della vita di palestra.

La mia insegnante di Educazione Fisica delle Medie, comunque, oltre a tentare di eliminare fisicamente i suoi alunni durante le lezioni, era un tipo strano.
E, chissà perché, si era fissata con me.

Quando io sono arrivata alla scuola media, a settembre, ero una bambina abbastanza grassottella. Nell'arco di qualche mese, senza far assolutamente nulla, ero ingrassata, così, improvvisamente.
La mia professoressa mi ha guardata e ha convocato mia madre: ma avevo mica qualche disturbo alimentare? Ma come, non mi ingozzavo di merendine? E allora? Come facevo ad essere sovrappeso, di grazia? Rubavo le merendine mentre i miei non vedevano! Avevo un rapporto conflittuale con loro! Mai pensato di portarmi a colloquio con uno psicologo?

Nell'arco di qualche mese, altrettanto misteriosamente e inspiegabilmente, sono di nuovo dimagrita. La professoressa mi ha guardata ed ha convocato mia madre: ma mi aveva portata dallo psicologo? Ma mangiavo? Ma era sicura?
No, perché l'anoressia è una brutta bestia, eh.
Ah, no, mangiavo.
Bulimica, allora! Era evidente! Ancora peggio!
"Signora, a questo punto io le consiglio assolutamente un colloquio urgente con uno psichiatra dell'età evolutiva. Ma lo sa che sua figlia potrebbe anche morire, se non si fa qualcosa?".

Nella classe di ragazzine infoiate nella quale mi trovavo, ero pressoché l'unica a non andare in visibilio alla vista dei miei (undicenni!) compagni di classe in calzoncini corti. Le altre urlavano "A figoooo!" da una parte all'altra della palestra; io palleggiavo silenziosa al muro, come da istruzioni. Le altre ululavano "Maròòòò quanto sei boonoo, ti bacerei e non ti dico doveeee!"; io mi concentravo sulla cavallina cercando di imparare a saltarla.
La professoressa mi guardava, scuoteva il capo, e convocava mia mamma: era brutto dirlo così, ma non aveva mai pensato che io potessi avere tendenze omosessuali? Le normali pulsioni sessuali della prima adolescenza io sembravo non provarle; quantomeno, non facevo apprezzamenti sul fisico dei ragazzi. Magari quindi mi piacevano le ragazze: aveva mai considerato l'ipotesi, mia mamma?
Ma, in famiglia, poi, ne avevamo mai parlato? Lo sapevo, io, che i miei genitori mi avrebbero amata comunque, per quello che ero, e che non dovevo vergognarmi della mia speciale natura?

Un giorno, in un esercizio di palleggio con una compagna, stanca ho valutato male le distanze e ho mancato la palla per un paio di volte.
La professoressa mi guardava e ha convocato mia madre: aiuto, io mancavo assolutamente di coordinazione. Ma era una cosa normale? Cioè, ma in casa riuscivo a prendere gli oggetti dagli scaffali, oppure capitava che mi cadessero dalle mani? Ma una TAC? Ma qualche esame? Ma se avevo qualche danno neurologico?
Come?
Studiavo danza classica da anni e con buoni risultati, per cui era abbastanza improbabile una mia mancanza di coordinazione?
Ma che!
E poi, si sa mai, in quelle scuole di danza dove paghi in cambio delle lezioni, ti dicono tutto pur di tenersi gli allievi con relativi soldi: magari ti prospettavano uno sfolgorante futuro stile Carla Fracci per assicurarsi la tua retta, e poi tu a malapena ti tieni in piedi: che ne poteva sapere mia mamma?

Quando mi sono fatta male alla caviglia - per la prima volta - guadagnandomi in questo modo un primo - parziale e temporaneo - esonero dall'educazione fisica a scuola, la professoressa mi ha fissata orripilata e ha convocato mia mamma: ma sicura che io mi fossi fatta male?
No, perché mica è detto, eh. I ragazzini son capaci anche di contar storie. Io magari stavo benissimo ma mi fingevo malata pur di non far ginnastica.
Come, "perché avrei dovuto voler evitare la ginnastica"!
Ma era per non farmi vedere in pantaloncini corti dai miei compagni di classe, ovvio!
Evidentemente non ero proprio lesbica lesbica: con un po' di ritardo, ma avevo finalmente dei grandi disagi nel farmi vedere in pantaloncini dai ragazzi!
Cioè, non ero in pace col mio corpo! E non sopportavo il giudizio di altri! Ma, insomma, quando andavo in spiaggia, stavo in costume da bagno, per dire?
Ah sì? Ci stavo? Strano.
Boh, dettagli.

Una volta, giocando una qualche partita di un qualche sport, in temporanea assenza della professoressa-arbitro che aveva dovuto allontanarsi per qualche istante, ho avuto occasione di fare, impunita, un fallo a favore della mia squadra.
Ovviamente, ho evitato il fallo, ed ovviamente le mie compagne di squadra si sono molto arrabbiate - tantopiù che nella mia classe dell'epoca i rapporti fra me ed il resto dei miei compagni erano molto, molto tesi.
Quando la professoressa è tornata, in campo si era accesa una violenta lite in cui mi si accusava di essere una decerebrata che non sapeva approfittare delle occasioni e che nemmeno se debitamente consigliata sapeva cosa fare.
La professoressa ha ascoltato la versione delle mie compagne, s'è messa le mani nei capelli, e ha convocato mia mamma: un dramma! Aveva finalmente capito il mio problema: non reagivo agli stimoli esterni, probabilmente ero autistica!
No, no, che mia madre non reagisse così, per carità: perché le era scoppiata a ridere in faccia, santo cielo? Era un riso isterico, senza dubbio! Era l'effetto dello shock per la tragica scoperta!
Ma no, che mia madre non facesse così, che si calmasse: un bravo medico, qualche pasticca, e poi passava tutto, potevo aspirare ad una vita quasi normale! Su, su, non era un dramma!

Quando, con abile mossa e tanta sfortuna, dopo qualche mese il mio problema alla caviglia s'è aggravato, la povera donna è inorridita alla vista del mio esonero totale dall'attività fisica che il medico le presentava.
Aiuto!
Ma qui era un complotto!
Evidentemente conoscevo qualche medico disposto a spalleggiare il mio infantile desiderio di evitare la ginnastica in pantaloncini corti, per non dover fronteggiare i miei latenti problemi sessuali!

Mi ha, insomma, considerata una malata psichiatrica per tre lunghi anni, non mancando di ribadire la sua impressione a sconcertati colleghi e ai miei genitori, che a quel punto non sapevano più se ridere, se piangere, o se dirle di sì con fare accondiscentente, pur di farla star zitta.
Ancora, allontanandomi dall'aula dove avevo sostenuto l'esame orale per la licenza media, ho sentito le sue sconcertate parole rivolto al resto dei miei insegnanti: "Va bene, d'accordo. Ha fatto un esame molto buono, non lo nego; un esame ottimo. Ma io vi assicuro, colleghi, che quella ragazza ha dei problemi gravi, fidatevi di me: diamine, non sarò mica una visionaria!".

Fatto sta che, in casa nostra, il solo menzionare anche solo per caso quella mia simpatica professoressa, provoca in tutti noi un attacco di risatine isteriche, e l'unanime esclamazione: "Meno male che le Medie durano solo tre anni e ormai sono ben lontane!".


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giovedì, 17 agosto 2006

Niente di più romantico di una passeggiata in riva al mare

 


Pare che al mare, dove mia mamma sta passando qualche giorno di vera vacanza, oggi abbia piovuto e non poco. Un fortissimo temporale - mi raccontava mia madre al telefono - che ha costretto tutti in casa per delle ore, e che ha addirittura provocato dei danni ad alcune strutture. Questo pomeriggio, dopo ore ed ore di pioggia, la sabbia era stata quasi completamente portata via dalle mareggiate: e, cosa più curiosa, il mare, nel suo tratto compreso fra sabbia e scogli che delimitano i dieci metri dalla costa, era pieno di strane cose galleggianti. Robette rotonde, di colore giallo-marrognolo, che galleggiavano sull'acqua.
I miei hanno passato una buona mezz'oretta ad ipotizzare le nature più diverse per quegli affari galleggianti, fissandoli incuriositi oltre i vetri del balcone. Alghe? Pesci? Molluschi? Pezzi di legno? Chissà!
I loro dubbi sono stati chiariti nel momento in cui sono arrivati, a sirene spiegate, i pompieri, che hanno chiuso la zona e fatto allontanare i presenti. In contemporanea, è arrivata di gran carriera anche una macchina per sgorgare le fogne, che si è messa a lavorare alacramente su un tombino poco distante dalla costa.
E, con sgomento, e anche con un po' di schifo, i miei genitori hanno intuito la natura delle robe marroni che galleggiavano nell'acqua a poca distanza dal tombino.

E' stata comunque una cosa veloce, mi riferisce mia mamma. Tempo una mezz'oretta, i pompieri se ne erano andati, il tombino era stato richiuso, e tutto sembrava come prima. Certo, nessuno si era preso la briga di raccattare in giro per il mare i resti di quel piccolo incidente, ma del resto tutto il materiale stava incominciando a svanire automaticamente: portato al largo dalle onde, disciolto in più piccoli e meno visibili pezzettini sparsi nell'acqua. Almeno l'aspetto della spiaggia era normale: come se non fosse mai successo niente.

E così, accantonando felicemente l'argomento - anche perché è ora di cena - la conversazione telefonica prosegue su altri fronti. Fino a che, mia mamma, scandalizzata, affacciandosi al balcone, esclama: "Ma che schifo, ci sono due ragazzini che si stanno baciando!".
"Eh va beh, mamma... capita" replico io, vagamente perplessa. "Non guardare, se la cosa ti turba...".
"No, no, non capisci! Si stanno baciando sulla spiaggia!".
"?".
"Quella spiaggia, Lucia! La spiaggia di oggi, quella delle fogne!".
"... argh, ma che schifo...".
"E camminano a piedi nudi sulla battigia! Probabilmente arrivano dall'altra parte del paese, non sanno cosa è successo qui oggi!".
"... mamma, mi sto preparando la cena..."
"Eh, mi spiace, ma che schifo! Ma poveretti! Ma anche quei pompieri, però... non potevano mettere un cartello? Non è sano, così!".
"Sì, mamma, potevano mettere un cartello, concordo... e mi spiace molto per quei poveretti, però..."
"Santo cielo, poverini! Son lì che camminano mano nella mano e si baciano e non hanno idea di cosa stanno calpestando!".
"MAMMA!".

E così l'argomento della conversazione cambia nuovamente, mentre io cerco di soffocare un vago senso di nausea mescolando e rigirando il riso che cuoce in padella. Fino a che mia madre, improvvisamente, tace. Silenzio tombale, per alcuni, lunghi, angosciosi secondi. Fino a che, dall'altro capo della cornetta, una vocina piccola piccola, torna a farsi sentire.
"... Lucia?"
"Sì, mamma?".
"Hai presente i due ragazzini di prima?".
"Sì, mamma"
"Non è che li stia spiando, eh... mi è solo caduto l'occhio, sono qui seduta sul balcone..."
"Non metto in dubbio, mamma. E allora?".
"E allora lui ha buttato lei nell'acqua".
"..."
"E adesso sono sdraiati nell'acqua che si baciano..."
"..."
"Sono sdraiati nell'acqua che si baciano in mezzo a resti di escrementi!"
"..."

Il risotto che stava cuocendo nella pentola, temo di non averlo gustato come avrei potuto.


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lunedì, 14 agosto 2006

Riflessioni notturne di una ragazzina sedentaria di città

 

Saranno anche il sonno, la stanchezza, la febbriccola e la confusione a ovattare i sensi e rendere l'atmosfera ancora più innaturale, il che non guasta mai.
Però è bello, starsene sdraiati in silenzio, sotto una coperta, sul balcone, lo sguardo in alto a fissare il cielo che, con la sua geometrica perfezione, riesce sempre a tranquillizzare.
Il silenzio in strada - è tardi, e poi chi lo trovi ancora in città nel ponte di Ferragosto? - i grilli che cantano sugli alberi davanti a casa tua, una splendida luna avvolta dalle nuvole, e in sottofondo, lontano, il rumore quieto del treno che scorre lento sui binari della stazione.
Lo sguardo sul cielo, e ti capita anche di vedere una stella cadente.
Anzi, non una: due, a poca distanza.

E nel pensare e ripensare al secondo desiderio da esprimere, come da rito, e nel renderti conto che non sapresti nemmeno che altro desiderare... ti rendi conto che sei nata fortunata. E che, in fondo, va proprio quasi tutto bene.


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mercoledì, 02 agosto 2006

La classe non è acqua

 

Dev'essere bello, arredare una casa.
Io non ho sostanzialmente mai avuto l'occasione di farlo: quando i miei genitori hanno allargato il nostro alloggio, comprando quello vicino, abbattendo il muro che li separava, e aggiungendoci così un paio di camere da arredare, io avevo quattro anni. Ho il vago ricordo di un posto grande e meraviglioso pieno di divani sui quali volevo saltare, e che era probabilmente un Ikea o affini. I miei, pieni di buona volontà, avevano pure provato a coinvolgermi nelle loro scelte; ma al mio terzo tentativo di togliermi le scarpe e scalare un morbidissimo divano, hanno desistito. Chissà perché.

Quando hanno rifatto la mia cameretta, io avevo dieci anni. Ero in grado di intendere e di volere, sì, ma anche ancora abbastanza succube delle decisioni dei miei genitori. La cosa più sconfortante, poi, è che, appena entrata nel negozio, mi sono innamorata di una cameretta. L'ho vista, l'ho guardata, ho deciso che sarebbe stata la mia. E così è stato. E' una camera bellissima che amo tutt'ora, ma temo di essermi persa, in questo modo, l'emozione di vagare per tre o quattro diversi mobilifici fantasticando su quale sarebbe potuto essere il mio nuovo "nido".

Poi c'è il problema che noi i mobili li teniamo bene, e che non traslochiamo mai. La camera da letto dei miei genitori è la stessa che li ha accolti nella loro prima notte di nozze; la cucina, apparteneva in parte, addirittura, ai miei nonni. Una volta, evidentemente, i mobili erano di qualità migliore: sono ancora tutti interi e perfettamente funzionanti adesso, perché mai cambiarli?

Insomma, non ho mai avuto la possibilità di contribuire concretamente nell'arredare una casa. O anche solo una camera. O anche solo uno sgabuzzino.

A mia parziale consolazione, i miei genitori hanno ora deciso di rifare il bagno della casa al mare. Okay, un bagno è un bagno, non è un salotto e non è una camera da letto, ma si tratta pur sempre si rifare questo bagno. E cambiarci i mobiletti. Meglio che niente.

E c'è una infinità di cose da fare, per riarredare un bagno!

I sanitari, intanto. Di che colore li prendi? No, perché uno pensa subito al classico "bianco", ma nella casa qui in città ad esempio li abbiamo grigio chiaro. Sono molto carini, solo che trovi difficilmente dei pezzi di ricambio. Un anno fa, ci si è rotto l'asse della toilet. "Nessun problema", si dice uno, "andiamo in un negozio di sanitari a comparne un altro". Mica facile: abbiamo dovuto girare dieci negozi, per trovare un altro asse di un grigio simile a quello del resto del bagno.

Che poi, l'asse in sé è un problema. Adesso ci sono assi trasparenti con le paperelle che nuotano dentro, assi con le foglie, assi stile patchwork, assi con le scritte. In un negozio vicino alla mia scuola, ho addirittura visto un asse con foglie e frutti di bosco immersi in un liquido violaceo. Dicono che fanno "In", fanno tendenza, si adattano a tutti gli ambienti. Nel supermercato vicino a casa nostra è in svendita - vedo dalla pubblicità arrivata oggi in buca -  un meraviglioso asse marino. Palme, remi, ancore, pesciolini e boe dipinti su sfondo blu trasparente. Chissà perché nessuno se lo compra.

Poi c'è la questione termosifone. Dobbiamo rimettere il termosifone, e i miei hanno optato per quelli piatti, a parete. L'idraulico ci ha assicurato che adesso ce ne sono di tutte le forme. Ce n'è uno a forma di faro, pensa un po'; uno a forma di orsacchiotto.
Mio padre, appassionato d'orsi, è andato in visibilio al pensiero di un orsacchiotto scaldabagno. Io... non so, spero che questo termosifone orsacchiotto non abbia uno sguardo molto intenso. Se lo mettiamo, ci manca solo che io mi senta osservata da un orso mentre mi faccio la doccia.

E' bello, arredare una stanza, anche se è solo il piccolo bagno della casa al mare. Ti sfogli i cataloghi dei più vicini mobilifici, e pensi a come sarà in futuro il tuo bagno. E ne hai una inquietante visione di un WC con paperelle che navigano sull'asse mentre tu sei lì che fai i tuoi bisogni, e un orsacchiotto bianco attaccato al muro che ti spia.

Son cose.


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