domenica, 25 giugno 2006

Anche i monumenti insegnano

 

E' sempre lei, immancabilmente, ad attirare lo sguardo ammirato di chiunque si trovi in prossimità del paesino. E anche chi ha semplicemente raggiunto la Liguria per prendere il sole, pescare, divertirsi in quelle acque così pure e così limpide, non riesce ad evitare di lanciare una occhiata attenta alla splendida chiesa che svetta sopra la collina a strapiombo sul mare, circondata dalle basse casette e dai carrugi che da secoli costituiscono il piccolo borgo medievale.

E' la chiesa di San Giovanni Battista, costruita fra il 1686 e il 1734 dagli architetti imperiesi Giò Batta e Giacomo Filippo Marvaldi. Intitolata al santo protettore e patrono del borgo, la costruzione è, tuttavia, più comunemente nota con il nome di "Chiesa dei Corallini". Un titolo inconsueto, ma nato per ricordare l'impegno dei "corallini" - erano così chiamati coloro che si occupavano, a fine Seicento, della 'pesca' del corallo, ancora praticata all'epoca in Liguria - nella costruzione della monumentale opera.
Si dice che, nel Medio Evo, la costruzione di una cattedrale era un evento grandioso che interessava tutti i cittadini, dal primo all'ultimo. Bene: un più tardo esempio di questo sentimento potrebbe essere rintracciato proprio nella costruzione della Chiesa dei Corallini. Quando, in un momento di difficoltà economiche, i lavori rischiarono di dover terminare lasciando incompleta la costruzione, furono proprio i semplici, umili e poveri corallini a risollevare la situazione, decidendo liberamente di donare agli architetti, per anni, parte dei proventi ricavati dalla pesca del corallo.
E fu grazie al loro aiuto che la chiesa, nel 1734, potè, finalmente, essere inaugurata.


"Una chiesa barocca nel bel mezzo di un borgo medievale?" sussurrano, fra il perplesso e l'inorridito, tutti quelli che ne sentono parlare senza ancora aver avuto l'occasione di vederla. "Stonerà con il resto del borgo... un bel monumento senza dubbio, per carità, ma... barocco nel mezzo di un borgo medievale...".
Poi, una volta vista, da lontano, la sagoma del paese, devono costringersi a tacere, gli occhi spalancati in muta ammirazione. Perché sarebbe impensabile, piuttosto, il paesino privo di quella meravigliosa chiesa, che lo completa, lo abbellisce, lo custodisce, proteggendolo dall'alto, stupenda sulla cima di quella collinetta bagnata dalle onde del mare. Dal mare assunta sorsi su questa punta, scriveva un poeta locale sulla volta della chiesa, liberamente parafrasando i versi latini del Salmo 17, "Assumpsit me de aquis multis super excelsa statuens me".
E tutti, osservando il profilo del borgo, devono ammettere, in un sussurro ammirato, che, sì, quella chiesa davvero lo completa, meravigliosa e solenne.

"Non reggerà. Non reggerà per nemmeno dieci anni" commentavano critici gli abitanti del borgo che, giorno dopo giorno, vedevano quella monumentale e altissima chiesa nascere, crescere, completarsi. "Crollerà, è certo", ripetevano, accennando malevoli alla carriera non necessariamente esaltante dei due architetti che ci lavoravano.
E, a distanza di oltre trecent'anni, la chiesa è ancora in piedi, al centro dell'ammirazione popolare.
E quando, nel febbraio del 1887, due violente scosse di terremoto uccidevano, nella provincia, oltre seicento persone, ferendone innumerevoli altre e quasi radendo al suolo le cittadine circostanti, la chiesa ed il suo borgo restavano ferme, immobili, ben salde, senza riportare nemmeno una crepa, nemmeno un danno.

E' a questi dettagli che mi capita di pensare, tutte le volte che mi fermo nella piazzetta davanti alla chiesa, con il mare alle mie spalle, il rumore delle onde sulla scogliera nelle orecchie, e la bellezza del monumento nel mio sguardo.

Quella chiesa, nella sua semplicità di monumento di sassi e pietra, può insegnarci molte cose.

La prima, è che non importa quanto piccolo possa sembrarci il nostro aiuto. E' bello e necessario continuare a collaborare per quello in cui crediamo.
Anche i poveri corallini avrebbero potuto tenere per sé i loro piccoli risparmi, certi che non sarebbero state le loro poche monete a fare la differenza.
Eppure, senza il loro aiuto la chiesa non sarebbe mai stata edificata.

La seconda, è che non sempre le critiche degli altri vanno ascoltate e tenute di troppo peso.
I due architetti avrebbero potuto arrendersi, schiacciati dal peso delle critiche, certi che la loro costruzione sarebbe crollata, di lì a pochi anni, con chissà quali costi e conseguenze per il paesino.
Eppure, a distanza di oltre trecento anni, c'è ancora chi ammira e loda il loro lavoro. Un lavoro che ha il merito di aver resisitito alla sfida del tempo, delle critiche, dei dubbi, e persino dei più imprevedibili disastri naturali.





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domenica, 18 giugno 2006

Ricordi d'infanzia

 

Di tutti i ricordi che ho della mia più tenera infanzia, un buon novanta per cento riguarda i tre mesi estivi che abitualmente passavo, con mia madre, nella nostra casa al mare.
Se ci si pensa bene, è strano, perché non è che io, in città, non potessi godere di una vita serena. Anzi. All'asilo, mi trovavo benissimo, ed avrei passato ore ed ore ed ore a giocare con i miei compagni. Ricordo ancora ora, con affetto, la mia maestra Loredana ed il mio insegnante di Inglese, Richard. Un simpaticissimo californiano arrivato in Italia per studiare all'Università con uno di quei progetti tipo Erasmus, e che nel tempo libero, per guadagnarsi da vivere, insegnava Inglese ai bambini dell'asilo. Lo adoravo, Richard. Arrivava vestito da mago e ti tirava fuori le banane dalle orecchie. E poi ti insegnava a dire "banana" e "orecchia", e giocava con tutti e animava le feste di compleanno dei bambini.
Ricordo che ho pianto, quando, finito il suo anno di studi in Italia, è tornato in California, dopo una grande festa di addio piena di dolci, giochi, scherzetti e trucchi di magia.

Ad ogni modo, buona parte dei miei ricordi sulla mia tenera infanzia, riguarda le vacanze estive al mare. Ed è effettivamente durata per anni, la fase nella quale io consideravo il paesino al mare, non la città, la mia vera casa. "Dove abiti?". "In Liguria". "Ma allora cosa ci fai a Torino, scusa?". "Ah, no, sto qui qualche mese per studiare, ma la mia casa è al mare".
Mi ci trovavo benissimo, al mare.
Avevo un paio di grandi amiche, il mare, la sabbia, la spiaggia, paesini dell'entroterra meravigliosi da visitare, e... la gelateria.

Non è che a Torino non ci fossero buone gelaterie: anzi, ce n'era una ottima vicino a casa, nella quale mio padre comprava, spesso e volentieri, degli ottimi gelati da gustare dopo cena. Poi mia madre ha iniziato a ingrassare, c'è stato un periodo in cui ero inspiegabilmente cicciottella anch'io, per cui l'abitudine di mangiare gelati e dolciumi, in casa, s'è persa.
Ma non al mare. Sì, perché al mare c'è lo spirito di festa, di vacanza, di "facciamo ora, ché siamo in ferie, quelle cose che durante l'anno non facciamo mai". E così, ogni sera, sistematicamente, scendevamo da casa e mangiavamo un gelato.

Lo prendevamo sempre alla gelateria sotto casa, il gelato. Non era poi un granché, come gelateria: voglio dire, non immaginatevi quegli enormi banconi con una varietà infinita di gusti, tipo "Puffo", "Carota", "Asparagi". Giuro, una volta ho visto un gelato agli asparagi. Ancor ora mi chiedo chi mai possa desiderare un gelato agli asparagi, ma assicuro che lo producono.
Magari è pure buono.

No: la 'nostra' era una gelateria semplice, anche piccina, che offriva al pubblico poche varietà di gelati, sicuramente non fatti a mano. Però erano buoni, i gelati. E mi piacevano i gelatai. E la poca varietà di gusti non è un problema, per una che ha sempre richiesto - e ancor ora richiede - gelati alla "Crema e fiordilatte". Giusto perché in genere un gelato ad un solo gusto non te lo fanno: se no mi andrebbe benissimo anche un cono solo alla crema. O solo al fiordilatte.

Che poi, in realtà, quella gelateria offriva un altro gusto, che io amavo molto e che non ho mai più trovato altrove. Si chiamava "Delizia della nonna", ed era effettivamente molto simile al classico "crema", corretto forse con qualche altro aroma. Mi piaceva moltissimo, la "Delizia della nonna". Era una vera e propria delizia.

E mi piacevano, appunto, anche i gelatai. Erano due ragazzi simpatici, forse sulla trentina - ma probabilmente anche più giovani: da piccoli si tende a considerare sempre più vecchi gli adulti - , marito e moglie. Si chiamavano Sabrina e Natalino, e io amavo tantissimo stare in loro compagnia.
E' sempre stata una mia caratteristica: ho sempre ricercato la compagnia dei più grandi, tant'è vero che anche ora tendo a preferire gli adulti ai miei coetanei. Ecco: quando ero molto piccola, Sabrina e Natalino erano i miei adulti preferiti. Loro lo sapevano e facevano buon viso a cattivo gioco, fermandosi a chiacchierare con me quando non avevano altri clienti da servire, e fingendosi sinceramente affezionati a quella bimbetta di tre-quattro anni che li perseguitava notte e giorno.

Di Natalino apprezzavo la simpatia, le barzellette che raccontava. Sabrina invece aveva per me una attrattiva irresistibile: i capelli. Aveva degli splendidi capelli castano chiaro, lunghi, lisci, che, stretti in una treccia, le cadevano sulla schiena fino ad arrivarle all'altezza del bacino.

Ecco, io stravedevo per quei capelli.
Era oggettivamente tutta colpa di mia madre, che, finché sono stata troppo piccola da protestare con eccessiva violenza, mi ha sempre tagliato i capelli in un caschetto cortissimo, che mi faceva sembrare più un maschietto che una femminuccia. Io detestavo quel taglio, e invidiavo profondamente i lunghi capelli di tutte le eroine dei cartoni animati Disney - tanto da ostinarmi a girare, a tre anni, con un paio di collants in testa, perché le gambe di questi mi dessero l'illusione di avere in capo due lunghe trecce.
Io detestavo i miei capelli corti, ma mia madre, impietosa, continuava a portarmi a farmeli tagliare. Cosa in fondo anche compresibile, se calcoliamo che da piccola mi producevo in una serie di urla isteriche tutte le volte che si cercava di farmi uno shampoo, e mordevo - a volte, anche letteralmente - ogni volta che qualcuno cercava di passarmi una spazzola fra i capelli.

Comunque, i lunghissimi capelli della gelataia Sabrina erano, per me, una vera e propria meraviglia del creato. Con lei mi lamentavo della mia orrida pettinatura, sentendomi puntualmente rispondere: "Oh, ma anche io, alla tua età, avevo sempre i capelli corti corti corti e sembravo un maschietto, sai?". Talvolta aveva pure la faccia tosta di strizzare un occhio a mia madre, dopo tali sconvolgenti affermazioni, aggiungendo: "Da grande, anche tu...".

Erano dei bravi gelatai. E fra una coppetta di "Delizia della nonna" ed un cono di "Fiordilatte" - Fiordilatte che, puntualmente, usciva dal cono, mi colava sulle mani, e mi sporcava i vestiti... tuttora considero il mangiare un cono di gelato una attività altamente impegnativa, che richiede sangue freddo e grande concentrazione - passavo con loro tanti pomeriggi e tante serataedella mia prima infanzia, prima di avventurarmi, con i miei genitori, sul lungomare.

Sul lungomare c'erano ogni sera le bancarelle; anche lì avevo una grande amica. Si chiamava Lucia, ed aveva un banchetto di collanine e bigiotteria. Si chiamava Lucia, come me, e più tardi scoprimmo che era nata anche lei il 23 marzo. Come me.
Anche lì, amore a prima vista: e conservo ancora ora alcune graziose collanine comprate nel suo banchetto.

Le mie prime estati, passavano così.
Il gelato da Sabrina e Natalino; la passeggiata; le bancarelle, e le collanine della signora Lucia.

Ricordo di esserci rimasta malissimo, quando, un anno, la signora Lucia, ormai vecchia, mi aveva salutata, comunicandomi che, a partire dalla stagione successiva, lei non sarebbe più stata lì con la sua bancarella. Andava, giustamente, in "pensione".

Ma la volta in cui sono rimasta veramente di sasso, è stata quando, tornando al mare dopo nove lunghi mesi di città e di scuola, ho visto la mia adorata gelateria, chiusa. Mi dicono che mi sono addirittura messa a piangere, ed io ci credo: era il mio punto di riferimento, il simbolo delle mie vacanze estive.

"Non voglio che ci sia un altro negozio al posto della mia gelateria, non voglio!" avevo esclamato con ostinazione, a suo tempo. E, almeno in quello, sono stata accontentata: salvo uno sfortunato tentativo di una agenzia immobiliare che è fallita dopo pochi mesi dalla sua apertura, il locale che ospitava la mia gelateria, da allora è sempre stato vuoto. Il che è strano, poi. Era un locale in una posizione buona, tutto sommato, in vista: è strano che mai nessuno l'abbia riutilizzato.

Mette un po' di tristezza, sì, quella serranda sempre tirata giù, in mezzo ad una via che pullula di negozietti e bazar. Mette tristezza, ma quantomeno non c'è nessun altro ad "usurpare" il posto della mia gelateria. Ed è già qualcosa.

Sì, ho pianto quando la gelateria ha chiuso. E mi dicono che per alcune settimane non ho più voluto mangiare un altro gelato: ma sì, come facevo ad entrare in una qualsiasi altra gelateria, e ordinare un qualsiasi altro gelato? Sembrava di tradire Sabrina e Natalino.




Qualche anno più tardi, per puro caso, passeggiando con me sul lungomare, mia mamma ha esclamato, sorridente: "Oh, Lucia! Guarda chi c'è!".
Io ho guardato, e ho visto un signore a me sconosciuto: solo quando mia madre si è avvicinata per salutarlo, ho appreso che costui altri non era che l'ex gelataio Natalino. Che ovviamente non si ricordava più di me, e che in fondo nemmeno io ricordavo, se non per i suoi buoni gelati e per la sua sposa dai lunghi capelli.

Un paio di convenevoli e di saluti, e alla affermazione di mia mamma: "Ci saluti la signora Sabrina, eh!", è seguito un lungo silenzio imbarazzato. Al quale ancora è seguita la risposta: "Veramente siamo divorziati da alcuni anni, ormai".

Ecco: lì mi è crollato un mito.
Meno male che - se lei l'ha fatto - non mi hanno detto che Sabrina s'è tagliata i capelli.

La gelateria, chiusa; la felice coppietta di gelatai, divorziata... ma almeno la gelataia me la posso ancora ricordare con i suoi lunghissimi, splendidi capelli.


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sabato, 17 giugno 2006

Son cose

 

Non conosco e nemmeno voglio conoscere i criteri utilizzati per dare un tale giudizio, ma mi dicono che questo piccolo blog vale oltre cinquemila dollari.

Qualcuno vuole comprare il mio blog?


 


My blog is worth $5,080.86.
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giovedì, 15 giugno 2006

I piccoli paradossi della vita

 

"Buongiorno, mi servirebbero questi libri...".
Il commesso - un ragazzino tutto bucherellato dai piercing che mastica chewing-gum davanti ai clienti - guarda allucinato la oggettivamente lunga lista di libri che gli passo.
"Tutti?" chiede in tono sconvolto, con un fil di voce.
"Beh... 'tutti' non penso che li abbiate nemmeno, ora come ora, in libreria... però, sì: se potesse iniziare a darmi quelli che avete, e poi eventualmente ordinare quelli che mancano...".
Il commesso non si capacita. "Ma cos'è, studi?".
"Eh...".
"Ma guarda che qui sopra c'è scritto 'Letture consigliate', non 'obbligatorie'. Hai letto?".
Trattenendomi dal rispondere un "Sì, so leggere", annuisco. "Sì, grazie, ho letto. Ad ogni modo, come le dicevo, se potesse per cortesia controllare se c'è già, in libreria, qualcuno di questi volumi...".
"Ma sei scema?". Ho giusto il tempo di sbattere le sopracciglia per un paio di volte, sconcertata, prima che lui riprenda: "Voglio dire, non sono obbligatori... cosa te li leggi? Vai a divertirti, no?".
"La ringrazio per l'interessamento. Sarò molto soddisfatta e divertita, in effetti, quando potrò avere questi libri fra le mani, e finalmente cominciare a leggerli. Grazie".


Questa, poi.
Che una non sia padrona di entrare in un negozio senza venir invitata a non ordinare quello che le serve... è comica davvero.


Le librerie falliranno perché la gente si deve divertire.


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sabato, 03 giugno 2006

Un tranquillo pomeriggio di paura

 

Un tranquillo mercoledì pomeriggio di fine maggio; ore 15 circa. Semisdraiata sul divano, segui pigramente una puntata di un poliziesco in televisione, mentre tua madre gira per la casa rassettando le camere e spolverando qua e là.
Senti i passi di lei arrestarsi nell'entrata, all'altezza della porta di casa; senti la sua voce mormorare, perplessa: "Ma cos'è 'sto odore?".
Ti stringi leggermente nelle spalle, mentre, per pura cortesia, mugnugni un "Boh", tenendo lo sguardo sullo schermo televisivo, senza che, del resto, nessun aroma particolare ti sia arrivato alle narici. Ed è con una certa pigrizia che ascolti scattare la serratura di casa, e il cigolio della porta di ingresso indicare che questa è stata aperta.

Tutto quel placido relax scompare nell'arco di una manciata di secondi, quando senti nuovamente la voce di tua madre esclamare: "Lucia, ma c'è del fumo che sale dalla rampa delle scale! C'è un incendio!".

Scatti in piedi, avvicinandoti veloce alla porta di ingresso, aperta sul pianerottolo. E lì vieni effettivamente investita da una nuvola di fumo: bianco, denso, con un odore acre, che ti sale nelle narici, ti fa tossire, ad arrossare gli occhi che già lacrimano. Al di là della coltre di fumo, dall'altro capo del pianerotto, scorgi a malapena la tua vicina di casa che, affacciatasi a sua volta, esclama agitata: "Chi chiama i pompieri?".

"Noi, noi..." risponde veloce tua madre, scomparendo in fretta verso il salotto per prendere in mano il telefono. Passa qualche secondo, e ti giunge di nuovo alle orecchie la sua voce: "Ma non funziona... bisogna mica fare il prefisso, per chiamare i vigili del fuoco?".
Scuoti la testa incerta, mormorando un: "Sicura di aver fatto il numero giusto? Riprova... magari, l'agitazione...", prima di sentirla esclamare: "Ah! Ma non prende il telefono! Abbiamo il telefono isolato!".

Sguardo di puro panico, mentre l'aria, nell'entrata, ormai invasa dal fumo che arriva dalle scale, si sta facendo veramente irrespirabile.
"Okay, calma, prendo il mio cellulare" dici, correndo verso la tua camera e allungando isitintivamente la mano verso il portacellulare.
Che è vuoto.
Aiuto.
Ah, già, sei arrivata a casa questo pomeriggio stanca, non l'hai ancora tirato fuori, sarà nello zaino...
Corri verso lo zaino, lo apri. Cavoli, c'è sopra il golfino; tiri fuori il golfino; cavoli, c'è il portapenne, via il portapenne; e adesso dove diamine è scivolato il cellulare? Togli un libro, il diario, il quaderno, nulla... "Lucia! Allora, l'hai trovato?" esclama sulla soglia della stanza tua madre tossendo.
Ribalti lo zaino facendo cadere tutto sul letto; frughi fra quella miriade di libri e quadernetti e finalmente lo trovi. Ma, diavolo!, è spento: inserisci il PIN, okay, "Lucia! E allora?", aiuto, è sbagliato, lo reinserisci correttamente, okay, va bene, si è acceso, aspetti che si carichi, 115, okay, parte la chiamata.

Chiami i pompieri e poi riapri la porta di ingresso, trovandoti su un pianerottolo completamente sommerso dal fumo. Devi proteggerti il naso con un fazzoletto, tantopiù che quello non è un normale fumo: ha un odore di plastica bruciata, aiuto!, e se è tossico? Scendono le scale i vicini del piano di sopra: "Abbiamo chiamato i pompieri" - "Anche noi!" - "Ah, bene, beh, allora arriveranno, intanto cerchiamo di aprire le finestre che dal pianerottolo danno sul cortile, forza, dateci una mano"

E aspetti, e aspetti, e aspetti, e "ma diavolo, perché i pompieri non arrivano, cosa aspettano, ancora?".
E aspetti, e aspetti, e aspetti, e ormai non c'è più nessuno che riesca a non tossire.
E aspetti, e aspetti, e aspetti, e "ma non si vede niente, dove diamine sarà questo incendio?".
E aspetti, e aspetti, e aspetti, e il tuo vicino di casa esce sul pianerottolo appena sveglio, a torso nudo, infilandosi una maglietta, pronto per essere fatto evacuare.

E aspetti, e aspetti, e aspetti, e finalmente senti dalla strada le sirene, e affacciandoti alla finestra vedi due grandi camion dei pompieri fermarsi davanti al portone e buttar fuori decine e decine di ometti armati di tuta antincendio ed estintore.

E corri al citofono per aprir loro la porta, e intanto vai sul pianerottolo per rassicurare gli altri, "Sono arrivati!", e intanto ti sembra che il fumo stia effettivamente sparendo e che l'odore sia un po' meno forte, ma chissà, forse è illusione, forse è che ora che son arrivati sei più tranquilla... forse, chissà.

Senti i loro passi sulle scale: "Dov'è che brucia, signori?", e i condòmini a rispondere in fretta, da piano a piano: "Non so, non si sa, non si vede...".

"Prima c'era tanto più fumo, sapete" dici in fretta quando gli uomini, tuta addosso ed estintore in spalla, arrivano al tuo piano salendo gli scalini a due a due in una giornata afosa, "poi abbiamo aperto le finestre, ora è di meno, ma sembrava arrivasse da sotto, non so...", e loro annuiscono e iniziano già la rampa successiva, rassicurando virilmente: "State tranquille signore, ora ci pensiamo noi, aprite solo le finestre e cercate di non respirare il fumo, non temete". E scompaiono al piano superiore, mentre tu lanci una occhiata a tua madre e ubbidiente torni in casa a respirare l'aria pura che viene dalle finestre aperte.



Dopo un'ora, i pompieri, trattenendo a stento le risate, si ripresentano ai terrorizzati condòmini, fissandoli divertiti, o, chissà, con istinti omicidi che covano dentro di sè.
Hanno identificato la causa del fumo.
Era la famiglia del piano di sotto, che, avendo messo a bollire nell'acqua il ciuccio della neonata per disinfettarlo, era andata a riposare al fresco, sul balcone, dimenticandosi del ciuccio nell'acqua bollente. Acqua che era consumata, bruciando e fondendo l'oggettino.
Appisolati sul balcone, i signori non avevano avvertito quell'odore, né erano stati svegliati dalle sirene dei pompieri in strada. Dormivano, beati e ignari, mentre nella loro cucina si formava un fumo mefistofelico che, passando oltre la porta di ingresso, aveva invaso, oltre che il loro alloggio, anche l'intera rampa di scale.
Il bello è che non era scoppiato il minimo incendio; era solo fuso il ciuccio. Chissà di che cavolo di materiale era poi fatto, questo ciuccio.

E beh, son cose.
Panico, agitazione, due camion di pompieri scomodati, un pomeriggio passato nell'ansia, per... un ciuccio.

Gli affezionati condomini stanno organizzando una colletta per regalare ai loro sbadati vicini di casa un comodo e sicuro sterilizzatore per neonati.


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