martedì, 30 maggio 2006

Le curiose vicende della vita

 

Dal momento che quando qualcuno mi sfida, esclamando "Coraggio, coraggio, rispotete voi ad un test così, voglio un po' vedervi!", il mio orgoglio si risveglia... ecco qua, se ci sarà mai qualcuno così pazzo da volerselo leggere.

In compenso, su questo blog, afferma la mia fida Referrer List, arriva gente che cerca notizie su "inviti strani", su "feste per ragazzo in discoteca" (e già la specificazione mi inquieta: che vuol dire "festa per ragazzo"? Vorranno mica da me informazioni su feste per soli maschi in crisi adolescenziale?).
Per quanto riguarda gli inviti strani, purtroppo, temo di non poter aiutare: nè tantomeno posso essere utile per quanto riguarda la festa per ragazzo in discoteca. Diversamente, posso far sì che i miei sommamente interessati lettori possano essere aggiornati sul procedere delle grandiose feste di diciottesimo, dopo che tutti gli invitati, non sapendo ballare il valzer, sono stati seduti per una intera serata, e che il terzo catering è parso finalmente soddisfare i desideri dell'esigente fanciullina.

Ebbene, ieri sera si è tenuta una ennesima festa di compleanno. I partecipanti affermano con sicurezza - e, ahimé, non mentono: ho personalmente visionato e toccato con mano le prove - di aver ricevuto, all'ingresso nel locale, un grazioso ricordo dell'allegro party. Ovverosia, una originale spilletta rotonda, sulla quale era elegantemente stampato il volto della festeggiata, con tanto di scritta del suo nome e della sua data di nascita.
Pare che gli invitati siano stati costretti a fare sfoggio per tutta la serata del grazioso gingillo.

Le mute occhiate sconcertate mie e di qualche altro ragazzo, stamattina in classe, sono state forse il miglior commento.
O forse le parole più sagge sono state quelle di una ragazzina che, fissando attenta la spilla, ha mormorato placida: "A me fa tornare un po' in mente i ricordini che si danno, dei morti, dopo il funerale. E' un po' macabra, come cosa...".


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lunedì, 29 maggio 2006

Un articoletto che avevo a portata di mano

 

Del Santo Graal, come è noto, si va alla ricerca. È però una ricerca ben difficile, anche perché nessuno, ancor oggi, ha ben capito cosa sia, in definitiva, questo famoso Graal.
Di libri, di romanzi, di film su questo argomento, ce ne sono fin troppi. E se fra questi troviamo autorevoli saggi storici ad opera di competenti studiosi, non mancano di certo, sul mercato, opere ispirate alle teorie di esoteristi, occultisti, adepti del new age e quant’altro: opere che, certamente, non contribuiscono a far luce su questo tema così discusso e così poco conosciuto.

'Parzival at the Grail Castle' - Ferdinand PilotyDi questo simbolo leggendario, in effetti, si sa veramente poco. L’unica cosa certa è forse la data di nascita del mito: la leggenda ha origine infatti nella seconda metà del XII secolo, quando Chrétien de Troyes, forse uno dei più grandi poeti del medioevo occidentale prima di Dante, inizia a comporre i suoi romanzi in versi nel vivace ambiente delle corti di Champagne e di Fiandra. È fra il 1181 e il 1190 che Chrétien si dedica alla sua ultima opera, Perceval, ou le Conte du graal, un romanzo incompiuto nel quale il lettore assiste, passo dopo passo, alla crescita e alla formazione del giovane Perceval, che diviene, attraverso vere e proprie tappe di iniziazione, il modello dei valori cavallereschi dell’epoca. E spetterà proprio a Perceval avere a che fare, nel corso del romanzo, con un misterioso “graal” che tanto ha dato da discutere agli studiosi del poeta. Lo stesso significato del termine Graal è in effetti, ancora ignoto: questo sostantivo non sembra infatti essere, per Chrétien, un nome proprio, e lo stesso romanzo sembra proporre non tanto la storia “del graal” quanto quella “di un generico graal”, seppur dotato di particolari proprietà. E probabilmente molti sorriderebbero, nel sapere che, nell’area in cui Chrétien operava, il termine “graal” era in uso da secoli, come nome comune utilizzato per indicare semplicissimi piatti, e ciotole da tutti i giorni.

È, effettivamente, solo coi successori di Chrétien che il mito assume un valore più elevato ed un carattere più nettamente cristiano. Già nel Duecento il poeta Robert de Boron componeva il suo Roman de l’Estoire du Graal, nel quale, lasciate da parte le atmosfere incantate del romanzo di Troyes, l’autore presenta un’opera ispirata a scritti evangelici apocrifi, e narra la vicenda di Giuseppe d’Arimatea e del suo presunto viaggio, intrapreso, alla morte di Cristo, alla volta dell’Inghilterra, per portare in quelle terre il calice utilizzato nel corso dell’Ultima Cena. E’ probabilmente questo il racconto che ha aperto la via alla grande avventura letteraria della ricerca del Graal, tanto cara  a Wagner, a Scott e ai preraffaelliti dell’Ottocento.

Ma ancora oggi questa antica leggenda appare attuale: ne è testimonianza il fatto che siano tuttora molta le comunità a vantare animatamente il possesso di questa reliquia. Se già i pellegrini dell’Alto Medio Evo segnalavano la presenza del calice dell’Ultima Cena nella chiesa della Resurrezione di Gerusalemme, la collocazione dell’oggetto si fa molto più incerta a partire dagli anni immediatamente successivi alla prima crociata. Fu proprio inIl Sacro Catino di Cesarea, conservato nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova quel momento, infatti, che diverse chiese europee presero a dichiarare di possedere il prezioso oggetto: è il caso, ad esempio, della cattedrale di Valencia, nella quale è ancora conservata una coppa dorata che la tradizione identifica come il calice dell’Ultima Cena, appunto. Ma i curiosi che volessero ammirare un altro presunto Graal non dovrebbero fare poi troppa strada: nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova è infatti conservato il “Sacro Catino di Cesarea”: un piatto vitreo, di forma esagonale, che la tradizione vuole essere stato portato a Genova da alcuni marinai di ritorno dalla Palestina. E, naturalmente, anche in questo caso sono state molte le voci a levarsi per identificare questo Catino con il leggendario recipiente utilizzato da Cristo, e tanto cercato nel corso dei secoli.

Insomma: esistono addirittura collocazioni diverse per una reliquia che di per se stessa ha dato il via a diversissime leggende e teorie. Basti pensare che c’è chi, nel corso degli anni, ha identificato il Graal con un meteorite caduto sulla Terra, un gioiello precipitato dal cielo assieme a Lucifero, un archetipo dell’inconscio, un libro scritto dal Cristo stesso, la Sacra Sindone addirittura, e persino un antico simbolo di fertilità: per non parlare poi delle tesi che stanno ottenendo tanto successo, ultimamente, nelle nostre librerie e nei nostri cinema. Una vera e propria babele di diverse opinioni, insomma, per lo più assurde e senza il benché minimo fondamento. Ancora oggi, a distanza di secoli dalla sua prima apparizione nel mondo letterario, questa misteriosa reliquia fa parlare di sé, destando un interesse e una curiosità  - e, diciamolo, una confusione - tali da aver portato qualcuno ad affermare, acutamente: “Che cosa sia il Graal, si sa: è qualcosa di cui non si sa né cosa sia, né se ci sia”.


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domenica, 28 maggio 2006

E' normale parlar di Natale a giugno?

 

Sono belle le sorprese dell’ultimo momento.
Avranno probabilmente pensato così, tutti i compagni di classe che hanno scoperto l’altroieri mattina, a distanza di una manciata d’ore da un diciottesimo al quale erano stati invitati, che i balli previsti non erano propriamente quelli da discoteca. E già lì, il dubbio sorge: è normale essere convinti di dimenarsi mezzi nudi su un cubo fra luci psichedeliche, ad una festa elegante alla quale ci si deve presentare in abito scuro?
A mio modo di vedere, no, ma tant’è: e così, è stata con loro somma gioia che, tre giorni fa, la festeggiata li ha guardati ed ha esclamato: “Oh, ragazzi, non facciamo scherzi, per stasera… come si balla il valzer lo sapete tutti, vero?”.
Panico.
 
Panico, terrore, presentimenti di incancellabili figuracce, e quindi, nell’arco di una mezz’ora, tutta la classe si stringe disperata attorno alla sottoscritta, implorando: “Lucy, tu studiavi danza, insegnaci a ballare!”.
E sia: insegniamo. E armiamoci di pazienza, ché qui persino le ragazze sono rigide come dei pezzi di legno e paiono totalmente incapaci di ballare qualcosa di diverso dalla macarena…ma, si sa, la speranza è sempre l’ultima a morire…
 
E così, fra giri di valzer e lezioni teoriche (“No, non ci siamo capiti: ti sembrerà strano, ma la mano la devi appoggiare delicatamente sulla vita della compagna, non usarla per palparle il sedere”), passa il tempo, aumenta il male al piede, e ti invadono i bei ricordi di quando, non ancora zoppa, ballavi ancora. E senza limitarti ai valzer… che, per carità, tanto carini e affascinanti, ma son anche noiosi…
 
E ne avresti tante, di cose di raccontare sulla danza. A partire dalla tua prima lezione –  seguita alla tenera età di quattro anni e mezzo ma che ancora ricordi come se fosse ieri – per arrivare al tuo primo spettacolo: una divertente Coppellia che aveva avuto luogo in uno dei più famosi teatri della città, mica pizza e fichi!
Potresti raccontare dell’emozione di ballare nella terribile sala prove del Teatro Regio, un luogo infernale che meriterebbe, e forse un giorno riceverà, un post tutto per sé; o potresti accennare alla bellezza dei balli di gruppo medievali, o alla  passione per le deliziose danze di carattere: body viola, gonna a ruota, scarpe col tacco, e tanto divertimento. Potresti eleggere, come ricordo più bello della tua breve “carriera” da ballerina, il tutù lungo con le scarpette a punta, o una splendida danza su musiche del Settecento con tanto di mascherina. O, perché no?, anche una improvvisazione in piazza, in un gioco con altre scuole di danza sotto lo sguardo incuriosito dei passanti.
 
Ma, ripensando a tutte le tue esperienze da ballerina, ti rendi conto che tutto – ma proprio tutto – questo scompare, davanti ad una attività che, all’inizio, tu avevi maledetto dal più profondo del tuo cuore, unita a tutte le tue compagne di corso.
Sì, perché quando, a metà novembre, la tua insegnante arriva nella sala prove e ti informa che presto andrete a fare un balletto in un ospedale, la domanda che sorge spontanea è una: “Ma ci è o ci fa?”.
 
I pensieri sono pochi, e comuni a tutte: ma che ci andiamo a fare, in un ospedale?
Da quando in qua gli ospedali sono dotati di un teatro, con palcoscenico ed una adatta acustica?
Ma poi, scusa, cosa caspita ci andiamo a fare, in un ospedale? Chi ci guarda? Vorranno mica che ci si metta a piroettare per le corsie come delle sceme, magari in dolce compagnia di qualche clown stile Patch Addams?
No, deve essere uno scherzo: figuriamoci, ballare in ospedale… ah, che simpatica burlona, la nostra insegnante…
 
Decisamente è tutto uno scherzo, uno scherzo colossale nel quale, però, noi, che siamo intelligenti ed astute, non cadiamo. Il sospetto diventa una vera e propria convinzione, quando l’insegnante ci comunica la data del nostro spettacolo: ma ti pare che ci sia qualcuno sano di mente in grado di poter seriamente pensare di organizzare uno spettacolo, in un ospedale, nella sera della Vigilia di Natale? Ma non scherziamo!
 
Le insegnanti iniziano le prove, preparano le coreografie, scelgono i costumi; noi, dal canto nostro, le guardiamo scuotendo il capo, divertite, come a dire: “Ah! Grulle! E continuano a pensare che noi ci siamo cascate!”.

In effetti, lo scherzo è stato così ben congeniato che, dopo un mese e mezzo di prove , la sera del 24 dicembre ci troviamo, con una faccia da funerale ed istinti suicidi per non dire omicidi, all’ingresso del grande ospedale pediatrico della nostra città.

Nevica, di fuori, e le luci natalizie illuminano la città donandole un aspetto magico, di festa. Ovunque, intere famiglie sono riunite sotto l’albero di Natale per aspettare assieme la mezzanotte fra allegre carole natalizie, e noi come delle deficienti facciamo stretching in una sala d’attesa di un ospedale. Senza nemmeno aver potuto fare il cenone!, come fa notare piccata una ragazza di bocca buona: non c’era tempo, e poi mica puoi ballare con panettoni e intigoli grassi e unti nello stomaco.

Quando arriviamo in quello che dovrebbe essere il nostro palcoscenico – ovvero, l’aula magna dell’ospedale – ci vien da piangere. Già, perché l’aula magna ha, come credo tutte le aule magne, un grande, enorme tavolo nel bel mezzo della sala… ottima cosa per una aula magna, non dico mica, ma pessima per uno pseudo palcoscenico. Anche perché noi, non a conoscenza dell’esistenza di questo tavolone, avevamo studiato le coreografie senza, naturalmente, calcolarlo… insomma: un disastro annunciato.

Quando, chiuse in una stanzetta impropriamente adibita a camerino, sentiamo bussare alla porta, alziamo tutte lo sguardo, convinte che si tratti della nostra insegnante. E gioiamo, perché finalmente avremo l’occasione di insultarla a dovere: va bene che a Natale sono tutti più buoni, ma quando ci vuole ci vuole…

Con nostra grande delusione, però, aperta la porta non vediamo davanti a noi l’insegnante, bensì una bambina. Una bambina pallida, due grandi occhiaie, tenuta per mano da una signora che, l’aria stanca e imbarazzata, ci guarda e si scusa: “Mi spiace, è che la bambina ci teneva tanto a vedervi, insisteva…”. E mentre lei dice queste parole, la piccola, divincolatasi dalla sua presa, corre verso di noi, fissandoci con due occhioni che le brillano per l’emozione. “Le ballerine, mamma, guarda le ballerine! Che belle! Sono come le fatine delle fiabe!”.
E noi ci lanciamo una occhiata incerta, sentendo i nostri propositi omicidi diventare, improvvisamente e preoccupantemente, molto più deboli.

Mentre, poco prima di entrare in scena ormai, da dietro una porta socchiusa origliamo per osservare il pubblico dell’aula magna, gli occhi si spalancano, sopresi. “Ma guarda quanta gente! E’ pieno!”.
E in effetti è proprio pieno: bambini cardiopatici, non in grado di lasciare l’ospedale nemmeno per le feste Natalizie, che si stringono ai genitori, ai nonni, ai fratellini che, da casa, li hanno raggiunti. Un pubblico che avrebbe così tante altre cose a cui pensare, così tante altre cose da fare nel poco tempo a loro disposizione, e che invece fissa la scena, attento, in silenziosa attesa dell’inizio dello spettacolo.

Un pubblico che ride durante i balletti più divertenti, ispirati alle favole della Disney, e un pubblico che applaude, sincero, al termine del lungo spettacolo. E, chissà come, alla vista di tutte quelle faccine attente, l’arrabbiatura ti passa, e sei quasi contenta – eresia! – di essere lì, in quel momento, con loro.

Al termine dello spettacolo, quando alcuni medici vengono a complimentarsi e a ringraziare, ancora un paio di bimbi, accompagnati da fratellini e genitori, ci raggiungono di corsa, affascinati da quei tutù vaporosi che, chissà, magari veramente ricordano i vestitini delle fate.

E quando, poi, ti viene portata una cesta di doni, con l’invito a passare fra il pubblico e consegnarne uno ad ogni bambino… è la tua apoteosi. Manine che si tendono verso i pacchettini, occhietti che ti fissano, sguardi che sorridono, vocine che, già stanche ma ancora felici, ringraziano.

E quando alla fine esci dall’ospedale, con i “grazie” dei genitori ancora nelle orecchie, un regalino anche per te nella sacca dei costumi, tanti sorrisi nel cuore e nel volto e, fra l’altro, un orologio che ti informa che non è ancora così tardi, che c’è ancora tutto il tempo per attendere sotto l’albero l’arrivo della mezzanotte di Natale… ti rendi conto che, in fin dei conti, forse quell’aula magna con tavolone era davvero il più bel palcoscenico su cui tu avessi mai ballato.



Che poi, in fin dei conti, il valzer, all'inizio, era considerato nè più nè meno come le più allusive e sensuali danze da discoteca dei giorni nostri. Se in Svezia e Svizzera il valzer era stato proibito, se il pianista Daniel Steiblet intitolava i suoi valzer con il titolo Baccanali, che di per sé è già tutto in programma, e se in Germania giravano opuscoletti atti a dimostrare che il valzer era la causa dell'infiacchimento morale dei giovani... un motivo ci sarà.

Chissà, magari non è nemmeno una eresia, se poi, i miei compagni di classe, si sono limitati a dimenarsi a ritmo di musica mettendo le mani sul sedere della prima che capitava.

Domani chiederò.


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giovedì, 18 maggio 2006

Post tragicomico. Più comico che tragico direi.

 

Allora. Dunque. Io ho un corpo.
E fin lì suppongo che nessuno di voi lettori sarà stupito alla notizia: in ogni caso, comunque, sì, ho un corpo. Un corpo che non sarà troppo alto, e non sarà nemmeno particolarmente in carne, va beh, però è il mio corpicino. E occupa, insomma, il suo spazio nell'ambiente circostante, voglio dire.

Oltre ad avere un corpo, io ho un pezzettino di corpo molto, molto, molto delicato. Un piccolo rombo di pelle dalle dimensioni di circa 1,8 per 1 centimetro. L'ho misurato apposta, adesso, col righello. Una piccola parte, insomma. Una piccola parte che a causa di una brutta ustione di anni fa mi fa ancora molto male, ed è molto delicata. Per la minima cosa, fa male. Tant'è vero che, essendo sul collo del piede, mi costringe a non indossare mai calzini spessi o scarpe troppo "accollate" (non mi vedrete mai in stivali o scarpe da ginnastica, insomma), se no mi fa sentire subito un forte dolore.

Ma, insomma, è un quadratino di dimesioni 1,8*1 cm. Una inezia rispetto alla superficie totale del mio corpo, voglio dire.

Ebbene, dov'è che, stamattina, sbattendo inavvertitamente contro un'anta di un armadio lasciato aperto, mi spelo? Sul microscopico pezzettino di pelle che mi fa vedere i sorci verdi già solo se schiacciato leggermente da un calzino: mi pare ovvio.

Non è nemmeno un taglio che parte da un certo punto, finisce in un altro, e casualmente passa anche sopra il pezzettino a suo tempo ustionato, ché allora uno direbbe "Va beh, son sfortunato, ho una sfortuna nera, capita".

No no: mi sono spelata, con tanto di sanguinamento e pelle portata via, solo ed esclusivamente su quel centimetro quadrato di pelle che è delicatissimo. Ed ora impiego un quarto d'ora di orologio per zoppicare dal salotto alla camera da letto di casa mia (distanza prevista: l'attraversamento della piccola entrata), con sfitte che  - seriamente - penso potrebbero fare invidia a un ferito grave.

Per uno spelone.

No, non ditemi che sono sfortunata. Non rende bene l'idea, temo.

E... no, non compatitemi: ridete pure. Il medico dal quale sono andata stamattina, dopo aver ascoltato la dinamica dell'incidente che mi ha fatto così male, mi è scoppiato a ridere in faccia, ed io mi son messa a ridere con lui.

Perché, sì, voglio dire, ora non riesco a camminare per via di una piccola spelatura al piede: è incredibilmente ridicolo, lo so.

Ahio, però: è anche doloroso


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sabato, 13 maggio 2006

Quando si ha tanto tempo libero...

 

La sento parlare mentre, stanca, solleva lo sguardo dal quaderno di Algebra sul quale era inutilmente chinata. “Che palle, per domani c’è Greco da preparare e io questo pomeriggio devo organizzare la mia festa, come faccio a studiare?”.
“Festa?”. Le lancio una occhiata vagamente curiosa, accantonando a mia volta, per un attimo, l’idea di scendere a patti con un logaritmo che proprio non ne vuol sapere di venire.
“Sì, il mio diciottesimo” annuisce con un gran sorrisone lei, che chiaramente non chiedeva altro se non di poter illustrare a qualcuno i suoi progetti. “Abbiamo fissato per oggi l’appuntamento col catering, che mi organizza tutto: buffet, sedie, tavoli, tovaglie, bicchieri, fa tutto lui. Solo che voglio esserci anch’io, non voglio lasciar decidere tutto ai miei genitori: ne ho già incontrati due, di catering, prima, ma il servizio non mi soddisfaceva, quindi voglio essere proprio sicura che questo vada bene, ormai manca poco”.
“Scusa…” la squadro per qualche secondo, le sopracciglia sollevate, in un silenzio esitante: “ma tu gli anni non li compi a settembre?”.
“Sì, esatto. Il quindici settembre. Faccio la festa proprio il quindici: mi va bene che è venerdì, così il giorno dopo non c’è scuola e si può dormire”. E sorride ancora, soddisfatta, riprendendo in mano la biro per ricontrollare il suo esercizio.
Dal canto mio sbatto le palpebre per un paio di volte, lanciando una occhiata veloce al calendario. Okay, non ho le allucinazioni io: siamo proprio in primavera.
“Scusa…” chiedo ancora, piano, esitante. “Tu fai la festa al quindici settembre e hai fretta di incontrare il catering adesso?”. Tralascio il mio sconcerto all’idea di una ragazzina che si fa portare da un catering le posate per la festa di compleanno, tanto lì non c’è da discutere, e ricomincio: “Voglio dire, c’è tutta l’estate in mezzo, ne hai di tempo…”.
Lei mi guarda uno sguardo totalmente sconcertato, lasciandosi cadere di mano la penna. E lo esclama ad alta voce, il suo “Ma sei pazza?”. Incurante di aver attirato lo sguardo di tutti gli altri ragazzi nella stanza, prosegue: “D’estate, a giugno luglio agosto, non c’è nessuno, sono tutti in vacanza, le agenzie sono chiuse, e poi quando li do gli inviti, io? Anzi, devo chiamare la tipografia, perché se non si decide a stamparmeli in fretta poi la gente parte: entro la prima settimana di giugno io devo aver fatto assolutamente tutto, ecco!”.
“Distribuisci a giugno gli inviti per una festa a metà settembre?” chiedo debolmente, mentre una terza ragazza interviene: “Beh, Lucia, guarda che ha ragione. Io ho già ricevuto inviti per feste a fine ottobre, non è così strano. Con tutta l’estate di mezzo… e poi, anche per gli invitati, ci deve essere un po’ di tempo, scusa… per decidere come vestirsi, per provare l’abito, scegliere le scarpe, la borsa e la pettinatura…ha ragione, sai”. E stringe le spalle, con il tono di chi compie una pacata e ovvia osservazione.

E allora io mi trovo a ripensare alle feste per i diciott’anni che alcuni ragazzi hanno già fatto. E ripenso anche al sorriso che mi aveva strappato, un elegantissimo biglietto nel quale venivo ufficialmente invitata, dal Signore e dalla Signora TalDeiTali, alla “festa in onore della loro figlia Roberta”, mia compagna di classe con la quale scambio a malapena, quando capita, qualche parola fra i banchi di scuola, e nulla di più. Ripenso alla faccia sconcertata di mia mamma quando, visto l’invito, aveva letto l’indicazione di presentarsi con cravatta nera, o quando, girando il biglietto, era stata informata dell’esistenza di un pratico servizio di navetta che avrebbe condotto al luogo dei festeggiamenti. Un pullman privato affittato dalla famiglia della festeggiata: eh sì, perché la festa si sarebbe tenuta in una villa molto lussuosa ma anche molto al di fuori del centro cittadino, pressoché irraggiungibile con i mezzi pubblici e senza lo scomodare fino a tarda notte genitori-autisti.

Penso ad un’altra ragazza che era arrivata a interpellare la sua professoressa di liceo con queste motivazioni: “Professoressa, lei per il 30 maggio ha fissato una verifica, solo che io il 29 ho il diciottesimo, viene quasi tutta la classe, e quindi il 30 saremo tutti stanchissimi, non avremo dormito la notte… non è che può spostare la verifica alla lezione dopo?”.
E la professoressa, senza nemmeno un attimo di esitazione, correggeva la data della verifica sul registro: perché come si fa, come si fa ad ostacolare i grandiosi festeggiamenti di un diciottesimo?

Guardo i futuri diciottenni e li vedo tutti presi a fare il conto alla rovescia per il loro compleanno. La maturità, la possibilità di votare, la patente, l’ingresso ufficiale nell’età adulta! E poi i genitori ci daranno più libertà, ormai siamo maggiorenni che diamine, e possiamo andare via di casa quando vogliamo, che bello, evviva, non resisto, diciott’anni, come invidio quelli che hanno già diciott’anni! E poi… il diciottesimo, ragazzi, il diciottesimo! Ma ci pensate al nostro diciottesimo?
E al solo sentir nominare quella magica parola, i loro occhi si illuminano, specchio di una mente persa in un mare di fantasie su festeggiamenti principeschi e brindisi fino a notte fonda.

Okay, forse, io, a suo tempo, ho avuto dei motivi validi per non sognare festeggiamenti grandiosi per i miei diciott’anni. Da qualche tempo a questa parte la data del mio compleanno è foriera di brutti ricordi, quindi avevo, forse, i miei buoni motivi per non aver voglia di festeggiare in quel preciso giorno.
Ma, in ogni caso, proprio non riesco a capire e a far mio tutto questo entusiasmo per i diciott’anni. Voglio dire, e che ti cambia? Spero bene che nessun genitore cambi di punto in bianco le regole di comportamento imposte a suo figlio, solamente perché il ragazzo è entrato nel suo diciottesimo anno d’età. E non riesco proprio a vedere – nemmeno sforzandomi – alcun vantaggio pratico nell’arrivo della maggiore età, per quanto riguarda la vita di un ragazzino che sicuramente resterà in famiglia fino al termine del liceo e probabilmente anche dell’Università.

L’entusiasmo e l’ansia con i quali ho atteso i miei diciott’anni sono stati tali che il mio migliore amico si è completamente dimenticato della data del mio compleanno (anzi, a pensarci bene dubito che tutt’ora abbia fatto caso alla sua dimenticanza… e del resto, perché avrebbe dovuto, insomma?), che i miei genitori non mi hanno fatto alcun regalo, e che neppure la maggioranza dei miei parenti si è prodigata, grazie al cielo, nel riempirmi di doni e di soldi.
E il mio diciottesimo compleanno è trascorso in modo totalmente quotidiano, fra scuola, esercizi a casa, ripetizioni di Italiano date gratuitamente a un ragazzino e a letto presto ché ero stanca. E tanto bene che son stata, voglio dire!

Ecco, io ripenso al mio compleanno e penso alla festa sontuosa che quell’altra ragazza sta organizzando, fra posate, tovaglie, inviti e decorazioni floreali procurate dal catering. Con la speranza che il terzo organizzato soddisfi le sue aspettative, se no a settembre è ancora lì a cercare. Ripenso al caos che era scoppiato quando un mio compagno di classe, invitato ad una festa alla quale bisognava “presentarsi con cravatta nera”, aveva in animo di vestirsi con un semplice paio di pantaloni scuri ed una giacca, non avendo nel suo guardaroba completi più eleganti. E c’è mancato poco che la festeggiata non lo insultasse: che diamine, era il suo diciottesimo, lei voleva la festa elegante, e allora tutti andavano vestiti come diceva lei, oppure potevano anche non presentarsi!

Raccontavo di questa furibonda lite, qualche tempo fa, a una ragazzina che talvolta sento, e che era rimasta sconvolta nell’ascoltare le mie parole. Lei aveva come attenuante, però, il fatto di non essere assolutamente abituata ad un simile genere di festeggiamenti. Per lei era una cosa totalmente fuori dal mondo, l’idea che una ragazza volesse festeggiare il suo compleanno in un galà stretto nei lacci del galateo, piuttosto che in un party, magari in discoteca, in cui ridere e scherzare in tutta libertà.

Io, in realtà, questo aspetto ad esser sinceri già lo conoscevo, ed immaginavo anche le feste eleganti tanto sognate dai miei coetanei. E, per carità, molto meglio una festa elegante che una simil-orgia in discoteca, non lo nego… però continuo a ripensare alla ragazza affannata alla disperata ricerca del catering che faccia per lei, e non riesco a far altro che scuotere la testa allibita.
Ogni tanto, pensando al mio futuro, sono stata io la prima ad ammettere che, forse, a causa di alcuni miei comportamenti, ripensando a quest’anni miei e a me stesso, potrei pentirmi, e persino, spesso, ma sconsolato, volgermi indietro.

Ma, santo cielo… davvero non riesco a concepire l’idea di poter rimpiangere il non aver dilapidato mezzo patrimonio per organizzare una festa alla quale invitare decine e decine di perfetti sconosciuti … sconosciuti, però con un buon nome. Una festa in cui non c’è nemmeno spazio per gli amici e i sentimenti veri, a giudicare da come tutto è organizzato. Dai regali (la ragazza del catering ha aperto una lista diciottesimo in una nota gioielleria. Tu vai lì, lasci i soldi, lasci un messaggio, alla fine lei passa a ritirare, vede chi le ha dato cosa, e poi si sceglie il regalo che vuole), agli inviti, agli abiti, alle sedie, alle decorazioni sulle forchette.


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