giovedì, 09 luglio 2009

E se...?

 

E se vi dicessi che ho dato l’ultimo esame dell’anno accademico, che sono ufficialmente in vacanza, che mi sono trasferita al mare con armi e bagagli, che ci resterò fino al 29 settembre, e che sto trascurando questo blog perché sono troppo impegnata divertirmi sulla spiaggia da mane a sera?







(Non è vero niente: sono chiusa in una casa vuota a impazzire su un odiosissimo saggio che devo scrivere per uno stupido esame, e che sta mio malgrado raggiungendo la mole di una balenottera azzurra senza che io possa fare niente per impedirglielo. Passo le mie giornate a stramaledire il professore che mi ha assegnato ‘sto lavoro e me stessa che sono stata così stupida da accettarlo, e per questo motivo il blog sarà aggiornato sporadicamente ancora per un po’ di tempo o forse per l’eternità, nel senso che è la volta buona che commetto un gesto inconsulto e mi sgozzo a randellate.

Però non si sa mai. Magari ci cascate, e credete alla storia che sono in vacanza - così riesco a darmi un po’ di tono).


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domenica, 05 luglio 2009

Lettera aperta alla Regina delle Vespe

 

Care vespe maledette, che pullulate in questo borgo invivibile di una città infernale che ha nome “Pavia”,
vi prego,
parliamone.
Vi ricordate di me? Sono Lucia. La povera disgraziata che abita in quella casa che avete preso d’assalto.

Care vespe,
ve lo assicuro: non so quale sia il vostro problema.
Forse appartenete a una strana religione, che vi impone restrizioni alimentari di ogni sorta.
Forse siete delle vespe vegane, e invece di mangiare il polline vi mangiate la stoffa.
Forse siete degli OGM, o dei micro-robot pilotati da un nemico straniero, o dei piccoli alieni scesi sulla Terra per annientarci.
O forse avete solo un gran bisogno di cellulosa, perché la cellulosa, pare,  vi serve per costruirvi il nido.
Io sono sempre stata piuttosto tollerante con voi, dovete riconoscermelo: ho accettato i vostri bisogni, ho sopportato la vostra presenza, ho sorvolato sui vostri spuntini a base di carta stoffa e cellulosa ad ogni ora del giorno e della notte.
Sono stata una umana comprensiva, dovete ammetterlo. Ma non vorrei che aveste confuso in accondiscendenza la mia sconsolata arrendevolezza: proprio sul mio stramaledetto balcone dovete venire a ciucciarci stoffa, stupide idiotissime vespe mononeuroniche??

Mi avete fatto trovare un alveare sul balcone come regalo di benvenuto per il mio arrivo a Pavia. E io non vi ho detto niente. (Okay, vi ho ammazzate tutte, ma questa è un’altra storia).
Mi avete rosicchiato lo scatolone che tenevo sul balcone per la raccolta differenziata della carta.
E io non vi ho detto niente.

Mi avete rosicchiato anche la carta dentro lo scatolone, facendomi prendere un colpo quando l’ho sollevata per buttarla.
E io non vi ho detto niente.

Mi avete rosicchiato i fili per stendere il bucato: eravate persino comiche, lì tutte in fila sui fili.
E io non vi ho detto niente.

Mi avete rosicchiato il manico di legno della mia scopa, e mi avete fatto un enorme buco nella mia compianta tenda-quasi nuova – ché nessuno ci crede quando lo racconto, ma purtroppo è vero.
E io, ancora una volta, non vi ho detto niente.

Ho sopportato con pazienza la vostra dieta sregolata, i vostri disturbi alimentari, le vostre perversioni goderecce e la vostra sgradita presenza ronzante.
… ma le mie splendide lenzuola colorate, comprate ieri al primo giorno di saldi… quelle no.
Quelle, vespe stramaledettissime, non potevate proprio rosicchiarmele.


Avete oltrepassato il limite, maledettissimi cosi ronzanti.
Godetevi la vostra ultima notte di riposo, perché – ve lo assicuro – da domani, per voi, si scatenerà l’Inferno.






(Compatimenti, consigli pat-pat sulle spalle e suggerimenti su come procedere allo sterminio, sono  più che graditi.
Astenersi prego dalle crisi di risate isteriche, e dalla presa in giro senza ritegno).


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giovedì, 02 luglio 2009

Dall'album fotografico del PapĂ DiLucia

 

L'estate è arrivata, anche in montagna.



Anche in versione ingrandita, nel caso qualcuno volesse usarla come sfondo per il desktop.


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martedì, 30 giugno 2009

No, dico

 

Oggi, per la prima volta da parecchio tempo a questa parte, ho visitato il mio blog da un computer che non è il mio, e usando un browser che non è quello che utilizzo.
Ebbene, vorrei informare la blogosfera che il mio delizioso template estivo, così grazioso e carino per chi lo visualizzava con Firefox o Opera,



si trasformava in questo mostro orripilante per tutti gli utenti di Internet Explorer.



Considerando che l'85,45% dei miei lettori arriva su questo blog utilizzando Internet Explorer, e calcolando soprattutto che nel restante 14% vanno incluse anche le mie personalissime visite, devo dedurre che la maggior parte di voi abbia dovuto sopportare per settimane e settimane una grafica universalmente antiestetica, e anche un tantinello irritante.

E allora vi rivolgo una preghiera, miei pazientissimi lettori. Se un giorno vedete comparire sul mio blog una ciofeca inguardabile, con me che ci scrivo dentro tutta tranquilla gongolandomi per il nuovo aspetto di queste pagine...
No, dico: fatemi e fatevi un piacere.
Ditemelo.





(Per intanto, sono io a dirvi che, se con questo nuovo template doveste vedere la colonna dei post "sprofondare" nella colonna di sinistra, il problema è risolvibile: basta cancellare i cookies e i files temporanei).


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domenica, 28 giugno 2009

Ogni scarrafone...

 

Bella. Bellissima. Incantevole.
Deliziosa, tenera, adorabile, pacioccosa, caruccia, magica, indescrivibile, celestiale, splendida, carinissima, morbida, carezzevole, piccola, meravigliosa, toccante, commovente, cucciola, incredibile, aggraziata, un amore, emozionante.
Chiedi a un neo-papà di descriverti la figlioletta appena venuta al mondo, e lui ti risponderà sicuramente con uno degli aggettivi di cui sopra.

“Ma è bellissimo!! Auguriauguriauguri, un abbraccio forte a te e a tua moglie!”, ho strillato oggi al telefono, congratulandomi col mio amico che è appena diventato padre. “Ma dimmi, dimmi: com’è, la bambina?”.
Il mio amico ha taciuto, in una lunga pausa inquietante gravida di silenzio e di esitazione. “E’… pelosa”, mi ha detto alla fine, in tono un po’ incerto.

Per definire così la sua adorata primogenita appena venuta al mondo, immagino che il mio amico abbia generato qualcosa di molto simile a un orangotango.


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venerdì, 26 giugno 2009

Customer care: l'ultima frontiera

 

Io sono lì, nel reparto profumeria del centro commerciale, e mi faccio i fatti miei cercando un bagnoschiuma.
La commessa è accanto a me, inginocchiata per terra, e sta sistemando nell’espositore le tinture per capelli.
L’altra cliente è una signora anzianotta e un po’ bruttina, che sta vagando per tutto il reparto con un’aria confusa e incerta. Arrivata alla mia altezza, scorge dietro di me la commessa: e, speranzosa, le si avvicina.
“Mi scusi, signorina. Saprebbe indicarmi dove sono le creme depilatorie per…”.
“Per il volto?”, la interrompe la commessa molto cordialmente, sorridendole. “Sì, ha ragione, sono assieme ai trucchi: le trova in fondo, ultimo scaffale a destra”.
La signora sgrana gli occhi, e fissa la commessa con educata sorpresa. “Per il volto?” ripete incerta, senza capire.
La commessa sorride, incoraggiante. “Ma sì, per il volto. Così si toglie quei baffetti”.
Baffetti?”, ripete la signora, incredula.
“Ma sì, i baffetti”, soggiunge la commessa, affettuosamente. “La uso anch’io, sa, è veramente efficace”.
La signora è attonita. Sbigottita. Stupefatta.
Lancia un’occhiata allo specchio, si guarda ansiosamente, e poi fissa la commessa. “Ma perché, signorina?”, chiede affannosamente, con voce tremula. “Io la volevo per le gambe: ma lei mi sta dicendo che ho i baffetti??”.



(Una blogger di nome Lucyette, a venti centimentri di distanza, afferrò forsennatamente una grossa spugna colorata per fare finta di annusarla. E soffocare in essa le sue risate isteriche).


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giovedì, 25 giugno 2009

[Pillole di Storia torinese] La collera del Santo

 

Non è casuale, la data scelta per inaugurare la mia rubrica su Torino: ieri era il 24 giugno, festa di San Giovanni il Battista. E San Giovanni Battista, per chi non lo sapesse, è patrono dei sarti, dei cantanti, dei trovatelli, degli albergatori, dei fabbricanti di forbici, dei padrini, e di una considerevole quantità di altre cose e persone - fa cui c’è anche la città di Torino. Sì, insomma: a Torino, ieri sera, era festa; e nel mio piccolo, mi sembrava doveroso festeggiare, a distanza, la mia piccola patria.

Ebbene sì: il patrono di Torino, è San Giovanni il Battista.
E non San Massimo, come mi han detto più volte da quando vivo a Pavia: checché ne pensino i lombardi, il patrono di Torino è San Giovanni.
Il buon San Massimo, poveretto, deve accontentarsi della carica di protovescovo.

Essendo San Massimo una persona molto saggia e avveduta, sono convinta che se ne sarà fatto una ragione. Anche se – diciamolo esplicitamente – è del tutto immeritato il generale oblio in cui è caduto il nostro Santo: primo vescovo di Torino, ha guidato la diocesi attraverso le invasioni barbariche, e ci ha peraltro lasciato oltre duecento scritti, preziosissimi per ricostruire la quotidianità dell’epoca.
Se San Massimo fosse stato sepolto con tutti i crismi, e se la sua tomba fosse stata pubblicizzata un po’ di più dopo la sua morte, con tutta probabilità sarebbe stato lui, a diventare il Patrono. Invece i resti mortali del Santo giacciono da qualche parte in Piemonte senza che nessuno ne abbia notizia: e così, il culto popolare per nostro Vescovo non ha mai ricevuto l’input per svilupparsi.

Nel XIX secolo, hanno dedicato a San Massimo una chiesa di Torino, e la strada ad essa adiacente. In tempi molto più recenti, gli hanno intitolato pure una parrocchia, russa ortodossa.
Il che è tutto sommato una gran cosa, considerata la fama di cui godeva San Massimo nei secoli passati.
Una fama oserei dire inesistente.


Lo si capisce bene analizzando con piglio da storico la Vita di San Massimo, redatta a Torino sul principio del XII secolo. L’agiografo che l’ha composta, scriveva evidentemente con un intento principale: spingere la popolazione a una maggiore attenzione verso il Santo. Il cui culto, in quell’epoca, doveva lasciare quantomeno a desiderare.
La tesi dell’agiografo, da questo punto di vista, è semplice e inequivocabile: il buon cristiano deve rispettare i Santi, ma anche temerli. La loro giusta collera, infatti, può essere molto pericolosa.
San Massimo, a giudicare dagli scritti dell’agiografo, doveva essere un Santo particolarmente collerico.
E ne aveva anche tutte le ragioni, per inciso, povero diavolo.

San Massimo, poveretto, aveva commesso un solo sbaglio, in tutta la sua vita: e cioè morire.
Era morto malissimo, senza che nessuno gli conservasse il corpo a mo’ di reliquia.
Ed era morto d’estate, costringendo i suoi fedeli a andare a Messa in uno dei momenti più critici, per quanto riguarda il lavoro agricolo (o onoro San Massimo andando alle sue funzioni, o mi guadagno il pane mietendo il fieno per l’inverno).
E per di più, aveva avuto la jella impareggiabile di morire il 25 giugno, all’indomani della grande festa patronale. Cosicché tutti i Torinesi andavano a Messa il giorno prima, per San Giovanni, e ignoravano bellamente la funzione del 25.
Con questi presupposti, è francamente comprensibile che al buon Massimo – perdonatemi il linguaggio irrispettoso – girassero un po’ le scatole.

Sopporta oggi, sopporta domani, a un certo punto il nostro Massimo si era stufato di sopportare. E un bel giorno aveva proprio perso la pazienza, scagliandosi con tutta la sua collera contro quei contadini che, il 25 giugno, invece di onorarlo andavano a lavorare.
O almeno, così ci assicura il biografo.

Un primo contadino, radunato il fieno appena raccolto, se l’è visto disperdere da un turbine di vento.
Un secondo contadino, falciando i suoi campi, s’è mozzato una gamba con la falce ed è rimasto invalido.
Un terzo contadino, che lavorava tutto tranquillo, è stato preso in pieno da un fulmine manco fosse in un cartone di Will Coyote.
A un quarto contadino, il fieno si è rivelato impossibile da legare in fascio, nel giorno di San Massimo.
Un po’ meno peggio è andata al quinto sventurato, che si era ferito a una gamba tagliando la legna. Dopo due anni di atroci sofferenze, il contadino aveva evocato l’aiuto del Santo: e, proprio alla vigilia di quella festa che non aveva voluto rispettare, era stato guarito, miracolosamente.
Un sesto contadino, invece, aveva appena aggiogato i buoi al suo carro carico. E poi, senza alcuna ragione logica, aveva visto il carro prendere fuoco sotto ai suoi occhi, causando la completa perdita del bestiame, e del raccolto.

Molto prudentemente, e avendo evidentemente letto questa versione della Vita, nel 2004 il Vescovo di Torino ha preso in mano la situazione: e, ordinando un più ampio rifacimento dell’arredo liturgico, ha chiesto che sulla cattedra episcopale fosse rappresentato anche il protovescovo.
Che ora dovrebbe essere un po’ più contento, a rigor di logica.

Eppure… non so voi, ma secondo me la prudenza non è mai troppa. Fossi in voi, prenderei tutte le precauzioni del caso e lo festeggerei con entusiasmo e affetto, il buon San Massimo.
E allora cantiamo! Balliamo! Festeggiamo tutti assieme! Perché oggi è la festa di San Massimo!


In alternativa, se vi si fulmina il computer, poi non venite a dirmi che io non ve l’avevo detto.


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mercoledì, 24 giugno 2009

A Blog comes to Torino!

 

No: non ammetterò che ho trascorso a Torino solo dieci giorni negl’ultimi sei mesi, e che la cosa inizia a sfiancarmi.
Non confesserò che qualche giorno fa guardavo un programma di Maria De Filippi, in onda da Torino, solo per godere delle riprese di piazza San Carlo.
E men che meno scriverò che Torino, un po’, mi manca.


Ma soprattutto, nevicherà sulle colline dell’Inferno prima che io ammetta che non so più cosa scrivere.
Ultimamente, la mia giornata-tipo si snoda in: “pranzo”, “cena”, e “studio”. O vi racconto le cose che studio, tipo come si mandava una supplica al Papa nel Medio Evo, o mi invento qualcos’altro e alla svelta. E siccome non posso neanche appestarvi con un blog monotematico sulle vite dei Santi, ho pensato di mandarvi, tutti quanti, in vacanza.

Del resto la stagione è quella giusta, e la voglia immagino non manchi. E allora chiudete gli occhi, e iniziate a viaggiare con la fantasia: perché sta per cominciare, con una guida d’eccezione (?), la vostra vacanza. Nella città dell’arte e dei Santi, della televisione e della Fiat, di Nietzche e della neve, del cioccolato e della Sindone. Nella città del calcio, dei Savoia, dei primati, dell’unità d’Italia, di Nostradamus, dei faraoni, del Futurismo...
Sì, insomma. Restate con me, e scoprirete Torino. Una Torino, come probabilmente non l’avete mai vista.



(da visualizzare in HQ, e col volume al massimo)




E soprattutto:
no, non vi spiegherò che questo spot l’ha fatto l’NBC, per mandarlo in onda prima della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Invernali.
Vi farò piuttosto credere di averlo commissionato per l’occasione (del resto lo sapete già, che ho fan molto in alto): perché è oggettivamente una gran cosa, come introduzione. Quanti altri blogger ce l’hanno mai avuto, uno speaker americano che da New York annuncia al mondo una nuova rubrica – “The stories of Torino”?


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lunedì, 22 giugno 2009

Oh magnifiche sorti e progressive!

 

Okay: se con questo scoppia un flame, stavolta potrò dire che me la sono andata a cercare. Però dovete capirmi, perché sono in un momento molto difficile: sto iniziando a prendere in considerazione l’ipotesi di essere matta.
Sì, insomma, a me sembra di essere sana, ma spesso mi pare d’esser circondata dai pazzi. E siccome i pazzi sono molto più numerosi di me, temo di essere io quella fuori posto.

Tipo: la faccenda dei preservativi.
Vogliono mettere distributori automatici di preservativi negli edifici scolatici.
E a parte le mie opinioni personali in merito, ché tanto le sapete benissimo e non è il caso di ripeterle, a me vien da chiedere: ma cos’hanno di speciale, ‘sti preservativi?

Te li danno gratis?
Ci hanno stampato sopra i disegnini delle Winx per far gola alle quattordicenni?
Sono disponibili in varie taglie, dalla S per il tredicenne mingherlino alla XXL per il giovinotto ripetente?
Sono allegati a un gratta e vinci, e se sei fortunato ti danno il vibratore di Barbie?
C’hanno il glitter sopra, che è una gran figata?
Hanno scritte sopra le formule di matematica, così mentre li utilizzi puoi ripassare per il compito in classe?
E’ prevista una raccolta a punti? 200 bollini testimoniano una intensa attività extrascolastica, che dà origine a un credito formativo da usare all’Esame di Stato?

No, perché, altrimenti, non ci vedo alcun senso.
Se io, quattordicenne liceale, vorrei far sesso protetto ma non compro preservativi perché non ne ho il coraggio, non vedo francamente in che modo il provvedimento potrebbe migliorare la situazione. Se mi vergogno a andarli a chiedere alla farmacista, non credo proprio di trar giovamento dal mettermi in coda a un distributore automatico davanti alla mia classe; sotto gli occhi del bidello, di tre professori, del bulletto di turno, e del preside.


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sabato, 20 giugno 2009

And in The End...

 

Prima avevo scritto delle serie della mia vita.
Avevo scritto di Streghe, il telefilm di Rai Due, che era iniziato quando facevo Prima Media e mi ha accompagnata fino al Liceo. Avevo scritto delle avventure di Prue, e Phoebe, e Piper; e dell’appuntamento settimanale per otto anni ogni giovedì sera, con i loro incantesimi e la lotta contro il male. Avevo scritto del dispiacere nel veder concludere quella serie: perché con Streghe c’ero cresciuta, e mi era spiaciuto smettere di aspettarla.

Poi avevo scritto di Harry Potter, il grande amore della mia vita. Del maghetto incontrato per caso quando facevo – aridaje – Prima Media, e che è cresciuto con me portandomi fino alle soglie dell’età adulta.
Avevo scritto della lacrimuccia nel leggere l’ultima parola dell’ultima frase dell’ultimo romanzo, perché chiudendo per l’ultima volta quel libro mi sembrava di chiudere un bel capitolo della mia propria vita.

E poi avevo scritto di E.R., per raccontare che anche a questo telefilm mi ci ero affezionata maledettamente.
Perché avevo iniziato a vederlo quand’ero piccolina – era una estate calda di tanto tempo fa, e pochi giorni dopo era morta Lady Diana – e perché i dottorini in camice bianco erano diventati per davvero un appuntamento fisso.

Ho fatto l’esame di quinta elementare, e poi quello di terza media, e poi mi sono iscritta al Ginnasio. Sono passata al Liceo, ho sostenuto i miei esami, e ho traslocato a Pavia diventando studentessa universitaria. Ho visto morire delle persone, ne ho viste altre invecchiare e nascere: e E.R. era sempre lì, puntuale come la morte, di venerdì sera, in prima serata, su Rai Due.
Realizzare che quella di oggi sarebbe stata l’ultima puntata di sempre lo ammetto mi ha stranita.

Avevo scritto tutto questo, però poi l’ho cancellato.
Mi sembrava un articolo da TV Sorrisi e Canzoni, e allora ho riaperto Word e ho puntato sull’intimistico: e ho scritto che quando è iniziato E.R. ero una bambina e adesso sono una donna, e che forse forse anche un telefilm può aiutarti a crescere.
Avevo dieci anni, e mi hanno spiegato cosa fosse la tossicodipendenza; avevo dodici anni, e mi hanno messo in scena un terrificante lutto; avevo quindici anni, e avevo visto aborti, eutanasia, guerre, missioni in Africa, cancro, e AIDS.
La televisione non deve educare, ma certi telefilm sono fatti proprio bene. E io continuo a pensare che E.R. non sia stato solo un bel programma, ma anche un programma profondo e intelligente.

E avevo scritto tutto questo, dicevo; però poi l’ho cancellato.
L’ho cancellato perché puzzava tanto di elogio funebre, e in fin dei conti  poi non sono una critica cinematografica.
E allora sì, ho chiuso Word ricancellando tutto: e solo allora mi è venuto in mente cosa scrivere.

E allora ho scritto della mia preadolescenza, e del secondo anno a Scuola Media: perché c’è stato un periodo della mia vita in cui anch’io, sono stata un poammalata.
Nulla di che, per carità, sono viva e vegeta: avevo un male assolutamente innocuo, ma veramente e incredibilmente doloroso.
E forse forse è il dolore che spaventa, e non la causa.
Ragion per cui, se dovessi rivivere adesso i convulsi giorni di quei tempi, credo fermamente che vomiterei seduta stante: ma all’epoca io ero bambina, e i bambini fanno cose strane, a volte.
Quel giorno di aprile, in Seconda Media, io ero svenuta, e poi avevo riaperto gli occhi.
Avevo messo nello zaino il mio libro di Educazione Tecnica, indossato la giacchetta, e attraversato a piedi un grosso quartiere, con un profondo buco nel mio piede sinistro che impregnava il calzino di sostanze innominabili, e che si allargava ad ogni passo mentre io andavo avanti.
Ero tornata a casa, avevo iniziato le medicazioni, imparato a fasciarmi la caviglia, a appoggiare il peso su una gamba sola senza zoppicare visibilmente. Avevo comperato i cerotti per piaghe suppuranti – c’era scritto proprio così sulla confezione: piaghe suppuranti – e imparato a cambiarli ogni tre ore, per evitare che il pus si accumulasse. Immergevo la ferita per mezz’ora nell’Amuchina, due volte al giorno, tutti i giorni; e mi evolvevo, insomma, in infermierina di me stessa.
Dieci giorni più tardi sarebbe stato Giovedì Santo: e si andava sempre in vacanza al mare, a Pasqua, quand’ero piccola. E ci ero andata anche quell’anno, portandomi dietro una valigetta di disinfettanti, cerotti, bende, e medicine: e ricordo chiaramente le risate che mi ero fatta, quando avevo scoperto che tutti i miei ammennicoli, messi assieme, occupavano da soli un intero scaffale della libreria.

Io avevo riso, sì, ma mia mamma non rideva molto.
Lei era preoccupata per me, ovviamente – a nessuno fa piacere avere una figlia con le piaghe suppuranti – e temeva che scoppiassi da un momento all’altro, piagnona com’ero stata sempre.
Mia mamma era preoccupata, sì, e mia nonna era nel panico: per lei era una tragedia già solo un raffreddore, figuriamoci un buco purulento nel piede di una bimba.
“Ma ti fa male, tesoro?”. “Vuoi che ci pensi io, Luciotta?”. “Vieni in braccio dalla mamma, ninin: vuoi sfogarti?”. “Cuoricino mio, Lucia, vuoi piangere?”.
Loro erano preoccupatissime, ma io sorridevo: io ero felice, io; ero entusiasta.

Non ero mai stata male, in tutta la mia vita: o quantomeno, mai stata male “seriamente”. E quella svolta inaspettata mi pareva bella, imperdibile, elettrizzante.
Avevo dodici anni, adoravo E.R., e lo guardavo tutte le sere con impazienza.
Dal giorno dell’incidente, tutti i pomeriggi, per mesi, riempivo di Amuchina un bel catino, ci immergevo la ferita, e stavo lì per mezz’ora, senza far niente.
Dal giorno dell
’incidente, tutti i pomeriggi, per mesi, in quella mezz’ora chiudevo gli occhi, mi rilassavo sulla sedia, e facevo lavorare la mia immaginazione.
Perché finalmente ero anch’io, un po’ ammalata; e potevo immaginare anch’io, di andare al Pronto Soccorso.
Ed era bello, era piacevole, era divertente, stare a mollo nel disinfettante aspettando che la mia ferita si chiudesse. Perché nel frattempo potevo
entrare anch’io, con la fantasia, nel telefilm dei miei sogni: e andare a Chicago, al County General Hospital, a farmi curare dal dottor Carter.



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