sabato, 21 novembre 2009
Alice, che è la terza classificata al mio quiz sui Santi, si chiedeva se esistesse una Santa col suo nome.
La risposta è “sì e no”… anzi: più “no” che “sì”, ad essere precisi.

“Alice”, a quanto pare, è un nome relativamente recente. Deriva dal germanico Athalaid, che è diventato Alis nel Francese Antico, ed è stato latinizzato in Alicia successivamente. Ma, fino a qualche decennio fa, “Alice” era sostanzialmente una variante di “Adelaide” (è stata proprio la famosa Alice di Lewis Carroll, a rendere improvvisamente popolare questo nome inconsueto).
Di conseguenza… Santa Alice, di per sé, non esiste.
Le varie “Alici” sparse per il mondo, in genere, festeggiano l’onomastico il 5 di febbraio, in memoria di Santa Alice, cioè Santa Adelaide, badessa di Villich, in Germania. Il problema è che Alice di Villich ha una vita decisamente troppo avventurosa, per essere contenuta in un solo post: da bambina entra in un convento, poi diventa la badessa, vive religiosamente, e muore.
Fine della storia.

La stessa cosa si ripete con Santa Adelaide di La Cambre, morta il 13 giugno del 1250, con l’unica variante che, a un certo punto, questa Adelaide s’è presa la lebbra. E poi è diventata paralitica.
Di conseguenza, come ovvia misura precauzionale per non contagiare le sue consorelle, la povera Adelaide si è auto-segregata in uno sgabuzzino, e ha trascorso lì dentro tutto il resto della sua triste vita.
Quindi… , Alice: la Santa che porta il tuo nome è una vecchietta lebbrosa e paralitica che ha trascorso gran parte della sua vita chiusa in una cella di un monastero – son soddisfazioni: sarai entusiasta di saperlo, immagino.

Per parlare di una qualche Santa Alice, cioè Sant’Adelaide, sono costretta ad andare avanti nel tempo. E arrivo fino al 31 luglio 1943, nella stanzetta di suor Adelaide Mardosewicz – nella cittadina di Nowogródek, in Polonia.
Fare la suora, il 31 luglio 1943, in Polonia, era quanto di meno raccomandabile potesse esistere sulla faccia del pianeta. A meno che tu non avessi una gran voglia di morire, intendo.



Se vi dico che, durante l’occupazione nazista, esistevano delle categorie di persone alle quali era impedito: passeggiare nei parchi; sedersi sulle panchine nei luoghi pubblici; usare gli autobus; usufruire di una sedia a rotelle in caso di bisogno; frequentare le scuole assieme ai Tedeschi; eccetera eccetera; tutti voi sospirate e dite sconsolati “uuh, sì, poveri Ebrei, davvero incredibile”.
In realtà, però, i poveretti a cui mi riferisco stavolta non erano Ebrei. Erano Polacchi.
Polacchi in Polonia, eh, manco “polacchi immigrati”: quando i Tedeschi conquistano Varsavia, il loro progetto riguardo a queste nuove terre non è esattamente quello di tutelare gli sconfitti, o indottrinali alla gloriosa ideologia del Nazismo.
No.
In un documento del maggio 1940, Heinrich Himmler definisce i Polacchi un “popolo di sottuomini d’oriente”, che doveva “essere trasformato in una popolazione di idioti destinati a rimanere tali”, da utilizzarsi come “una massa di braccia senza alcun capo” e “da impiegare annualmente dove necessario, in particolari operazioni di manovalanza”.
I Polacchi, insomma, non avevano futuro nel nuovo ordine nazista, se non in una posizione di schiavitù vera e propria; la realizzazione di questo obiettivo sarebbe stata raggiunta con l’eliminazione dei ceti colti, e la germanizzazione dei bambini “senza difetti razziali”.

E, soprattutto, andava distrutta l’identità dei Polacchi. A tal scopo, la Germania Nazista programmò il sistematico sterminio di tutte quelle categorie sociali che potessero avere una significativa influenza culturale sui Polacchi: e quindi vennero fatti fuori tutti i politici… e anche i cattolici.
La Chiesa Cattolica era stata oggetto di dure persecuzioni anche in Germania, come già accennavo a proposito di Neururer: ma questo era normale, faceva parte della politica religiosa dei Nazisti. In Polonia, a questo odio per il Cristianesimo, si aggiungeva una vera e propria componente culturale: la Chiesa cattolica era rimasta l’unico punto di riferimento stabile per i Polacchi, dopo tutti gli sconvolgimenti politici cui era andato incontro il loro Stato negli ultimi periodi. La Chiesa cattolica significava molto, per l’identità nazionale polacca, e quindi era un serio pericolo. Che andava eliminato.


La politica dei Nazisti nei confronti della Chiesa polacca fu differenziata, a seconda della regione in cui ebbe luogo.
Nella Slesia, dove i nazisti ritenevano che la popolazione fosse solo superficialmente polonizzata, la Chiesa fu considerata come un possibile supporto alla germanizzazione. Di conseguenza, fu trattata con una certa carineria: si impedì ai religiosi di intromettersi nella vita politica; furono tolti i crocifissi dai luoghi pubblici; vennero chiusi gli enti religiosi dove si svolgevano attività assistenziali e educative. Niente di nuovo dal fronte orientale, insomma – se non che, quarantasei preti ribelli morirono in un campo di sterminio.
Nel Wathegau, ad esempio, la situazione fu molto più tragica. I conventi furono chiusi, e i religiosi costretti a cercarsi un lavoro; tutti i beni immobili furono sequestrati; la partecipazione alla vita religiosa fu vietata ai minorenni, e le celebrazioni pubbliche erano ammesse solo la domenica in ore prestabilite.
Ah, e la Chiesa era diventata una associazione di diritto privato.

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Dal loro convento di Nowogródek, ai confini orientali della Polonia, suor Adelaide e le sue dieci consorelle seguivano con comprensibile apprensione gli sviluppi della vicenda.
Le povere suorine della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth, a dire il vero, non erano nuove a persecuzioni e scioglimenti. La zona in cui abitavano, prima di cadere in mano nazista, aveva già subito l’invasione sovietica: sotto il Comunismo, le poverette erano state espropriate dei loro beni e cacciate letteralmente di casa (eran dovute tornare dalle loro famiglie). Sotto la dominazione nazista erano quantomeno riuscite a recuperare il loro convento… ma la situazione restava tutt’altro che rosea.

Insegnavano, le nostre suorine. Erano maestre elementari.
Erano arrivate a Nowogródek nel 1929, e avevano aperto la loro prima scuola in un locale in affitto. Poi, nel 1933, la comunità locale le aveva aiutate a costruire una scuola vera e propria, più grande e più adatta alle esigenze dei bambini: da allora, le nostre suore avevano continuato a insegnare incessantemente, formando ed educando tanti piccoli studenti.

Fra tutte le suore pericolose sulla faccia del pianeta, suore di quella risma erano le più pericolose in assoluto. Erano pericolossime, perché erano insegnanti.
I dominatori non potevano permettere che dei religiosi indottrinassero “quel popolo di idioti”, o i Polacchi del domani avrebbero rischiato di trovar qualcosa da ridire circa la loro gradevole situazione: di conseguenza, nel luglio 1942 presero sessanta religiosi e li fucilarono in pubblica piazza, tanto per far capire qual era l’aria che tirava.

Le nostre suore non si spaventarono; o quantomeno, non lo diedero a vedere.
Anzi, intensificarono ulteriormente le loro attività, portando assistenza a tutti i concittadini che soffrivano la fame: ben presto diventarono un volto amico, un faro di speranza in quel periodo così buio…
… al punto che, dopo una seconda retata, fu proprio da loro che la popolazione disperata si rivolse, in cerca di una spalla su cui piangere.

Era il 18 luglio 1943, e si era appena verificata una nuova serie di arresti tra la popolazione polacca. Erano state deportate centoventi persone, e a Nowogródek non esisteva famiglia che non piangesse la sorte di un amico o di un parente: la gente correva dalle suore per sfogare la sua disperazione, e le suore impotenti cercavano di dar conforto.
Fino a che, improvvisamente, la madre superiora, suor Adelaide, non ebbe un’idea. “Se deve morire qualcuno”, disse alle sue consorelle, “è meglio che ammazzino noi, piuttosto che dei padri di famiglia”. Dopo una notte di preghiera e di riflessione, Adelaide e le sue consorelle si rassegnarono a consegnarsi al nemico, in cambio della liberazione dei prigionieri.
I prigionieri, ovviamente, non vennero liberati… ma riuscirono, tutti e centoventi, a sopravvivere per anni in un campo di lavoro, il che francamente è una notizia che ha dell’incredibile.
In compenso, per non scontentare i desideri delle religiose, i gerarchi nazisti, molto premurosamente, ordinarono alle suore di presentarsi nella sede della Gestapo alle 19:30 del 31 luglio.
Le suore, ordinate e composte, ci si presentarono.

Suor Adelaide, probabilmente, non immaginava quello cui a cui andava incontro: pensava di essere deportata in un campo di lavoro, e magari pregava anche per la sua salvezza.
Ma non andò così.
Suor Adelaide e le sue compagne furono caricate su un carro e condotte fuori dalla città: i Nazisti avrebbero voluto fucilarle quella notte stessa, ma furono costretti a rimandare a causa del gran movimento sulla strada. I contadini stavano ritornando dai campi proprio in quei minuti, e non avrebbero permesso alla Gestapo di fucilare le suore così impunemente; di conseguenza, gli ufficiali decisero di tornare indietro.

Le chiusero in cantina per la notte, perché nessuno scoprisse della loro cattura, e ripartirono l’indomani mattina all’alba.
Il 1° agosto 1943, in un boschetto di betulle, le undici suore furono assassinate.

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lunedì, 16 novembre 2009
Da: La nostra eroina Lucyette
A: Il geniale professore

Oggetto: Richiesta appuntamento.


Egregio professore,

sono l’Intrepida Lucyette, la studentessa che sta lavorando a bla bla bla. Avrei bisogno, se possibile, di un Suo aiuto per bla bla bla, e Le scrivo per sapere quando poterLa incontrare. (Sul sito Internet della Facoltà, infatti, non è indicato il Suo orario di ricevimento).

Ringraziandola anticipatamente per l’attenzione, Le porgo i miei distinti saluti.





Da: Il geniale professore
A: La nostra eroina Lucyette

Oggetto: Re: Richiesta appuntamento


Gentile signorina,

venga a trovarmi durante il mio orario di ricevimento e ne parleremo con calma.
Cordiali saluti.
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giovedì, 12 novembre 2009
Okay: quando c’è qualcuno che da Google arriva al tuo blog digitando “lucyette risultato quiz sui santi”, pare decisamente evidente il fatto che è bene sbrigarsi a postarli, ‘sti risultati. Scusami, o visitatore che fremi per il responso: lo so che avrei dovuto pubblicarlo ieri, ma ieri ero troppo presa a imprecar ripassare sugli appunti di un esame, e non ho proprio avuto tempo.
Perdonatemi.

In ogni caso – come si suol dire – “meglio tardi che mai!”. Ecco a voi i risultati, mentre io ringrazio tutti quelli che si sono cimentati in questo quiz, e soprattutto quelli che, per cimentarsi in questo quiz, si sono palesati in questo blog per la prima volta (devo fare quiz più spesso, se spuntano fuori così tanti bei commentatori!).



1) Io, semmai, lo vedrei più adatto agli spammer, ma la dura realtà è questa: Sant’Espedito di Metilene è il “patrono” – evidentemente ufficioso – degli hacker.
Sulla vita di sant’Espedito, obiettivamente, si sa molto poco. L’unica cosa certa è che stato martirizzato a Metilene, in Turchia, nel corso del III secolo: tutte le altre storie che lo riguardano, invece, sono perlopiù leggenda.
Ecco: in realtà c’è un’altra affermazione certa che si può fare su questo Santo – il nome “Expeditus” ha sicuramente favorito molti giochi di parole. Nelle rappresentazioni più antiche, addirittura, il pover’uomo veniva raffigurato con un orologio in mano, accompagnato da affermazioni sulla linea di “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”.
Insomma: col passare del tempo, il nostro Espedito è diventato il Santo della rapidità per antonomasia. Oggi viene invocato in tutte quelle occasioni in cui – potremmo dire – ci si gioca tutto nell’arco di un secondo: e quindi esami universitari, cause urgenti, procedimenti giudiziari, e operazioni commerciali di vario genere.
Con una apprezzabile applicazione di pensiero laterale, un ignoto internauta è passato quindi allo step successivo: sant’Espedito è il Santo della velocità? Benissimo! Allora potrà sicuramente diventare il patrono degli hacker, che agiscono velocemente e nell’arco di pochi secondi.
(Se lo dice lui…)

Il reverendo Michael Amesse, pastore presso la chiesa di Nostra Signora di Guadalupe – l’unica a possedere una statua del Santo, in tutti gli Stati Uniti – ancora non si capacita. “Persone appassionate di computer vengono qui a pregare, sostenendo che sant’Espedito è il loro patrono. Non so perché l’abbiano scelto, ma insistono nel pregarlo. Come sempre, quando si ha a che fare con i Santi, si tratta di un mistero”.

Risposta corretta alla prima domanda: B – Gli hacker.



2) Ehm… d’accordo: questa povera donna, che aveva affidato il figlio alla Madonna e poi se l’era visto catturato dai nemici in guerra, era comprensibilmente un po’ sconvolta.
Nel disperato tentativo di convincere la Vergine ad intervenire, magari con un miracolo, per liberare il figlio guerriero, la madre disperata entrò in una chiesa…
… e si avvicinò alla statua della Madonna…
… e prese in ostaggio Gesù Bambino!

“Portandosi via la statua del Bambino che la Vergine teneva in grembo”, assicura la Leggenda Aurea, “se ne andò a casa, ravvolse l’immagine del bimbetto in un candido pannolino, e la nascose in un armadio che chiuse accuratamente a chiave. Era contenta di avere, al posto del figlio, un buon ostaggio”.

La Vergine, povera donna, evidentemente non s’era ancora abituata a vedersi sparire il Bambino da sotto il naso. Nella notte, fu costretta ad agire: e quindi s’inoltrò nelle carceri in cui era prigioniero il giovane soldato. “Figlio mio”, gli raccomandò liberandolo, tornando a casa tu dirai a tua madre di rendermi il mio Figlio, poiché io le ho reso il suo”.
Il fanciullo tornò a casa, abbracciò la madre, e le riferì il messaggio della Vergine: al che la donna corse nella sua camera da letto, liberò Gesù Bambino, e lo riportò festante alla statua della Madonna.
E tutti vissero per sempre felici e contenti.

Risposta corretta alla seconda domanda: C – prese in ostaggio Gesù Bambino.



3) Vi sembrerà blasfemo, ma se una reliquia non concedeva il miracolo promesso… si poteva prenderla a frustate, per costringerla a collaborare con la forza bruta. Incredibile ma vero: era una consuetudine abbastanza diffusa in tutta Europa.

Risposta corretta alla terza domanda: C – picchiare le reliquie.



4) Aehm… sembra una barzelletta, ma è il Santo protettore dei malati di emorroidi!
Si tratta di San Fiacrio eremita, nato in Irlanda nel 628: avendo deciso di stabilirsi a Meaux, in Francia, Fiacrio ottiene dal vescovo locale la promessa di vedersi assegnata tanta terra quanta ne fosse riuscita a circondare con un fossato, in un solo giorno di lavoro.
San Friacrio fatica così tanto che, al termine della giornata, l’intenso sforzo gli provoca un gravissimo prolasso emorroidale. Stremato dalla fatica e dal dolore si siede su un masso a pregare, e viene guarito miracolosamente.
Da allora, San Friacrio è il santo protettore dei malati di emorroidi… e anche dei giardinieri.

In compenso, vorrei personalmente ringraziare tutti quelli che sono convinti che si possa diventare martiri restando bloccati all’interno di un organo a canne: sono davvero commossa, perché trattasi ahimè di triste esperienza autobiografica.

Riposta corretta alla quarta domanda: A – l’eremita col prolasso emorroidale.



5) Siete assolutamente liberi di non crederci, ma… sono vere tutte e quattro le risposte!!
Tutti questi Santi sono
ritenuti Santi gay (dai gay), e non è finita! Nel caso vi potesse interessare, l’elenco continua con:

- Santi Sergio e Bacco martiri, perché prima di essere martirizzati furono vestiti da donna in segno di spregio;
- Sant’Agostino di Ippona, perché da giovane ne ha combinate così tante che sicuramente era anche omosessuale;
- Sante Perpetua e Felicita, perché in carcere si consolarono vicendevolmente nell’attesa del martirio, e quindi erano lesbiche;
- San Giovanni Bosco, perché – assicurano sul sito “Storia Gay” – non solo don Bosco era un omosessuale, ma era anche un pedofilo, e infatti si circondava di bambinetti (però riusciva a reprimere i suoi istinti, dicono).

E potrei ancora andare avanti…
(Però, come osservava giustamente Suibhne, la storia di San Sebastiano patrono dei gay è molto più complessa di come ve l’ho accennata adesso, e merita un approfondimento perché fra l
’altro è pure divertente.  Quindi aspettatevi un approfondimento su San Sebastiano, ecco).



6) Effettivamente, Otto Neururer se l’era un po’ cercata – voglio dire, aveva fatto una cosa davvero molto ardita, per l’epoca…
Aveva letto la Bibbia.
Tutta.
Per intero.

Sembra una barzelletta, ma purtroppo non lo è: i nazisti non avevano proprio niente contro il Cristianesimo, a patto che il Cristianesimo diventasse la religione che volevano loro – e che specificamente avrebbe dovuto essere una specie di neopaganesimo, capace di infondere nel popolo tedesco una nuova religiosità della razza e del sangue germanico. L’obiettivo finale era quello di creare una “nuova” Chiesa germanica fondata sulla razza, sulla terra, e sul sangue tedesco (nel quale risiedeva la natura divina dell’uomo ariano).
Al fine di creare questa nuova religione, il “teorico” del nazismo Alfred Rosemberger prospettava in tal senso una attenta revisione del testo sacro – eliminando in toto l’Antico Testamento e le Lettere di San Paolo, ed epurando il Vangelo.
Don Neururer aveva innocentemente continuato a insegnare tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse… ed è finito a Buchenwald.

Peraltro: non c’entrerà molto con Otto Neururer, ma voglio far un piacere a Travaglio. Siccome Travaglio si lamenta che la Chiesa non l’ha detto, lo dico io: i primi ad aver l’idea di rimuovere i Crocifissi da tutti gli edifici pubblici, furono proprio i nazisti. E non ci riuscirono, nonostante la dittatura: nell’Oldenburg e in Baviera la protesta fu così forte e generalizzata che le gerarchie naziste furono costrette a retrocedere.
No, giusto per far contento Travaglio che se no si dispiace: spero che adesso sia più sereno.

Risposta corretta alla sesta domanda: B – quel pericoloso ribelle osava addirittura leggere la Bibbia!



7) Napoleone!
Non credo che a Napoleone gliene importasse un granché di avere un Santo col suo nome – però gli importava molto di avere un onomastico, anche perché sarebbe stata una splendida occasione di culto della personalità.
Cortesemente invitati a trovare una soluzione all’annoso problema, i fidati di Napoleone passarono un intero anno a spulciare il Martirologio romano, alla disperata ricerca di un qualche Santo adatto alla bisogna.
Alla fine, il loro sguardo si posò sulla vita di un certo san Neopolo martire, festeggiato il 2 maggio.

“Neopolo” non era “Napoleone”, ma quantomeno c’assomigliava.
Quindi il povero San Neopolo fu ribattezzato San Napoleone, e addirittura si provvide a trasferire la sua memoria: dal 2 maggio, data del suo martirio, al 15 agosto, data di nascita di Bonaparte.
Il 15 agosto 1806, di conseguenza, l’intera Francia fu costretta a gioire per la festa di un inesistente San Napoleone (sotto la cui protezione, peraltro, fu posto anche l’Arco di Trionfo: la prima pietra fu posata proprio quel giorno).
Questa pagliacciata andò avanti fino al 1814 – anno in cui, alla prima occasione utile dopo il crollo del regime, Luigi XVIII abolì la festa di San Napoleone e ristabilì quella di San Neopolo.


Risposta corretta alla settimana domanda: B – Napoleone Bonaparte.



8) Lo portarono a predicare in una chiesa assicurandogli che c’era una vasta folla ad aspettarlo, ma in realtà la chiesa era vuota. San Beda si mise a parlare con molto fervore ai banchi vuoti, ma alla fine fu lui a fare lo scherzetto ai due monaci mascalzoni: la chiesa – stando a quanto riporta la leggenda – si riempì improvvisamente di angeli scesi dal cielo, che ascoltarono con molta attenzione l’omelia di San Beda, e alla fine lo applaudirono.

Risposta corretta all’ottava domanda: C – Lo portarono a predicare in una chiesa vuota.



9) Ammetto che l’idea di San Filippo Neri che prende a turibolate in testa una povera disgraziata mi sembra assolutamente esilarante… ma purtroppo non andò così. San Filippo Neri, che evidentemente optava per la non-violenza, preferì alzare i tacchi… e scappare via urlando.
Scrive a tal proposito il suo biografo, che “da allora in poi [Dio] gli concesse grazia di non sentire più moti di carne, e nemmeno di subire illusioni notturne”.
Niente turibolo, mi spiace.

Risposta corretta alla nona domanda: D – scappò via urlando.



10) Avrebbe voluto chiamarsi Stanislao, dal nome del famoso vescovo di Cracovia, come avete intuito in molti.
Però, anche gli altri tre nomi erano quelli di famosi santi polacchi: Sant’Adalberto di Praga, la cui salma è adesso in Polonia; San Casimiro di Cracovia, Principe di Polonia e Granduca di Lituania, e San Giosafatte Kuncewycz, che peraltro viene ricordato proprio oggi.

Risposta corretta alla decima domanda: A – Stanislao.



11) Ma che schifo! :-P
Al primo che m’ha risposto “baciò sulla bocca la testa di Sant’Etelburga”, ho pensato “va beh, sarà un maniaco”… invece ve ne siete convinti tutti quanti! Ma siete matti come dei cavalli matti!
Da qualche parte in giro per il mondo, la testa di Sant’Etelburga starà arrossendo per l’imbarazzo… e invece, da qualche altra parte in giro per l’Aldilà, la povera Maria Maddalena starà piangendo le sorti del suo gustosissimo braccio.
Ebbene sì.
Visitando l’abbazia di Fécamp alla fine del XII secolo, Sant’Ugo di Lincoln “estrasse con un morso due piccoli frammenti dall’osso del braccio della veneratissima seguace di Cristo, Maria Maddalena”, suscitando lo scandalo dell’abate e dei monaci.
Sant’Ugo di Lincoln, tuttavia, seppe difendersi con argomentazioni inoppugnabili. “Se poco fa”, disse, “malgrado la mia indegnità ho maneggiato con le mie dita il santissimo corpo del Signore di tutti i Santi, e se ne ho mangiato toccandolo con le mie labbra e i miei denti… perché non posso fare altrettanto con il corpo di Maria Maddalena?”.
Il ragionamento era ineccepibile.
E l’agiografia prosegue raccontando, con evidente compiacimento, di come Sant’Ugo, in una successiva visita all’abbazia di Peterborough, “tagliò con un coltello un tendine che sporgeva” dal braccio di Sant’Osvaldo, re di Northumbria nel VII secolo.

Risposta corretta all’undicesima domanda: C – si mangiò il braccio di Maria Maddalena.



12) In effetti, mi fa strano che non esista un Santo dei Mafiosi… ma, a quanto pare, non esiste. L’unico ad esistere, fra i Santi citati in questa domanda, per quel che ne so io è Jesus Malverde, patrono dei narcotrafficanti.
Premesso che, forse, questo Jesus Malverde non è mai nemmeno esistito, la tradizione collocherebbe la sua nascita nel dicembre 1870, in Messico. In sintonia con le credenze locali, Jesus Malverde sarebbe stato un bandito buono, una specie di Robin Hood dei nostri giorni, che rubava ai ricchi per donare ai poveri.
Colpito da un proiettile durante uno scontro con le forze dell’ordine, Malverde si sarebbe procurato una inguaribile cancrena: al che, avrebbe chiesto a un suo compagno di “farlo prigioniero” e di consegnarlo alle forze dell’ordine, in modo da intascare la taglia che pendeva sulla sua testa. I soldi, ovviamente, sarebbero poi stati donati ai poveri.
La Chiesa Cattolica non gli riconosce lo status di Santo, anche perché non risulta che ‘sto Malverde sia mai nemmeno esistito… però il suo culto si è diffuso, dentro e fuori Sinaloa. In tutto il Messico sono state edificate delle cappelle in suo onore, che peraltro sono perennemente invase dai gamberetti sott’alcol (pare che Malverde apprezzi molto i gamberetti sott’alcol, e quindi i pescatori glieli offrono nella speranza di una pesca fruttuosa).

E il patronato dei narcotrafficanti?
Beh, quella è una tradizione recente. Pare che, negli anni Settanta, il narco Julio Escalante abbia dato ordine di far uccidere suo figlio Raymundo, il quale aveva la brutta abitudine di intromettersi negli affari del padre.
Fucilato e gettato in mare, il povero Raymundo pregò Malverde e fu salvato da un pescatore: da quel momento, sperando in un analogo miracolo nel momento del bisogno, famosissimi narcotrafficanti come Rafael Caro Quintero, Ernesto Fonseca e Amado Carrillo Fuentes cominciarono a frequentare la cappella di Malverde, dando origine a un patronato… ormai accettato quasi universalmente, in Messico.

Risposta corretta alla dodicesima domanda: A – Narcotrafficanti.



13) L’ipotesi della madre di San Brendano rappresentata nell’atto di dare alla luce il figlio è molto ingegnosa… ma no, non è la risposta giusta.
La risposta giusta è la B: secondo la tradizione popolare, la donna rappresentata in queste sculture sarebbe stata una certa Sheela, fantomatica moglie del Patrono d’Irlanda. E in effetti, queste sculture prendono proprio il nome di Sheela-na-gig, probabilmente derivante dal gaelico Sile na gGioc, “Sheela dei seni”.
Sulle Sheela-na-gig si potrebbe fare un discorso più ampio, che eventualmente rimando a un altro post, ma nel frattempo vi segnalo due siti. Uno è interamente dedicato a queste strane sculture, e contiene studi, immagini, e teorie varie sull’argomento; un altro, invece, è un sito in cui potete comprare un gadget a tema.
Essì, perché una donna nuda che mostra i genitali dall’alto di una chiesa era una immagine troppo ghiotta, per non diventare “the ultimate feminist icon”. A quanto pare, per certe donne, “dignità femminile” è sinonimo di “andare in giro con una vulva stampata sulla maglietta”.

Risposta corretta alla tredicesima domanda: B – La moglie di San Patrizio



14) Ehm… San Guiniforte era un cane.
A detta della popolazione locale, era un levriero che aveva salvato dai morsi di un serpente il figlioletto del padrone. Nonostante ciò, il padrone lo aveva ucciso ingiustamente, facendone così un martire.
Sulla tomba del “martire”, i contadini erano soliti portare i figli ammalati: facevano passare il bambino fra due tronchi d’albero, lo lasciavano nudo in terra circondato da candele, e poi sottoponevano il bambino a una specie di ordalia, tuffandolo nell’acqua gelida del fiume lì vicino. Delle due, l’una: o il bambino moriva, o era abbastanza forte da sopravvivere.
Il nostro povero Inquisitore, inorridito, fece abbattere gli alberi, dissotterrare il cane, e dare tutto alle fiamme davanti agli occhi attoniti dei contadini – ma fu tutto inutile. Abbiamo di nuovo testimonianze del culto a partire dal Seicento, fino ai primi anni del Novecento.

Risposta corretta alla quattordicesima domanda: C – San Guiniforte era un cane.



15) Quale di questi Santi esiste davvero? Protettore delle ragazze madri, o protettore contro le malattie veneree, l’AIDS, o le disfunzioni sessuali?
Sorpreeesa! Siamo talmente bigotti e sessuofobi, che… esistono tutti quanti!

(Specificamente: Santa Maria da Cortona per le ragazze-madri; Sant’Antonio per le malattie veneree; Sant’Aloysius Gonzaga per i malati di AIDS; San Luca evangelista per le disfunzioni erettili. Non è dato conoscere la reazione di San Luca quando gli hanno comunicato la notizia).




Insomma: se non ho sbagliato i conti - cosa che è assolutamente possibilissima, quindi se avete dubbi ricontrollate - il vincitore di questo quiz dovrebbe essere il Cappellaio Matto, con l’
esorbitante punteggio di 12 risposte esatte su 15!
Secondo me non è umanamente possibile: o
è andato a documentarsi apposta per il mio quiz, o è un hacker che si è intrufolato nel mio computer per leggere le risposte (con la protezione di SantEspedito).

Nel dubbio... io premio anche il secondo e il terzo classificato.
Che - se ho contato giusto - dovrebbero essere Alessandro, con 8 punti (benvenuto Alessandro!); e, a parimerito, Alice e la Sorella Dell
Amica Ritrovata, con 7 punti  ciascuna (benvenute, Alice e Sorella Dell’Amica Ritrovata!).

I fortunati (?) vincitori adesso possono farmi sapere di quale Santo vogliono sentirsi raccontare la storia... e prima o poi riuscirò ad accontentarli!
Se hanno voglia di ricevere anche una cartolina, dalla città della Sindone o dalla città di Sant
’Agostino a loro scelta, possono anche mandarmi un recapito (all’indirizzo lucyette [at] gmail.com).

Per tutti gli altri, invece, ho un premio di consolazione, che vi sollerà sicuramente: ecco a voi [rullo di tamburi] ... la mitica testa di Santa Etelburga!




(Non so voi, ma io trovo che abbia unespressione inequivocabilmente perplessa).
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lunedì, 09 novembre 2009
Vent’anni fa, giusto in queste ore, cadeva il Muro di Berlino.
Teoricamente, tutti i Tedeschi della Germania Est dovrebbero ricordare questo giorno con gaudio e festeggiamenti (cosa che in effetti fanno)… ma, in fondo in fondo, da qualche anno a questa parte sta iniziando a fare capolino uno strano sentimento di… nostalgia.
O, per meglio dire, di Ostalgie, come lo definiscono i Tedeschi, in un neologismo nato dalla fusione di Ost, (est), e Nostalgie.
Chiariamo: non è che i Tedeschi dell’Est sian così matti da rimpiangere il regime. Sol per quello anche mia nonna ha nostalgia del “suo” Ventennio, quand’era giovane e felice, ma di certo non rimpiange la dittatura. Quella che alberga nel cuore dei Tedeschi è una pura, e semplicissima… nostalgia.
“Ostalgie non è il desiderio di un ritorno al passato, alla dittatura, ad uno stato repressivo”, dichiarava tempo fa, intervistata, una signorina: “nella DDR noi abbiamo vissuto, abbiamo condotto una vita che aveva anche dei tratti di normalità. Avevamo una vita quotidiana che vogliamo ricordare, senza per questo immaginare un ritorno alla DDR”.

… ed è proprio vero: i Tedeschi dell’Est hanno ragione. La loro vita quotidiana “di una volta”, ormai, è scomparsa irrimediabilmente: abitudini e usanze, usi e costumi, oggetti quotidiani di una volta… ormai, non esistono più.
Non esistono più, perché teoricamente non avrebbero mai dovuto esistere: quando quest’estate, preparando un esame di Tedesco, mi sono trovata di fronte a un elenco dettagliato di tutti i prodotti tipici della Germania Est, ho sgranato gli occhi per la sorpresa.
Nella DDR, come saprete, tutto ciò che era Occidentale era bandito. La Coca Cola, pericolosissimo simbolo del capitalismo borghese, era assolutamente vietata nella Germania comunista: si beveva semmai la Vita Cola, che era una specie di Coca Cola aromatizzata al limone. Però una Coca Cola sovietica.
Stessa storia per il Nudossi, che era la versione proletaria della Nutella, o per la Trabi, che era l’unica automobile esistente in tutta la Germania Est (tranne che per la nomenklatura comunista, ovviamente, che si dotava di automobili un po’ più decenti).
Ecco: la Trabi non la rimpiange più nessuno, anche perché era fatta di plastica… tutto il resto, però, viene ricordato con un po’ di nostalgia. Una volta riunificate le due Germanie, tutti i prodotti tipici della DDR sono scomparsi naturalmente, cedendo alla concorrenza dei prodotti occidentali… e oggi, a distanza di vent’anni, qualcuno inizia a sentirne la mancanza.
E se c’è un prodotto che manca a tutti indistintamente, quello è certamente Ampelmann, l’Omino del Semaforo.

L’Omino del Semaforo, per gli amici Ampelmann, nasce a Berlino Est il 13 ottobre del 1961.
Proprio in quegli anni – non solo in Germania, ma anche in tutto il mondo – si era giunti alla conclusione che, per meglio agevolare il traffico, sarebbe stato opportuno creare semafori “differenziati” per pedoni, automobilisti, tramvieri, e così via dicendo. E quindi, un po’ in ogni parte del mondo, hanno cominciato a pullulare i classici semafori “differenziati” che vediamo ancora oggi: quello classico per gli automobilisti; quello a strisce per i tramvieri; quello con gli omini per i pedoni, e così via dicendo.
Ebbene sì. Gli omini. Avete presente, no, gli omini del semaforo? L’omino verde che cammina tranquillamente, l’omino rosso che sta immobile alla fermata?
Ecco. Gli omini del semaforo, ovviamente, sono omini imperialisti, che mai avrebbero potuto trovar rifugio nella Germania comunista.
Nella Germania comunista, ovviamente, si introdussero omini comunisti: gli Ampelmann, per l’appunto.



La cosa curiosa è che, effettivamente, questi omini comunisti che abitavano nei semafori erano carini: ma carini per davvero!
Rispetto ai loro colleghi occidentali, loro avevano un aspetto più simpatico. Erano più umani, così grassottelli e ben vestiti: avevano il naso, il cappello, le scarpe… Rispetto agli asettici omini occidentali, gli Ampelmann erano sicuramente più simpatici. Più immediati. I bambini li adoravano, esistevano addirittura dei cartoni animati sugli Ampelmann per insegnare l’educazione stradale: erano davvero simpatici e popolari, nostri piccoli ometti.



Gli unici a non entusiasmarsi, paradossalmente, erano i vertici del Partito.
E sapete perché?
Per il cappello.
Gli Ampelmann erano deliziosi, lo si vedeva subito, ma il cappello era un problema serissimo, amici miei cari. Il cappello, notoriamente, è un simbolo borghese: e se contribuiva a umanizzare l’Ampelmann, rischiava anche di renderlo pericolosamente filo-statunitense…
Sapete come si risolse la questione annosa?
Decretando che il cappello era un sombrero (no, non sto scherzando).

Ebbene: questi omini del semaforo, che passeggiavano per la Germania Est con tanto di sombrero, avevano conquistato il cuore di qualsiasi tedesco. Grandi e piccini, tutti amavano gli Ampelmann…
… immaginate lo scontento di vederli sparire, così, da un giorno all’altro!

Essì: perché nel 1994, riunificate le due Germanie, si cominciò a far sostituire tutti i semafori della zona Est, che ormai erano antiquati… e i piccoli Ampelmann, inesorabilmente, cominciarono a sparire.



Ormai i nostri omini col sombrero parevano destinati a un inevitabile pensionamento… e invece no, ecco un colpo di scena nella loro storia. Alcuni anni dopo la loro scomparsa, l’imprenditore tedesco Markus Heckhausen acquistò tutti i vetri dei vecchi semafori inutilizzati e diede il via a una produzione industriale di lampade da muro,  presto divenute un must nella casa di moltissimi berlinesi…



… e come se non bastasse, venne ufficialmente fondato un “Comitato per la Salvaguardia degli Omini del Semaforo”, che radunava migliaia di cittadini tedeschi pronti a lottare per riportare in auge i piccoli Ampelmann…

Ed è così che, nell’ex-Germania Est, oggi gli Ampelmann sono ritornati. Scattanti e pronti come sempre, guidano i pedoni nelle strade comunali ed extraurbane, per la gioia dei turisti e dei bambini… ma non è finita! L’Ampelmann, ormai, è diventato un oggetto di culto vero e proprio. Ha un intero negozio a lui dedicato - la Ampelmann Galerie Shop negli Hackesche Höfe di Berlino –, una linea di abbigliamento, e addirittura un ristorante tematico. Potete addirittura farvi recapitare un Ampelmann direttamente a casa, comperandolo via Internet: e così potrete sfoggiarlo su un pallone da calcio, come portachiavi, o addirittura su una tazza da cappucchino (cito fedelmente).

Ed è così che, pian piano, va avanti la Storia.
Perché – potrà far sorridere ma è vero – … anche l’Omino del Semaforo, nel suo piccolo, è Storia.



(E chi volesse ancora partecipare al quiz sui Santi, si affetti: ormai mancano solo più due giorni!)
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venerdì, 06 novembre 2009
Miss Ette ha i capelli neri e mossi, gli occhi castani, e un sorriso spensierato.
Miss Ette ha all’incirca la mia età, se è vero che si è diplomata nel 2007.
Miss Ette abita a Kettering, nel Northamptonshire, Inghilterra.
Miss Ette proviene da una famiglia molto religiosa, oppure molto ricca: infatti è stata iscritta alla Bishop Stropford School, prestigiosa scuola di ispirazione anglo-cattolica.
Miss Ette ama la tecnologia, infatti la sua scuola approfondiva proprio questa materia.
Miss Ette non ha proseguito gli studi all’Università, per quel che m’è dato conoscere.
Miss Ette è una persona socievole, ha tantissimi amici in tutta l’Inghilterra.

Miss Ette, di nome, fa Lucy.

Così, se per curiosità provate a digitare “Lucyette” su FaceBook per vedere cosa vi viene fuori… ecco che vi viene fuori lei. Miss Lucy Ette, la mia quasi-omonima.





(E comunque, non dimenticatevi di partecipare al mio quiz, se non l'avete ancora fatto!)
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domenica, 01 novembre 2009
Okay la festa delle zucche, ma non dimentichiamoci che “Halloween” è la contrazione di “All Hallows’ Even”, e cioè “vigilia di Ognissanti”. Ieri era la notte delle streghe, ed oggi è la festa di Tutti i Santi.
È una cosa impressionante, la festa di Tutti i Santi.
Sono tanti, caspita, Tutti i Santi!
Il Martyrologium Romanum ne conta novemilanovecento; la Bibliotheca Sanctorum dell’Editrice Città Nuova ne analizza più di ventimila. Sono tanti, Tutti i Santi!

E voi li conoscete, questi Santi?

Tutti i Santi?
Ognissanti?
Sulla scia del Mega-Quiz Natalizio dell’anno scorso, che a quanto pare era piaciuto, ecco a voi una nuova serie di imperdibili domande – perché, se c’era qualcosa che proprio non volevate sapere sui Santi, qui avete ottime probabilità di trovarla!

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1) Iniziamo da una domanda che ci riguarda tutti da vicino. Come saprete, ogni categoria professionale ha il suo Santo Patrono: e anche gli internauti, da un po’ di tempo, avvertono l’esigenza di avere un loro protettore. Non ci si è ancora messi d’accordo per trovare un Patrono dei blogger (qualcuno ha proposto Giacomo Alberione; altri San Francesco da Sales; altri ancora la Madonna di Bonarda)… ma quel che è certo che, col sorriso sulle labbra, qualche tempo fa è stato ufficiosamente “trovato” un Santo Patrono che sembra perfetto per…?


a)    Gli spammer;
b)    Gli hacker;
c)    Gli Internet-Troll;
d)    Chi scarica illegalmente la musica da Internet.




2) Ma facciamo un salto indietro nel tempo, e passiamo dall’era di Internet ai secoli del Medio Evo. Racconta la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine di come una madre, vedendo partire per la guerra il suo unico figlio, si fosse votata alla Madonna supplicandola di proteggere il ragazzo.
Nonostante le continue preghiere alla Vergine, tuttavia, il ragazzo fu ferito in battaglia e fatto prigioniero.
Come reagì la donna?


a) Cercò una statua della Madonna, e poi la prese a schiaffi;
b) Scrisse una lettera di proteste al Papa;
c) Prese in ostaggio Gesù Bambino;
d) Preparò un grosso cartello con la scritta “LA MADONNA È UNA TRADITRICE”, e pagò affinché fosse esposto nella chiesa pievana.




3) A proposito di Santi che non compiono i miracoli. Poteva capitare, nel Medio Evo, che i pellegrini facessero anche dei lunghissimi viaggi, per raggiungere la tal chiesa che custodiva le tal reliquie del tal Santo. Spesso e volentieri, facevano tutta ‘sta fatica perché speravano in un miracolo.
Ma se la reliquia non funzionava – se il miracolo, cioè, non aveva luogo – cosa poteva fare il pellegrino?


a)    Farsi rimborsare dall’arciprete locale;
b)    Andare a Roma per chiedere l’intercessione del Papa;
c)    Picchiare le reliquie per costringerle a fare il loro dovere, anche con la forza bruta;
d)    Aveva diritto a un pezzetto di reliquia, da portare a casa.




4) Incredibile ma vero, uno di questi Santi è esisto veramente! Quale?

a) L’eremita che, nello sforzo di costruirsi da solo un piccolo monastero, si provocò un prolasso emorroidale. Da allora, è il protettore dei malati di emorroidi.
b) Il cristiano che, per convertire i suoi amici pagani, annunciò loro che avrebbe camminato sulle acque grazie alla protezione del Signore; quindi si gettò in mare da una barca… inabissandosi. Da allora, è il patrono dei naufraghi.
c) L’organista che, per aggiustare i mantici che si erano guastati, andò a lavorare nel “retro” dell’organo (quella parte nascosta che in genere sta dietro/nei pressi delle canne), e sventuratamente ci rimase incastrato. Il suo cadavere fu ritrovato solo alcune settimane più tardi: da allora, è il protettore dei restauratori e degli organisti.
d) Il monaco che, in contemplazione di un Cristo Crocifisso, decise di conficcarsi dei grossi chiodi in mani e piedi, per meglio comprendere il sacrificio del Signore, e morì di infezione. Da allora, viene invocato contro gli infortuni sul lavoro.




5) Non esiste, in realtà, un santo patrono degli omosessuali. Però, negli ultimi anni, le comunità gay hanno cercato di trovarsi un santo adatto allo scopo, spulciandosi le agiografie più famose. Alla fine, hanno pensato che, come santo patrono dei gay, potrebbe andar bene…?

a)    Santa Giovanna d’Arco, perché si vestiva da uomo e quindi era bisessuale;
b)    San Giovanni Evangelista, perché era “il discepolo che Gesù amava”;
c)    San Sebastiano, perché viene tradizionalmente rappresentato come un bellissimo giovane nudo, legato a un albero… insomma, una icona gay!;
d)    San Giorgio, perché in un testo c’è scritto che Gesù lo voleva come “puro e virginale promesso sposo”.




6) Il beato Otto Neururer, parroco di Goetzens in Tirolo, muore a Buchenwald il 3 giugno del 1940. La causa del suo arresto fu quella di “aver impedito un matrimonio tedesco”: a una parrocchiana che chiedeva il suo parere, aveva assolutamente sconsigliato di sposare un esponente del partito nazista.
In realtà, però, la Gestapo controllava Neururer già da un paio d’anni: l’attenzione della polizia era stata sollecitata dall’ispettore distrettuale delle scuole, dove Neururer era insegnante. Infatti il sacerdote…


a)    Insegnava che Gesù era stato ucciso dai Romani;
b)    Commentava la Bibbia per intero;
c)    Era l’equivalente del nostro “insegnante di sostegno” e si rifiutava di cambiar lavoro, laddove la Germania nazista assassinava sistematicamente i disabili;
d)    Era stato commissario esterno agli esami di fine corso del nipote di Hitler (figlio di sua sorella Paula)… e l’aveva bocciato.




7) Non che fosse un cristiano particolarmente fervente, ma era una questione di principio. Lui era una importantissima figura politica, e non poteva accettare l’idea che non esistesse un Santo col suo nome!
Era una cosa veramente umilante. Cosa avrebbero detto di lui gli altri capi di Stato, se avessero saputo che non poteva festeggiare il suo onomastico?
No, no: bisognava assolutamente provvedere. E così, un Santo che portasse il suo nome, lui se l’è inventato ex novo.
Di chi sto parlando?


a)    Oliver Cromwell;
b)    Napoleone Bonaparte;
c)    Benito Mussolini;
d)    Franklin Delano Roosevelt.




8) San Beda il Bard San Beda il Venerabile, con la vecchiaia, era diventato cieco. Due monaci, per fargli uno scherzo crudele, approfittarono del suo handicap, e…?

a)    Finsero di leggergli una lettera del Papa, dicendogli che il Pontefice lo aveva appena scomunicato;
b)    Gli tinsero la tunica di un delicato color rosa pastello;
c)    Lo portarono a predicare in una chiesa, assicurandogli che l’intero paese si era radunato lì per ascoltarlo; ma la chiesa era completamente vuota;
d)    Lo accompagnarono a fare una passeggiata conducendolo in mezzo al bosco, e poi lo mollarono lì come un cretino costringendolo a ritrovare la strada da solo.




9) Ora. Non che San Filippo Neri avesse dei problemi con il voto di castità: però, insomma, preferiva non rischiare. Per rifuggire ogni tipo di tentazione, cercava di evitare il più possibile le donne. E in particolar modo si rifiutava di confessarle, indirizzandole tutte a un altro sacerdote.
Però, una volta, da San Filippo Neri si presentò una avvenente prostituta. Cosa fece il nostro Santo?


a)    Le fece la pipì addosso;
b)    Le ordinò di andare via, vestirsi da maschio, e poi eventualmente ritornare;
c)    La picchiò con un turibolo;
d)    Scappò via urlando.




10) 16 ottobre 1978: Karol Wojtyla viene eletto Papa. Prende il nome di “Giovanni Paolo II”, e tutti si commuovono: ma guarda che bello, voleva ricordare il suo predecessore!
Ma manco pe’ niente. Nel senso: “Giovanni Paolo II” non era affatto stata la prima scelta del Pontefice – inizialmente, Giovanni Paolo II avrebbe voluto chiamarsi in un altro modo. Nello specifico, avrebbe voluto prendere il nome di un Santo polacco, a lui particolarmente caro.
Poi, resosi conto che quel nome avrebbe potuto suonare molto “strano” alle orecchie dei fedeli, ha preferito scegliere un nome che rientrasse nella tradizione romana… e quindi ha optato per Giovanni Paolo II, appunto.
Ma come avrebbe voluto chiamarsi, originariamente, Papa Wojtyla?


a)    Stanislao;
b)    Giosafatte;
c)    Adalberto;
d)    Casimiro.




11) San’Ugo di Lincoln (ca. 1140-1200) aveva un rapporto decisamente fisico con le reliquie dei Santi. Fra l’esecrazione dei presenti, una volta…?

a)    Baciò sulla bocca la testa di Sant’Etelburga;
b)    Strinse la mano alla mano di San Giorgio;
c)    Si mangiò il braccio di Maria Maddalena;
d)    Inghiottì le ceneri dei Santi Innocenti.




12) Okay: ovviamente, un Santo del genere non esiste veramente. Però, in certe zone del mondo, c’è una inquietante devozione popolare dei confronti di un tizio (probabilmente, mai nemmeno esistito) che da alcuni viene ritenuto il Santo Patrono dei…?

a)    Narcotrafficanti;
b)    Mafiosi;
c)    Contrabbandieri d’armi;
d)    Usurai.





13) Questa cosa qui che vedete qui sopra,è un ornamento molto comune delle chiese di mezza Europa (una versione nostrana c’è anche in una celebre chiesa di Pavia). Si trovano principalmente in Gran Bretagna e Irlanda, e sono… delle donnine nude, che esibiscono sfacciatamente i loro genitali (l’immagine qui sopra è adatta a un blog per famiglie, ma con una ricerca su Google trovate esempi anche molto più eloquenti).
La domanda è: che diavolo mi rappresenta, una donna nuda che mostra i suoi genitali dall’alto di una chiesa? Nel corso della Storia, molti studiosi hanno cercato di avanzare  la loro ipotesi: forse sono una reminescenza di antiche divinità pagane? Forse sono un monito a non cedere alle tentazioni della carne?
Gli studiosi continuano ad arrovellarsi sull’annosa questione, ma il popolino delle campagne anglosassoni, secoli fa, aveva già pronta la risposta. Ora: non vorrei sembrare irrispettosa, ma nella tradizione popolare si era convinti che queste sculture rappresentassero…?


a)    La madre di San Brendano;
b)    La moglie di San Patrizio;
c)    La sorella di Santa Brigida;
d)    La nonna di Sant’Adrea da Fiesole.




14) Alla metà del secolo XIII, l’inorridito Inquisitore Stefano di Bourbon fa radere al suolo un tempietto dedicato a San Guiniforte martire, a cui i contadini del luogo erano soliti raccomandare i bambini ammalati.
Nulla da eccepire, se non fosse stato che per un piccolo problema…


a)    San Guiniforte era un cataro!
b)    San Guiniforte non era ancora morto!
c)    San Guiniforte era un cane!
d)    San Guiniforte pretendeva sacrifici umani!




15) E infine, giusto per concludere… qual è il Santo che pensavate che non esistesse, e che invece c’è?

a)    Il Protettore contro le malattie veneree;
b)    Il Protettore dei malati di AIDS;
c)    Il Protettore contro le disfunzioni sessuali;
d)    Il Protettore delle ragazze-madri.



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Il concorso si chiude l
’11 novembre, giusto in tempo per l’estate di San Martino.
Il fortunato (?) vincitore si aggiudicherà un apposito
Ma che santuomo!, dedicato al Santo che porta il suo nome / che protegge la sua città / che è patrono della sua categoria professionale / che è ausiliatore contro i terribili  morbi che lo affliggono / eccetera eccetera, a sua discrezione.
Se vuole lasciarmi in privato il suo indirizzo, vince anche una cartolina.
Sì, perché io sono molto organizzata, e posso provvedere alternativamente a cartoline sulla città che custodisce la reliquia per eccellenza, e cioè la Sindone di Torino, oppure sulla città che custodisce il dottore della Chiesa per eccellenza, e cioè Sant
’Agostino qui a Pavia.
Quando si dice l
efficienza.
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sabato, 31 ottobre 2009
Del perché Halloween non mi dispiaccia, avevo scritto a suo tempo.
Chi dice che Halloween è un’americanata senza senso, mente (non) sapendo di mentire.
Chi ha paura che Halloween instradi i bimbi all’Occultismo, farebbe bene a raccontare ai bambini qual è il vero senso di Halloween, e quale la sua storia vera.
Sì, insomma. A me, Halloween, non dispiace: anzi, lo festeggio con un post a tema.
Un post a tema a modo mio, ovviamente; un post un po’ particolare.
Perché – forse non lo sapete –  ma la Vita di San Germano d’Auxerre, così com’è scritta da Costanzo di Lione, è un piccolo capolavoro della letteratura fantastica.

E così, in una edizione speciale sul tema di Halloween… ecco a voi un racconto di fantasmi per la serie

Ma che sant’uomo!

ovverosia


Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere




Era una notte buia e tempestosa, scriverebbe Snoopy per cominciare il suo racconto. Quella volta, però, una notte buia e tempestosa lo era per davvero. I tre chierici avanzavano a fatica nella notte: il vento penetrava sotto i loro mantelli, e la pioggia cadeva infangando il sentiero. Era tardi, ormai, era notte fonda, e la debole luce delle fiaccole non bastava più ad illuminare il cammino. Il novizio rallentò il passo, stremato, passandosi una mano fra i capelli fradici.
“Maestro”, esordì debolmente, con una voce così bassa da essere appena udibile fra i tuoni della tempesta. “Vi prego, è da questa mattina che camminiamo. Siamo digiuni e affaticati. Facciamo sosta in un posto qualunque, vi prego… abbiamo bisogno di riposare”.
Illuminato a giorno dalla luce di un lampo, Germano di Auxerre, governatore della Provincia Lionese Quarta, si girò a guardarlo, con un sorriso benevolo. Gli occhi di Germano incontrarono quelli del novizio, e poi si spostarono sul secondo chierico che viaggiava con loro. Tacque per un istante, e poi annuì con un cenno del capo: “è cosa giusta, ciò che domandate. Lungo questo sentiero, dovrebbe sorgere la casa di cui ci hanno detto”.
I due chierici si guardarono in silenzio, senza il coraggio di protestare. Erano passate delle ore, ormai, da quando avevano incontrato quelle due vecchiette: eppure, le loro parole risuonavano ancora chiare nella loro mente. Avevano parlato di una casa infestata, quelle due vecchie di paese: di una casa indemoniata, orribilmente popolata da spiriti terrificanti. Avevano supplicato i tre chierici di star lontani da quel luogo di terrore, e avevano raccontato storie agghiaccianti di gemiti e sospiri, e di spiriti irrequieti pronti a uccidere i viaggiatori. 
E il novizio l’aveva visto: l’aveva visto perfettamente. Aveva visto – voglio dire – quel lampo nello sguardo di Germano: un brivido di eccitazione, una nuova sfida da affrontare…
Sospirò con rassegnazione, in quella notte tempestosa, quando si rese conto che era proprio in quella casa maledetta che il suo vescovo indendeva dirigersi.

La casa era proprio alla fine del sentiero, sul limitare della foresta. Persino Germano esitò per un istante, quando la vide pararsi davanti ai suoi occhi: il tetto era in rovina, le piante selvatiche ricoprivano le pareti esterne, grossi topi neri sgattaiolavano dentro e fuori l’appartamento. Quella casa doveva essere abbandonata da anni, o decenni addirittura: per un folle istante il novizio pensò che sarebbe stato preferibile passare la notte al freddo sotto la pioggia, piuttosto che in quella stamberga fatiscente che minacciava di crollargli in testa.
Ma era troppo tardi: Germano si era fatto coraggio e aveva già superato l’uscio, facendo segno ai suoi compagni di seguirlo e entrare.

La casa era allagata, nel senso che ci pioveva dentro. Il tetto praticamente non esisteva.
I tre religiosi passarono mezz’ora abbondante a esaminare quelli che, una volta, avevano dovuto essere dei maestosi saloni: solo alla fine, quando già iniziavano a perdere le speranze, riuscirono a trovare una stanzuccia che potesse avere una vaga apparenza di alloggio. Germano cercò un angolo asciutto, e ci adagiò delicatamente i suoi bagagli: poi diede ordine ai fanciulli di accendere il fuoco, per preparare un pranzo da cui si astenne completamente.
Il chierico più grande fu il primo ad addormentarsi, sopraffatto dalla giornata di fatiche.
Germano restò in preghiera per qualche tempo, e poi anche gli occhi di lui si chiusero, lasciandolo sprofondare in un sonno ristoratore.
Il novizio deglutì molto lentamente, stringendosi istintivamente nel suo mantello ancor umido.

C’era qualcosa di strano, in quella casa: c’era qualcosa di inquietante.
Non era superstizione, non era creduloneria: era vero, c’era veramente qualcosa di orribile in quel posto! Il novizio se lo sentiva fin nelle ossa: e non era solo il vento gelido a farlo tremare come un fuscello.
Il sonno era tanto, e gli occhi gli si chiudevano: ma non poteva dormire, non in quella notte. Non in quella casa, non dopo quello che gli era stato raccontato.
Camminando in punta di piedi per non svegliare i suoi compagni, si alzò e andò a frugare nel bagaglio di Germano. Ne estrasse un paio di tavolette cerate, dove la mano esperta del maestro aveva riportato alcune preghiere alla Madonna, e con un sospiro ritornò a sedere accanto al fuoco. Appena illuminato dalle fiamme scoppiettanti, si appoggiò alla parete alle sue spalle e si sforzò di leggere: piano piano, una lettera dopo l’altra, parola dopo parola. Sussurrava a bassa voce le parole che leggeva, in una preghiera silenziosa alla Vergine: ed era quasi riuscito a dimenticare le sue paure, quando…

… quando, inconfondibile, davanti agli occhi del lettore si materializza, dimprovviso, uno spettro.
È un istante, un fremito di paura: grida spettrali invadono la casa, e una sassaiola improvvisa comincia a colpire i tre chierici. “MAESTRO! MAESTRO! AIUTATEMI!”, grida disperatamente il novizio, proteggendosi il volto con le braccia piegate.
È un attimo: San Germano si sveglia di soprassalto, fissa la sagoma dello spirito, e invoca il nome di Dio con un segno della croce. La granugola cessa, così com’era incominciata: San Germano si mette in piedi, si erge minacciosamente di fronte al fantasma. Gli ordina, in tono stentoreo, di dire chi è, e che cosa vuole.
Di fronte al Santo vescovo, lo spettro rimane immobile per qualche istante; e poi, piano, china il capo. Parla con voce umile, e supplichevole: lui e il suo compagno sono stati criminali, hanno commesso numerosi delitti prima d’essere giustiziati, e ora giacciono insepolti. Tormentano i vivi perché non trovano requie, e supplicano il vescovo e i suoi chierici di pregare per la salvezza delle loro anime, e d’intercedere per loro presso il Signore.

San Germano aggrotta le sopracciglia; poi annuisce, impercettibilmente, sotto lo sguardo sconcertato del novizio. “Mostrami dove giacciono i vostri corpi”, ordina semplicemente al fantasma.
Il fantasma soffia su una candela spenta, che si accende come per magia; poi, facendola veleggiare nell’aria in mezzo alla tempesta, conduce San Germano fuori dalla casa: giù, giù, fino in fondo al bosco…
Ed è lì che, oltre a uno spesso mucchio di rovi, indica la scarpata dove i paesani avevano gettato i due cadaveri dei malviventi, dopo averli giustiziati con la pena capitale.

Appena si fa giorno Germano riunisce gli abitanti dei dintorni, conclude orgogliosamente la sua Vita, e li incita al lavoro assistendovi egli stesso, per stimolarli a fare in fretta. Una fossa viene scavata in modo adatto alla sepoltura; le membra liberate dalle loro catene vengono riavvolte in sudari e coperte di terra, e una preghiera vien detta per intercedere in loro favore.
I morti ottengono il riposo, i vivi la tranquillità: tanto che in seguito la casa poté essere felicemente abitata, senza più nessuna traccia di terrore.


… ma voi sareste disposti a dormire lì dentro, in questa notte di Halloween così buia e tempestosa?


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mercoledì, 28 ottobre 2009
Okay, d’accordo.
Dovevo immaginarmelo.
Non è che ci si possa aspettare più di tanto, da uno che per corteggiare una ragazza le regala dei polipi morti, e che per i venticinque anni di matrimonio invece delle rose le rifila un cactus.
Mio padre ha degli strani gusti, in fatto di regali.
Mio padre è quello che, alla promozione di un amico, gli ha regalato un enorme pacco di mutande. “Perché le mutande servono, che diamine!”, ha motivato con molta convinzione.

Mio padre è inquietante, bislacco, imprevedibile.
Mio padre è la classica persona che non inviteresti alla tua festa di compleanno, perché hai paura di quello che potrebbe regalarti.

Mio padre, stamattina, è passato davanti a una cartoleria addobbata per Halloween.
Ecco cosa ho trovato ad aspettarmi a casa, al ritorno da una giornata di lavoro.



Prima avevo un gufo finto; adesso ho un gufo finto e un avvoltoio.
Credo che, agli occhi di un estraneo, il mio appartamento sia molto simile alla Casa Degli Orrori.
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giovedì, 22 ottobre 2009
Prima fu la volta della pubblicità:



Poi, venne la sottoscritta.

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Driiinn! Driiinn!
Uh che bello: squilla il telefono in Biblioteca.
Chissà chi è.
Rispondo.

“Biblioteca Tizio-e-Caio, buongiorno!”.
“Buongiorno, signorina”, mi risponde una voce dall’altra parte della cornetta. “Avevo bisogno di un’informazione. Ho una gatta di poche settimane che volevo far sterilizzare: lei mi sa dire a partire da quale mese è possibile fare l’intervento?”.
“…”.
“Signorina? È ancora in linea?”.
“… sì, mi scusi, signore, sono ancora in linea… ma, ehm, questa è una biblioteca”.
“Sì, lo so. Lo scopo delle biblioteche non è quello di fornire informazioni?”.
“… sì, signore, ma questa è una biblioteca ecclesiastica. Le posso fornire informazioni sulla nostra Congregazione, se vuole, ma non su quando va sterilizzato un gatto”.
Ma siete una biblioteca!!”.
“… appunto: per certe informazioni, le consiglierei di contattare un veterinario”.
Silenzio.
E infine l’omino sbotta: “sempre così, voialtri! Per una volta che potreste rendervi utili ai cittadini, vi rifiutate di farlo! Dovreste davvero vergognarvi. Arrivederci”. E attacca.

Meno male che ero in viva voce, perché altrimenti il Co-bibliotecario non ci avrebbe mai creduto.
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martedì, 20 ottobre 2009
In un periodo fortunatamente molto lontano nel tempo e nello spazio, la sottoscritta ha fatto la catechista nella sua parrocchia. Tale piacevole esperienza ha fatto maturare in lei alcune profonde convinzioni:
a)    I bambini di sette-otto anni sanno essere apprezzabilmente insopportabili;
b)    Preferirei andare a spalar ghiaccio in Siberia, piuttosto che rimettere piede in una classe di venti bambinetti di sette anni a cui non sono state insegnate le minime regole di buona educazione.
Insomma: adesso sono gloriosamente diventata una ex-catechista, e non rimpiango affatto i miei pomeriggi passati con quelle armi di distruzioni di massa adorabili bambini. Il mio unico rimpianto è quello di non aver raccolto in un unico volume tutte le trovate che sparavano fuori i miei poveri catecumeni, perché in tal caso avrei potuto arricchirmi con la versione diocesana di Io speriamo che me la cavo:  Supporto psicologico per catechisti sull’orlo di una crisi di nervi.
Della bambina di otto anni che pretendeva il latte caldo nel biberon alle cinque e mezza cascasse il mondo, vi racconterò un’altra volta. Per oggi, vi racconto dell’Angelo Custode.

Siamo a catechismo.
Stiamo faticosamente cercando di imparare quelle strane preghiere sconosciute tipo “Ave Maria” e “Padre Nostro”, che i miei bambini non conoscono perché a casa non le hanno mai recitate, e che rifiutano di imparare a memoria perché “no che non abbiamo mai imparato a memoria una poesia, alla scuola elementare! Ma sei matta?”.
Al che, presa da disperazione, ripiego sulle preghiere corte: e, fra l’Eterno Riposo e l’Angelo di Dio, ho l’infelice idea di puntare sull’Angelo di Dio. Così, la settimana successiva mi presento a catechismo con una sporta piena di disegnini, filastrocche, canzoncine sull’angelo custode: racconto che l’angelo custode è un angioletto che ci viene assegnato quando nasciamo, e che ci accompagna per tutta la vita, e che ci segue sempre per aiutarci e proteggerci, e così via dicendo.
“E allora, bambini… vogliamo impararla, la preghierina per il nostro angelo custode? Eeeh?”, domando incoraggiante.
(“NOOO, io voglio Vegeta Super Sayan Sai San Dankaiiiii!”, urla un gagno in risposta).

A quel punto mi viene una gran voglia di piangere, o alternativamente di ficcare Vegeta su pel naso del ragazzo.
È con una certa sorpresa, però, che mi accorgo che una bambina bionda in fondo all’aula, evidentemente presa da compassione per la sua povera catechista, lo sta già facendo (piangere disperatamente, dico, non conficcare Vegeta negli altrui nasi).
“Carolina! Perché piangi?”, le domando stupita, avvicinandomi.
“Io non lo vooooglio, l’angelo custoooodeeee!”, strilla Carolina fra i singulti.
“Ma come no?”, le chiedo ancor più stupita. “È un angioletto che ti protegge e ti aiuta, perché non lo vuoi? È bravo!”.
“Noooo, non lo vooooglio, digli di andar viiaaaa!”.
“Ma perché? Cosa t’ha fatto di male, poverino?”.
“Tu hai detto che mi segue seeeeempreeee!”.
“… sì, per controllare che non ti succeda niente di brutto, non è mica…”.
“Ma sempre seeeempreeee?”.
Suona il campanello d’allarme. “Beh… sì, voglio dire, è il tuo angelo, cos’è che ti preoccup…?”.
“Io mi vergoooognooooo!”.
“Mannò, tesoro, non devi vergognarti… hai paura che ti veda quando fai i dispetti alla sorellina o cose del genere?”, chiedo premurosamente. “Lo sai che non se la prende, continua a volerti b…”.
Ma mi segue anche in baaaagnooo?”.
“… eh?”.
“Io non voglio che mi veda MENTRE FACCIO LA CAAAACCAAA! BUAAAAAAAHHHHH!”.



Ah, sì: a proposito di cacca, a catechismo avevo anche due coprofagi.
Ma questa è un’altra storia.
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