sabato, 23 luglio 2005

Contraddizioni in cucina

 

Ieri, come tutte le settimane, mio padre è passato in macelleria a prendere carne e affettati. Così se ne è tornato a casa con un bel pacchetto di affettati nel quale si trovava, fra le altre cose, anche un po' di lingua. Non mi ricordo l'avesse mai presa, prima; fatto sta che, comunque, quando mi son vista 'ste fette di lingua nel piatto, mi han fatto senso. Forse era perché si vedeva chiaramente che era una lingua, aveva la forma di una lingua e così via, non so... ma mi ha fatto senso.

Me la son mangiata, per carità, ma mentre la masticavo, la cosa mi faceva ancora più senso di prima.

Poi ci ho pensato un po' su, mangiando una fetta di prosciutto, e sono giunta alla conclusione che l'idea di mangiare pezzi di sedere di maiali non mi crea assolutamente nessun problema; l'idea di mangiare pezzi di lingua, invece, sì.

A questo punto mi sorge il dubbio di essere un po' scema


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mercoledì, 20 luglio 2005

Storia del Trecento - Da banchieri a falsari

 

Questa mattina, stavo studiando un po' di Storia del Trecento, e in particolare le vicende della Compagnia de' Bardi, una delle compagnie mercantili e finanziare più potenti d'Europa alla fine del Duecento. E studiando, mi sono imbattuta in una vicenda curiosa, che forse non molti conoscono.

Nel 1338, la Compagnia dei Bardi (famosissima banca per la quale aveva lavorato anche il padre di Boccaccio, per la cronaca) si era ritrovata a prestare somme enormi al re inglese Edoardo III. Il Re le doveva oltre 125000 sterline: una somma veramente enorme. Sfortunatamente, Edoardo III dichiarò bancarotta, rifiutando di saldare i suoi debiti con la banca, che iniziò quindi a trovarsi in condizioni finanziarie decisamente difficili. Infatti, nel 1346, fallì.

Ma è bel 1345 che si svolge la storia che mi ha colpita: storia che vede protagonisti tre membri della famiglia dei Bardi, Sozzo, Aghinolfo e Rubecchio di Lapaccio. Questi tre signori - i cui nomi, direi, sono già tutto un programma - per fronteggiare la crisi economica hanno una trovata decisamente originale: crearsi monete false. Il rischio di cattura era altissimo, la pena per falsificazione di moneta era generalmente la morte al rogo, il guadagno non sarebbe stato comunque favoloso, l'operazione richiedeva un gran numero di persone, ma a questo i tre parenti non sembravano aver pensato: prendono la loro decisione, e decidono di trasformarsi da banchieri in falsari.
Come laboratorio per le loro coniazioni, dopo qualche riflessione, scelgono niente meno che... la cima di un monte. Calcolando che generalmente il luogo preferito dai falsari erano le segrete dei castelli, dove fumi, rumori e operazioni di amalgama non potevano essere notati, la scelta di lavorare sul cucuzzolo di una montagna è, decisamente, quantomeno originale. Eppure, i tre scelgono appunto il cucuzzolo di un monte, messo a loro disposizione da un tal messere Bastardo de Manzano, al quale loro raccontano di voler portare le mucche al pascolo, su quel territorio.

Il problema è che, al posto delle mucche, i tre portano in montagna, ogni giorno, decine e decine di sacchi e attrezzi di vario tipo: cosa che insospettisce gli altri contadini, che in poco tempo scoprono la loro attività criminale.

I processi che seguono, portano alla condanna di pochi individui: Sozzo, Rubecchio e Aghinolfo riescono, invece, a scappare. Nel 1350, addirittura, Sozzo riesce ad ottenere la revoca di tutte le accuse pendenti su di lui, in cambio di un po' di denaro. Ma la storia non finisce qui, anzi!

"Si è portati a ritenere", leggo sul mio libro, "che un uomo con un po' di sale in zucca, dopo tutto quello che era successo, se ne stesse cheto e tranquillo cercando di farsi dimenticare. Macché". Infatti, non appena ottenuta la regolarizzazione della sua posizione, Sozzo si lancia in un nuovo genere di affari: taglia la strada tra Firenze e Bologna, e apre in valico alternativo, che i viandanti erano, a quel punto, costretti a percorrere. E così, Sozzo ha modo di attaccare e derubare comodamente tutti i viaggiatori, prendoli alle spalle ed approppriandosi di tutti i loro beni.

Alla fine, Sozzo fu finalmente condannato, qualcuno si chiederà? Macché, anzi. Nel 1362 divenne addirittura inviato della Repubblica, condizione nella quale morì, anni dopo, senza aver mai pagato per le sue colpe, anzi.

Ora ditemi che non sembra la classica storia da film comico-poliziesco, con i delinquenti un po' scemotti che riescono, però, sempre e comunque a salvarsi...


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giovedì, 14 luglio 2005

Dopo aver letto "L'ultimo crociato"

 

Don Juan d'AustriaIeri mattina ho finito di leggere L'ultimo crociato, bel romanzo storico di Louis de Wohl, incentrato sulla figura di Juan d'Austria (1545 - 1578), figlio illegittimo dell'imperatore Carlo V. Bello bello: e proprio per quello ieri mattina mi ero ripromessa di scrivere qualcosina su questo "voluminoso e intrigante romanzo", parlare bene di questa opera "abitata da personaggi che furono davvero protagonisti di una drammatica ed esaltante vicenda, culminante nella battaglia di Lepanto" (e cito, fra virgolette, le parole di Davide Rondoni dell'introduzione al romanzo).

Leggendo i capitoli dedicati alla battaglia di Lepanto, appunto, nella quale Don Juan ha combattuto e ha vinto, pensavo soprattutto a una cosa. Generalmente, quando mi trovo a dover leggere descrizioni di guerre o battaglie, mi annoio dopo cinque minuti: ricordo ancora dei lunghissimi capitoli del Signore degli Anelli così pieni di lotte, guerre e nemici ammazzati che, a un certo punto, la tentazione di saltarli e andare avanati ce la avevo veramente avuta.
Ieri mattina, leggendo i capitoli sulla battaglia di Lepanto ("descritta senza fare tanti complimenti", scrive, a ragione, Rondoni), invece, mi sentivo veramente coinvolta e presa dalla narrazione. Ergo, i casi sono due: o i miei gusti sono cambiati - ma non direi proprio - o De Wohl sa scrivere benissimo veramente.

Un bel romanzo, sì, appassionante, ben scritto e coinvolgente. A tutti quelli che amano i romanzi storici lo consiglio caldamente, così come anche La liberazione del gigante, dello stesso autore, incentrato, stavolta, su Tommaso D'Aquino e Federico II. Bei libri, sono anche in edizione economica, vale la pena di leggerli se piace il genere.

In compenso, ieri pomeriggio mi sono anche letta la postfazione di Enrique García Hernán, ricercatore di Storia della Chiesa presso l'Istituto di Storia del Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de Madrid. Nella postfazione, questo signore dava maggiori informazioni sulla vita di Juan d'Austria e degli altri personaggi citati nel romanzo, aggiungendo anche qualche notizia su quella che è stata la vita del protagonista dopo la sua vittoria a Lepanto, evento col quale si conclude la narrazione del romanzo. Perfetto.

Già spiace sinceramente, al lettore, sapere che dopo questo evento vittorioso, la fortuna del protagonista man mano ha iniziato a declinare, tanto che suo fratello, il Re, lo considerava un traditore. Insomma, leggi tutte le sue avventure, ti affezioni un minimo a questo persoaggio... spiace, un po', ma va beh, è anche giusto sapere come è poi andata finire la storia.

Inizi a essere un po' sconcertata quando scopri che il Re di Spagna, alla morte del fratellastro, ne ha fatto riportare in patria il cadavere... di nascosto. "Per questo motivo" si legge nella postfazione, "a Namur, fu necessario dividere il corpo di don Giovanni in tre parti, 'tagliando la principale al termine della spina dorsale, e l'altra alle ginocchia'. I tre pezzi furono messi in un baule con vari attrezzi, per far credere che si trattasse solo di bagagli".
Sigh... ma insomma, povero Juan, mi spiace!

Lo sconcerto comunque ha raggiunto il massimo quando sono venuta a sapere quella che è stata la causa della sua (prematura) morte. Insomma... a quanto pare, il bel giovane amato e ammirato da tutti, il valoroso condottiero senza macchia e senza paura, il Generalissimo, l'eroico vincitore della battaglia che ha segnato il futuro dell'Europa... è morto, molto probabilmente... dissanguato, come conseguenza di una incisione mal riuscita ad una emorroide.

Ma insomma!
Certe cose, nelle postfazioni, forse non bisognerebbe scriverle
Povero, povero, povero Juan...


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sabato, 09 luglio 2005

Ossantapolenta... Giovanna D'Arco?

 

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Assomigli a Giovanna D'Arco! Hai un'incrollabile fede nei tuoi principi, e da

essi trai la forza per andare avanti. Non si
parla necessariamente di fede religiosa, ma di
fede in senso lato. La tua tenacia e'
ammirevole, e riesce ad affascinare gli altri,
anche se - a lungo andare - non ti permette di
essere obiettivo. Il rischio, quindi, e' di
perdere di vista la giusta misura.




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sabato, 02 luglio 2005

Mi racconta la Referrer List

 

Mi racconta la Referrer List che sono arrivate qui un mucchio di persone cercando informazioni sul Torino in serie A. Dubito che il mio post possa essere di grande aiuto: in compenso, penso che potrebbero trovare maggiori informazioni in un sito come questo (che io, per inciso, non ho mai visitato, ma pare essere  "il primo sito dedicato al Torino Calcio e ai suoi tifosi": sicuramente è più utile del blog di una che a stento distingue un pallone da calcio da una pallina da ping-pong).

Mi racconta la Referrer List che è arrivato/a un qui uno/a signore/a che cercava, cito testualmente, "disegni di persone che fanno la pipì". A parte la domanda che mi nasce spontanea dal cuore ("Ma che razza di cose va a cercare la gente su Internet?")... ehm, no, mi spiace, non ho disegni di persone che fanno la pipì.

In compenso mi racconta la Referrer List che vagonate e vagonate di persone giungono qui cercando informazioni sull'interpretazione data da Freud al racconto Der Sandmann di Hoffman. O santa polenta.
A questo punto, a qualcuno dei miei tre o quattro visitatori abituali, interessa per caso conoscerla a grandi linee? No, perché, essendo anch'io incuriosita da questa storia, me la sono andata a cercare e l'ho trovata... se a qualcuno interessa, faccia un fischio :P


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Aggiornamento letture

 

Ho finito di leggermi Gabriella garofano e cannella. Beh, alla fine non è nemmeno brutto, per carità.
Stamattina ho iniziato piuttosto svogliatamente Saggezza greca e paradosso cristiano di Moeller, ma mi sono dovuta subito ricredere: sarà pure un saggio, ma io lo trovo veramente interessantissimo.

Intanto i libri da leggere continuano a fioccare, ma non sono ancora finiti tutti, e i commessi delle varie librerie nelle quali mi presento (sì, perché ce ne sono alcuni di case editrici così strane e piccole che sto girando mezza città per trovare qualche libreria che le tratti) mi guardano allucinati con l'aria di chiedersi "Ma chi è 'sta pazza che si cerca 'sti libri?".

E intanto io leggo, che devo fare?


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